“L’uomo è un problema che non ha una soluzione umana”, scriveva Nicolas Gomez De Avila.
Sarà per questo che tutti i tentativi di assorbirlo nella sua zolla di nascita (i determinismi dell’ambiente, della condizione economica, della genetica) finiscono per distruggerne la costituzione morale, la sua volontà di forma e di destino.
La trascendenza dal presente e la fede nell’immortalità hanno guidato per millenni l’avventura umana, consegnandoci opere destinate a durare, che oggi non siamo più capaci nemmeno di concepire, e non parlo solo delle piramidi o delle cattedrali.
L’illuminismo borghese, che avrebbe potuto essere uno di quei salutari momenti critici, capaci di spazzar via concrezioni idolatriche e restituire allo spirito la sua creatività, si è trasformato in una coazione a ripetere, che fa della negazione il suo unico atto ossessivo e autodivorante.
Il carattere presunto “progressista” consiste ormai unicamente nell’elaborazione di una mitolatria del soggetto, composta di narcisismo e vittimismo in ugual misura, il cui carattere demistificatorio è in realtà puramente risentito e denigratorio, vivendo parassitariamente di ciò che afferma di combattere. Un esempio: la chiesina atea dello UAAR, che fa del cristianesimo il responsabile dei mali del mondo e incita ossessivamente allo “sbattezzo”, come gesto liberante e propiziatorio, senza accorgersi di ripudiare il rito per scadere nel ridicolo dello scongiuro.
Nessuna autocritica di fronte al clima sempre più evidentemente depressivo che circonda le giovani generazioni, alla pochezza delle manifestazioni artistiche e politiche in genere, ridotte allo statuto vittimario di lobbies inferocite, che chiedono maggiore riconoscimento e procedono nella disintegrazione del corpo sociale. Manca il coraggio di ammettere che la democrazia così intesa è solo un altro nome per ciò che normalmente s’intende come nichilismo, e che Nietzsche definiva come l’epoca dell’”ultimo uomo”
In questi giorni è tutto un via vai di articoli giornalistici, manifesti programmatici, associazioni generazionali di gente di cultura e operatori dell’editoria, che si propongono di moralizzare l’ambiente e dirottare energie pubbliche e private dal becero consumo all’arte “impegnata” e di qualità. Sono i TQ, un gruppo di intellettuali Trenta-Quarantenni, tra cui si possono riconoscere alcuni scrittori, editors e blogger che godono di già ampi spazi nel Web e altrove, in quanto appartengono all’unica area ideologica cui si riconosce (anche da parte dei maggiori media) una vera e propria posizione culturale. Avranno ancor più visibilità, completata la procedura del reclutamento, ma non è questo il problema e non è neanche una novità.
Sono trent’anni buoni che assistiamo alla nascita di queste parrocchie che spacciano il proprio perimetro ideologico per i sogni di un’intera generazione.
In realtà si tratta di autopromozione. Di sè e dei propri sodali. Di un “politicamente corretto” nel fare scrittura, editoria, cultura e spettacolo. Sperando nel consenso e nello sfruttamento della militanza gratuita di un pubblico potenzialmente ampio, quello dei lettori “de sinistra”.
E’ dalla fine del movimento che poteva ancora credersi rivoluzionario (cioè dal ’78 o giù di lì) che le conventicole intellettuali della galassia pseudo-radicale si comportano così. Il ragionamento è più o meno sempre quello: noi siamo i buoni, abbiamo provato a cambiare il mondo, se non è riuscito non è colpa nostra. Adesso potremo pure averne un po’ di rendita, in termini di credibilità e visibilità nell’inferno capitalistico, in quella nicchia dove si fabbrica l’unico prodotto per cui il concetto di merce vale e non vale, cioè quello culturale, o no?
Così gli ex direttori di Lotta Continua sono diventati anchorman, Attila uno scrittore di successo, i fuorusciti dai centri sociali presidiano le case editrici e i blog alla moda. Ma prima lo facevano da singoli, la novità è che in gruppo e meglio, chiedendo addirittura di rappresentare un’intera generazione anzi due. Sotto un marchio che non essendo quello di una Chiesa o di un Partito può somigliare solo a quello di una loggia massonica.
Il cortocircuito sta proprio nella relazione tra “soggetto” e “oggetto” del discorso. Chiedere maggiore attenzione, risorse e spazi pubblici per ciò che ha uno spessore artistico più evidente del mero prodotto d’industria culturale, implica un criterio e un interesse pubblico. Se a stabilire il medesimo sono redattori di case editrici, riviste o blog e scrittori che già attualmente si collocano in un perimetro di vedute e di relazioni ben definito, a volte ai limiti del settarismo (per esempio avete mai provato a spiegare ad Andrea Inglese, firmatario dei manifesti, che un cattolico può essere qualcosa di diverso da un cameriere di Ratzinger?), la “pubblicità” del discorso tracima nell’alveo della preferenza ideologica. Infatti l’aspetto generazionale del TQ è cosa abbastanza risibile, rispetto alla sua identificazione culturale, che è la solita, cioè quella che già attualmente spadroneggia negli spazi web e editoriali “di qualità”: la qualità sono loro, lo sappiamo da tempo.
Si tratta di operazione “egemonica” nel senso gramsciano, molto più che di un contributo all’estetica e all’etica della trasparenza, su cui sono sicuro che il “reclutamento” manifesterà criteri di selezione anche ben diversi da quello generazionale (basta leggere l’intervista del transfuga Antonelli ad Affaritaliani per intuirlo, quando dice che il TQ a proposito dell’attività culturale e pubblicistica “individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica”).
Mi spiegate cosa c’è di diverso da quello che io vedo quotidianamente da trent’anni a questa parte, da Alfabeta a Nazione Indiana?
Ora vorrei dire a questa nutrita pattuglia (tra cui ci sono anche diversi scrittori per cui ho personale stima): voi siete la malattia di cui credete di essere la cura.
Lamentate l’esiguità dei lettori italiani che cercano “la qualità” a fronte delle orde di consumatori di Moccia, thriller svedesi e Melissa P e chiedete spazi e denaro pubblico per un’editoria protetta, che preservi l’impegno anticapitalistico e lo sperimentalismo nell’arte non sacrificata all’onnipotenza del mercato.
Ma non vi passa mai per la testa che avete i lettori che vi meritate? Ancor più chiaramente, che la presunta complessità e la ricercatezza di cui vi ammantate nasconde un tale vuoto d’anima, una rappresentazione nichilistica e umiliante dell’essere umano, una incapacità di offrire all’uomo visioni di futuro, che non può che respingere chi ancora non ha contratto lo stesso morbo? Perchè i miei nonni con la terza elementare leggevano Manzoni e Tommaso Grossi e un perito elettronico di oggi chiude Moresco (o uno qualsiasi degli autori per cui strillate al capolavoro) a pagina 17?
La storia ridotta al cannibalismo degli antagonismi economici, l’amore alla negoziazione sessuale, l’opera alla superfetazione di un corpo e di una lingua senza soggetto, questo è quello che offrono le vostre rappresentazioni artistiche, e vi stupite che chi tiene più alla vita che all’estetica della decadenza preferisca letteratura di basso consumo con tanto di lieto fine?
Basta considerarne le conseguenze sulla psicologia dell’attuale generazione per accorgersi di quella che Henri J.M. Nouwen chiama “la paralisi dell’uomo nucleare”, il quale “ha perduto il senso della propria creatività, che sarebbe poi il senso dell’immortalità. L’uomo, quando non sa più guardare oltre la propria morte, mettendosi in rapporto con ciò che giace oltre lo spazio e il tempo della propria esistenza, perde il desiderio di creare e l’eccitazione di essere uomo”.
E’ questo, cari miei, il problema fondamentale, e non istituire riserve protette per lo scrittore o l’editoria post-moderna.
Per fare quel che dite di voler fare, cioè rinnovare le patrie lettere e dare una nuova moralità al circuito culturale dovreste cominciare da voi stessi, rinnegando una visione del mondo che è umiliazione dell’uomo e suicidandovi come militonti e settari per rinascere come persone.
Non lo farete, e al posto del berlusconismo in declino ci offrirete l’ennesima versione di un politically correct sterilizzato da ogni autentica pulsione vitale: la cosmetica del cadavere, prima di consegnare al sepolcro il caro estinto, cioè quella che fu un tempo la scommessa europea, nata dal felice incontro di Atene, Roma e Gerusalemme e oggi moribonda tra i diktat della finanza internazionale e il globalismo dell’accidia.

















