Doctor Blue and Sister Robinia

giugno 29, 2011

NE’ CAROGNA NE’ PARASSITA. LA FILOSOFIA DEL SENSO COMUNE di V. Binaghi

Dedicato a G.D.M.

Quando indicando qualcosa non intendiamo significare soltanto la sua individualità, ma il suo modo di essere, condiviso con altri fenomeni a quello assimilabili, noi abbiamo un concetto. Ad esempio, se questo che ho davanti è un sasso, appartiene a una certa generalità di fatti di natura e la medesima parola che uso per indicare questo serve anche ad indicare gli altri. Se invece ho deciso di dipingerci sopra occhi bocca e naso e di chiamarlo “Pippo, il mio fermacarte”, ecco che questa espressione si adatterà ad esso ed esso soltanto. E’ importante rilevare che un nome proprio non fa altro che indicare un fatto di cui si potrebbe ignorare tutto tranne che accade, mentre quel nome comune (“sasso”) che supporta un concetto, esprime la forma di un essere possibile, cioè un certo tipo di intelligenza. Questo però non è pacifico per tutte le scuole filosofiche. Un concetto è formalmente ma non materialmente separabile dalla parola che lo indica, così da risultare per molti solo un sinonimo della parola stessa. Ovviamente questo accade perchè costoro hanno già deciso che non esiste niente altro oltre ai fatti materialmente individuabili e ai segni materiali (anche le immagini mentali, sono pur sempre qualcosa di materiale, in quanto tracce di percezioni) che li indicano. Se poi io dico “sasso” per questo e per quello, è perchè l’esperienza che faccio dei due fatti ha qualcosa di simile, ma questo non dice niente su ciò che essi “sono”. Questa posizione ha una sua dignità filosofica, si può riconoscere nel nominalismo di un Ockam o di un David Hume e ha finito col risultare egemone nel pensiero contemporaneo. L’altra, con varie sfumature, si potrebbe definire “realismo” in quanto attribuisce un valore di realtà a ciò che è compreso nel concetto (quel “modo di essere” o “essenza” di cui si parlava più sopra), ed è quella che domina la filosofia antica (Platone, Aristotele) e medioevale (Tommaso d’Aquino su tutti): essa distingue la conoscenza sensibile dal linguaggio e nel linguaggio la parola dall’atto di capire che dà luogo al concetto – precisamente in questo atto e nel suo oggetto proprio, la “quiddità” o “essenza”, riconosce un modo di essere che trascende quello della materia. Queste due scuole di pensiero appaiono inconciliabili e la storia della filosofia occidentale vive in gran parte della loro opposizione dialettica: in effetti, entrambe assolvono una funzione importante nella genesi e nell’evoluzione di una cultura. Il realismo prende “sul serio” l’oggettività dei concetti, e legittima rappresentazioni del reale di tipo teologico, politico o scientifico che tendono a imporsi come “la vera realtà”. Quando i significati condivisi su cui questa rappresentazione si fonda non sono più tali, ecco che quella “visione del mondo” assume i tratti di una scolastica, sempre meno capace d’interpretare la fluidità dell’esperienza e i nuovi bisogni che l’epoca manifesta. A quel punto di solito sorge una corrente di “nominalismo” che, negando validità ontologica a quell’impianto teorico, riporta l’accento sul valore singolare e irripetibile dell’esperienza e manifesta scetticismo circa la possibilità di conoscere la “vera natura” delle cose. Questo tipo di reazione risulta salutare: il vecchio impianto si sgretola, ma solo per lasciare posto a nuove intuizioni che, progressivamente, tenderanno a strutturarsi a loro volta in un “sistema” di pensiero. A sua volta, questo mio modo di “narrare” l’avvicendamento di questi due atteggiamenti fondamentali del filosofare, ha un carattere storico, teoreticamente neutro, il che significa che nessuno dei due, presi in questi termini, è in grado di soddisfare la mia aspirazione a comprendere il fenomeno della conoscenza umana. Il quale, prima che sulla formazione dei concetti complessi, si fonda sulla nostra capacità di fare esperienza delle cose e di orientarci nel mondo – ciò che alcuni definiscono “senso comune”.

L’esperienza è il livello primordiale della conoscenza, e la sua interpretazione è decisiva per la formazione di una compiuta teoria della conoscenza, ma l’esperienza è tutt altro che la perturbazione che interviene a modificare una “tabula rasa”, come pensava Locke alle origini dell’empirismo inglese. L’esperienza si integra a un decorso comportamentale già strutturato, che nell’uomo risulta costituito da livelli distinti: uno biologico, uno sensoriale-affettivo e uno intelligente. L’intelligenza infatti non è il risultato di un atto di capire, ma ne è il presupposto; come disse Leibniz a Locke, “non c’è niente nell’intelletto che prima non sia passato dai sensi, tranne l’intelletto stesso”. Il che significa che ogni singola esperienza, oltre a prodursi in un soggetto biologicamente orientato a sopravvivere, si propone a un soggetto in cerca di soddisfazione sensibile, ma soprattutto viene intelligentemente compresa alla luce di esperienze precedenti e utilizzata per adempiere a un obiettivo razionalmente concepito. Questo, data l’universale condizione umana, basterebbe a radicare l’esperienza in un contesto che si potrebbe definire di “senso comune”, ma non basta.
Gran parte del mondo che abitiamo non è fatto di fenomeni naturali, di appetiti elementari e di memoria soggettiva, ma di significati condivisi: concetti, per l’appunto, che all’interno di una certa cultura non solo definiscono esperienze, ma in misura notevole contribuiscono a strutturarle, operando selezioni e accorpamenti. Mentre si può capire facilmente che le nostre caratteristiche corporee (la posizione eretta, il pollice opponibile e cose del genere) condizionano universalmente il nostro approccio e quindi la nostra esperienza delle cose, è più difficile separare ciò che viene attribuito al senso comune dal cosiddetto “buon senso” (cioè dai significati condivisi in un gruppo sociale) che risulta ovvio ai membri di una certa comunità storico-culturale, e magari stravagante o del tutto inopportuno ai membri di un’altra. Un esempio: è evidente che l’interesse sessuale è una componente importante nell’approccio dell’uomo ai suoi simili; è evidente anche che l’unione eterosessuale è una condizione necessaria della procreazione. Tuttavia, che l’omosessualità sia una pericolosa forma di devianza, è opinione diffusa in un certo periodo della cultura occidentale influenzata da una certa interpretazione della sessualità nella Chiesa cattolica, mentre non è affatto condivisa nella Grecia di Platone e lo risulta sempre meno anche all’Occidente contemporaneo.
Si potrebbe dire che la filosofia (l’intelligenza specializzata) si rapporta al senso comune (quel misto d’intelligenza e opportunità che rende possibile sopravvivenza e adattamento sociale) non come alla propria antitesi ma come alla propria origine, rispetto alla quale cerca però di separare il grano della costituzione universalmente e ragionevolmente umana dal loglio dei pre-giudizi diffusi all’interno di un certo ambiente storico-culturale. Se intendiamo le cose in questi termini, possiamo condividere qualche provvisoria conclusione:
1) La filosofia, prendendo le parti di ciò che è ragionevolmente e universalmente umano, è un potente fattore di emancipazione, in quanto insegna a separare il mito dalla storia, la magia dalla scienza, la superstizione dalla religione
2) La filosofia, sostituendosi al senso comune anzichè proporsi di emendarlo costantemente, può rischiare di diventare mera ideologia, cioè una costruzione teorica che pretende di incorporare il rigore della scienza e il radicalismo della religione col risultato di sacrificare la realtà dell’esperienza alle pretese di una scuola di pensiero. La scissione che ne deriva per il soggetto, costretto a vivere in un mondo inconcepibile e a rapportarsi intellettualmente a modelli impraticabili è una delle più gravi malattie dell’uomo contemporaneo.
3) L’unico modo per evitare che questo avvenga è considerare il senso comune emendato come un criterio di verità pratica, rispetto a tutte quelle affermazioni che non si limitano a rapportare concetti a concetti, ma pretendono di interpretare con modelli teorici l’esperienza umana.

Già nei secoli XVI e XVII alcuni si resero conto del carattere pericolosamente ideologico delle principali scuole filosofiche (razionalismo, empirismo) e provarono a operare una correzione tentando una rifondazione della filosofia a partire dal senso comune emendato (Blaise Pascal, Thomas Reid, Giambattista Vico). Si trattò per lo più di profeti inascoltati, a trionfare fu il criticismo, ossia quella sorta di ideologismo trascendentale professato da Kant. Dopo la catastrofe dell’ideologia filosofica (idealismo e positivismo), non mancò chi denunciasse il carattere intimamente illusorio della pretesa filosofica alla conoscenza (in modi diversissimi, Kierkegaard, Nietzsche e Marx), ma risulta evidente dalla storia del secolo seguente che l’alternativa alla ragione è la volontà di potenza, ossia la legge della forza. Finalmente, all’inizio del XX secolo si produssero due tentativi filosofici di grande importanza e significato, rispetto ai quali la maggior parte dei pensatori odierni risultano degli epigoni, parlo dell’intuizionismo di Bergson e della fenomenologia di Husserl. In entrambi si manifesta un rifiuto dell’ideologia scientista e un orientamento a ritrovare le radici della conoscenza nel concreto vivente (la “durata” per Bergson, il “mondo della vita” per Husserl). Mentre il primo aspetta ancora degni continuatori della sua opera (importanti suggestioni bergsoniane si trovano in Deleuze, di cui però ripudio l’impianto di fondo), a partire da Husserl si sono sviluppate analisi esistenziali di grande importanza, come quelle di Heidegger, Scheler, Jaspers, Merleau Ponty. Insieme a una meditazione costante degli scritti di Bergson questa direzione rappresenta a mio avviso una delle correnti più vive del pensiero contemporaneo, e ha assorbito gran parte dei miei interessi negli ultimi decenni.

9 commenti »

  1. Leggere in un blog di filosofia e discuterne lo trovo “edificante”.
    Citando Jaspers:
    ” Solo ciò che il linguaggio raggiunge, c’è propriamente, dà notizia di sè, entra nella chiarezza e perciò nel movimento”
    Per tornare al tuo sasso, per attingere alla pienezza del significato del sasso, non bisogna trascurare il “movimento della parola”, quello che Jaspers definisce “la fantastica corrente del suo accadere”.
    Diverso è nel linguaggio mitico-religioso che si articola in espressioni simboliche, dove una cosa significa se stessa, ma anche altro.

    Commento di eletta senso — giugno 29, 2011 @ 12:59 pm | Replica

  2. In effetti, l’evoluzione di questa serie di post porta necessariamente ad occuparsi del linguaggio.
    Appena mi avanza qualche ora dagli esami di maturità

    Commento di vbinaghi — giugno 29, 2011 @ 1:31 pm | Replica

  3. Non ho capito il punto tre. Cosa intendi per emendare rispetto a? Forse intendevi emendare da?

    Non posso poi essere d’accordo nel considerare Platone come un realista. Platone non dice che nel concetto (l’idea) ci sia un riflesso dela realtà, ma al contrario che nella realtà c’è un riflesso dell’idea, considerata più vera della realtà. Non capisco allora l’opportunità di indicare il suo pensiero come realista, a me pare idealista, Platone è il vero padre dell’idealismo.

    Infine, al momento dell’apprendimento, la parola è riferita ad un singolo caso. In altre parole, quando un neonato impara la parola “sasso” perchè la sua mamma pronuncia questo suono quando tiene in mano un sasso, ha quell’unica esperienza di sasso. L’elaborazione intelligente di cui tu parli è successiva, basata su confronti acquisiti in esperienze successive. Ciò sembrerebbe confermare in maniera univoca che il concetto non precede certo la parola, ma al contrario che esso è creato dalla parola. Si potrebbe anzi dire che il sasso per chi non ne conosce il termine, non esiste, nel senso che nel neonato non vi può essere la distinzione di oggetti differenti in un’immagine che gli si presenta alla vista, l’immagine per chi non possiede il linguaggio è un tutt’uno indistinto, non articolato in entità differenti.

    Personalmente, io riferisco il termine “realismo” a chi crede che una realtà esista, e in questo lo rivendico anche per me stesso, che pure ritengo la realtà in senso stretto inconoscibile.

    Commento di Vincenzo Cucinotta — giugno 30, 2011 @ 5:24 pm | Replica

  4. Nella tradizione filosofica del dibattito gnoseologico, che risale al medioevo, per “realismo” s’intende la posizione di chi attribuisce massima realtà all’idea o concetto universale. Cioè, quello che poi in seguito si è definito come “idealismo”.
    Quanto al senso comune “emendato”, intendo l’operazione filosofica con cui si purifica il senso comune considerato nella sua umana universalità dai limiti insiti in una certa cultura storica, quando questi limiti sono attribuibili a rifiuto dell’intelligenza, persistenza di rappresentazioni mitiche, difesa di privilegi ecc.
    E’ quello che fa Senofane quando denuncia il carattere ingenuamente proiettivo delle rappresentazioni antropomorfiche del divino.
    Sulla questione del linguaggio, permettimi di rimandare a un prossimo post.

    Commento di vbinaghi — giugno 30, 2011 @ 6:16 pm | Replica

  5. molto opportune le citazioni di jaspers

    perdonami Vincenzo, l’idealismo richiede una lettura un pò meno meccanica (Platone non era un demente – la realtà gli era presente credo più concretamente che a noi – assegnando la supremazia all’ideale sul reale: stava parlando di ciò che è comune ed eterno contrapposto a ciò che subisce la dissoluzione temporale – noi solo questo conosciamo) con quella difficoltà specifica di dovere saltare più di due millenni di storia per passare da Platone a Fichte Hegel e Marx

    la fenomenologia invita a quel riorientamento gestaltico che oggi si pone con estrema urgenza per ridefinire quella totalità relazionale tra singolo e comunità. Quello che però dalla fenomenologia alla “social cognition” è rimasto purtroppo non a caso trascurato è l’aspetto assiologico, e quindi per me prettamente filosofico di valutazione etica

    Commento di da — luglio 2, 2011 @ 8:59 am | Replica

    • Ti dirò con la stessa franchezza che apparentemente hai la tendenza ad interpretare le parole degli altri, almeno le mie, e questa non è una procedura raccomandabile. Era già avvenuto precedentemente, quando pretendevi, per il fatto stesso di non condividere un’impostazione idealista, di annoverarmi tra gli scientisti e non so chi altri. Allora, mi chiesi perchè, anche in presenza delle mie specificazioni con cui esplicitramente negavo la tua interpretazione del mio pensiero, tu insistessi ad annoverarmi in un certo partito, l’unico che riuscivi a distinguere rispetto all’altro, il tuo.
      Ora, mi dici che Platone non era un demente, come se rispondessi a un mio giudizio in tal senso.
      Ciò che volevo sottolineare era, e non mi pare che tu porti argomentazioni in senso opposto, che in nuce in Platone c’è già l’idealismo. La distanza temporale in sè non la vedo come un elemento decisivo.
      Naturalmente, si può reinterpretare Platone, trovandovi aspetti forse perfino allegorici, ma se si prende la lettera di ciò che dice, non vi possono essere dubbi che per lui esistesse davvero il mondo delle idee.
      Non credo di dire nulla di nuovo nel sottolineare la profonda influenza della filosofia di Platone sul pensiero occidentale, e non vedo cosa ci sia di scandaloso nel riconoscere un debito a Platone da parte di Fichte e di tutti gli idealisti che seguirono. Come dicevo, gli idealisti ignorano la natura artificiale del linguaggio, anch’esso con loro buona pace, soggetto al logorio del tempo non meno del ferro. Solo nel novecento, questo tipo di problemi esplodono letteralmente in ambito filosofico, e trovo singolare che si continui a filosofare come se nulla fosse.

      Commento di Vincenzo Cucinotta — luglio 2, 2011 @ 1:09 pm | Replica

  6. non avevo intenzione di riaprire una polemica tutta sterile, poteva andare diversamente ma non me ne dolgo
    la fondazione logico-ontologica del linguaggio permane, con tutta la sua problematicità, ovviamente
    si può tentare di farne a meno,forse sarà un cammino percorribile, per ora resta un realismo (che avevo intravisto in anticipo nella tua impostazione) che legittima unicamente il governo tecnico delle cose

    Commento di da — luglio 2, 2011 @ 3:09 pm | Replica

  7. Ripeto: non è come tu dici, tu mi attribuisci opinioni che rifiuto, che anzi ho ripetutamente rifiutato.
    Forse non ti rendi conto che se una tesi non è A, non deve per ciò stesso essere necessariamente B, che in cielo ci sono più stelle di quante ne immaginiamo.
    Sono certo che il tuo percorso di pensiero sia interessante, e credo interessante per un confronto. Naturalmente, se tu ti fai le domande e ti dai le rispote, il confronto non inizia neanche.
    A volte, avere molte letture e conoscenze non si tramuta in una migliore visione delle cose, può talvolta tradursi in uno schematismo che rende più difficile cogliere le differenze e le specificità. Non dico che sia il tuo caso, ma confesso che questo sospetto non è assente in me.
    Ho come l’impressione che tanti idealisti coltivino la loro opinione come se si trattasse di una fede, e come tanti credenti dividono il mondo in A e in non-A, che rappresenterebbe tuttoi il resto.

    Commento di Vincenzo Cucinotta — luglio 3, 2011 @ 12:14 am | Replica

  8. Sono senza collegamento ADSL (scrivo da casa di aminci), non so quando potrà postare e intervenire con regolarità.
    Fate i buoni, se potete

    Commento di valter binaghi — luglio 3, 2011 @ 4:51 pm | Replica


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