Doctor Blue and Sister Robinia

luglio 29, 2011

A PROPOSITO DEI TQ di Valter Binaghi

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 10:26 am
Tags: ,

“L’uomo è un problema che non ha una soluzione umana”, scriveva Nicolas Gomez De Avila.
Sarà per questo che tutti i tentativi di assorbirlo nella sua zolla di nascita (i determinismi dell’ambiente, della condizione economica, della genetica) finiscono per distruggerne la costituzione morale, la sua volontà di forma e di destino.
La trascendenza dal presente e la fede nell’immortalità hanno guidato per millenni l’avventura umana, consegnandoci opere destinate a durare, che oggi non siamo più capaci nemmeno di concepire, e non parlo solo delle piramidi o delle cattedrali.
L’illuminismo borghese, che avrebbe potuto essere uno di quei salutari momenti critici, capaci di spazzar via concrezioni idolatriche e restituire allo spirito la sua creatività, si è trasformato in una coazione a ripetere, che fa della negazione il suo unico atto ossessivo e autodivorante.
Il carattere presunto “progressista” consiste ormai unicamente nell’elaborazione di una mitolatria del soggetto, composta di narcisismo e vittimismo in ugual misura, il cui carattere demistificatorio è in realtà puramente risentito e denigratorio, vivendo parassitariamente di ciò che afferma di combattere. Un esempio: la chiesina atea dello UAAR, che fa del cristianesimo il responsabile dei mali del mondo e incita ossessivamente allo “sbattezzo”, come gesto liberante e propiziatorio, senza accorgersi di ripudiare il rito per scadere nel ridicolo dello scongiuro.
Nessuna autocritica di fronte al clima sempre più evidentemente depressivo che circonda le giovani generazioni, alla pochezza delle manifestazioni artistiche e politiche in genere, ridotte allo statuto vittimario di lobbies inferocite, che chiedono maggiore riconoscimento e procedono nella disintegrazione del corpo sociale. Manca il coraggio di ammettere che la democrazia così intesa è solo un altro nome per ciò che normalmente s’intende come nichilismo, e che Nietzsche definiva come l’epoca dell’”ultimo uomo”

In questi giorni è tutto un via vai di articoli giornalistici, manifesti programmatici, associazioni generazionali di gente di cultura e operatori dell’editoria, che si propongono di moralizzare l’ambiente e dirottare energie pubbliche e private dal becero consumo all’arte “impegnata” e di qualità. Sono i TQ, un gruppo di intellettuali Trenta-Quarantenni, tra cui si possono riconoscere alcuni scrittori, editors e blogger che godono di già ampi spazi nel Web e altrove, in quanto appartengono all’unica area ideologica cui si riconosce (anche da parte dei maggiori media) una vera e propria posizione culturale. Avranno ancor più visibilità, completata la procedura del reclutamento, ma non è questo il problema e non è neanche una novità.
Sono trent’anni buoni che assistiamo alla nascita di queste parrocchie che spacciano il proprio perimetro ideologico per i sogni di un’intera generazione.
In realtà si tratta di autopromozione. Di sè e dei propri sodali. Di un “politicamente corretto” nel fare scrittura, editoria, cultura e spettacolo. Sperando nel consenso e nello sfruttamento della militanza gratuita di un pubblico potenzialmente ampio, quello dei lettori “de sinistra”.
E’ dalla fine del movimento che poteva ancora credersi rivoluzionario (cioè dal ’78 o giù di lì) che le conventicole intellettuali della galassia pseudo-radicale si comportano così. Il ragionamento è più o meno sempre quello: noi siamo i buoni, abbiamo provato a cambiare il mondo, se non è riuscito non è colpa nostra. Adesso potremo pure averne un po’ di rendita, in termini di credibilità e visibilità nell’inferno capitalistico, in quella nicchia dove si fabbrica l’unico prodotto per cui il concetto di merce vale e non vale, cioè quello culturale, o no?
Così gli ex direttori di Lotta Continua sono diventati anchorman, Attila uno scrittore di successo, i fuorusciti dai centri sociali presidiano le case editrici e i blog alla moda. Ma prima lo facevano da singoli, la novità è che in gruppo e meglio, chiedendo addirittura di rappresentare un’intera generazione anzi due. Sotto un marchio che non essendo quello di una Chiesa o di un Partito può somigliare solo a quello di una loggia massonica.
Il cortocircuito sta proprio nella relazione tra “soggetto” e “oggetto” del discorso. Chiedere maggiore attenzione, risorse e spazi pubblici per ciò che ha uno spessore artistico più evidente del mero prodotto d’industria culturale, implica un criterio e un interesse pubblico. Se a stabilire il medesimo sono redattori di case editrici, riviste o blog e scrittori che già attualmente si collocano in un perimetro di vedute e di relazioni ben definito, a volte ai limiti del settarismo (per esempio avete mai provato a spiegare ad Andrea Inglese, firmatario dei manifesti, che un cattolico può essere qualcosa di diverso da un cameriere di Ratzinger?), la “pubblicità” del discorso tracima nell’alveo della preferenza ideologica. Infatti l’aspetto generazionale del TQ è cosa abbastanza risibile, rispetto alla sua identificazione culturale, che è la solita, cioè quella che già attualmente spadroneggia negli spazi web e editoriali “di qualità”: la qualità sono loro, lo sappiamo da tempo.
Si tratta di operazione “egemonica” nel senso gramsciano, molto più che di un contributo all’estetica e all’etica della trasparenza, su cui sono sicuro che il “reclutamento” manifesterà criteri di selezione anche ben diversi da quello generazionale (basta leggere l’intervista del transfuga Antonelli ad Affaritaliani per intuirlo, quando dice che il TQ a proposito dell’attività culturale e pubblicistica “individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica”).
Mi spiegate cosa c’è di diverso da quello che io vedo quotidianamente da trent’anni a questa parte, da Alfabeta a Nazione Indiana?

Ora vorrei dire a questa nutrita pattuglia (tra cui ci sono anche diversi scrittori per cui ho personale stima): voi siete la malattia di cui credete di essere la cura.
Lamentate l’esiguità dei lettori italiani che cercano “la qualità” a fronte delle orde di consumatori di Moccia, thriller svedesi e Melissa P e chiedete spazi e denaro pubblico per un’editoria protetta, che preservi l’impegno anticapitalistico e lo sperimentalismo nell’arte non sacrificata all’onnipotenza del mercato.
Ma non vi passa mai per la testa che avete i lettori che vi meritate? Ancor più chiaramente, che la presunta complessità e la ricercatezza di cui vi ammantate nasconde un tale vuoto d’anima, una rappresentazione nichilistica e umiliante dell’essere umano, una incapacità di offrire all’uomo visioni di futuro, che non può che respingere chi ancora non ha contratto lo stesso morbo? Perchè i miei nonni con la terza elementare leggevano Manzoni e Tommaso Grossi e un perito elettronico di oggi chiude Moresco (o uno qualsiasi degli autori per cui strillate al capolavoro) a pagina 17?
La storia ridotta al cannibalismo degli antagonismi economici, l’amore alla negoziazione sessuale, l’opera alla superfetazione di un corpo e di una lingua senza soggetto, questo è quello che offrono le vostre rappresentazioni artistiche, e vi stupite che chi tiene più alla vita che all’estetica della decadenza preferisca letteratura di basso consumo con tanto di lieto fine?
Basta considerarne le conseguenze sulla psicologia dell’attuale generazione per accorgersi di quella che Henri J.M. Nouwen chiama “la paralisi dell’uomo nucleare”, il quale “ha perduto il senso della propria creatività, che sarebbe poi il senso dell’immortalità. L’uomo, quando non sa più guardare oltre la propria morte, mettendosi in rapporto con ciò che giace oltre lo spazio e il tempo della propria esistenza, perde il desiderio di creare e l’eccitazione di essere uomo”.
E’ questo, cari miei, il problema fondamentale, e non istituire riserve protette per lo scrittore o l’editoria post-moderna.
Per fare quel che dite di voler fare, cioè rinnovare le patrie lettere e dare una nuova moralità al circuito culturale dovreste cominciare da voi stessi, rinnegando una visione del mondo che è umiliazione dell’uomo e suicidandovi come militonti e settari per rinascere come persone.
Non lo farete, e al posto del berlusconismo in declino ci offrirete l’ennesima versione di un politically correct sterilizzato da ogni autentica pulsione vitale: la cosmetica del cadavere, prima di consegnare al sepolcro il caro estinto, cioè quella che fu un tempo la scommessa europea, nata dal felice incontro di Atene, Roma e Gerusalemme e oggi moribonda tra i diktat della finanza internazionale e il globalismo dell’accidia.

luglio 28, 2011

PAOLO FRANCHINI intervista ROBERTA BORSANI

Per “Varese noir”

Vai avanti tu, dai. Descriviti come preferisci.

Un sottilissimo filo di ferro. Ho spaventose oscillazioni, ma non mi spezzo. Almeno, finora è andata così.

Ti va di raccontarci il tuo ultimo lavoro?

Comincio dal titolo, Persuasore di morte era chiamato un filosofo del III secolo, Egesia: insegnava ai suoi giovani discepoli che la morte era da preferire alla vita. Lo faceva così bene che alcuni di loro si suicidarono e le autorità dovettero intervenire di forza, impedendo a Egesia di insegnare. Nel mio romanzo un gruppo di insospettabili, coordinati da un misterioso Principe, giocano il “Grande Gioco”, che consiste appunto nel mettere un individuo (la vittima, “il topo”) in condizioni così disperate da non lasciargli altra via d’uscita che il suicidio. I giocatori quindi scommettono, puntando cifre molto consistenti, sul suo suicidio. L’ultimo “topo”, quello su cui si stanno accanendo, è un giovane prete accusato di omicidio.

Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che – prima o poi – ti saresti imbattuta in un romanzo come questo?

Difficile rispondere. Sapevo che mi sarei interrogata sul Male, quello vero, che, come il Bene vero, è sostanzialmente gratuito e perciò misterioso, inspiegabile. Quella del Male è una gratuità perversa, perché il Male è la scimmiottatura del Bene. Il Gioco di cui racconto nasce dal guardare malato di chi gode nel vedere l’Uomo umiliato. Di chi desidera immaginarlo facilmente manovrabile, come una marionetta, muovendone i fili. Purtroppo quello sguardo è penetrato in profondità nella nostra cultura.

Hai mai ballato sotto la pioggia?

Sì, un sacco di volte.

Leggi l’intera intervista su Varese Noir

luglio 27, 2011

FANNO SCHIFO di Valter Binaghi

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 11:11 am
Tags: , , ,

Frocio. Finocchio. Busone. Culattone. Checca.
In questo paese di navigatori e poeti i termini con cui si indica l’omosessuale sono numerosi e pittoreschi, con un numero infinito di varianti vernacolari, ma il valore che vi si attribuisce è generalmente denigratorio, quando non di aperto disprezzo, e passa presto ai fatti: l’insulto, il pestaggio. Il machismo dietro a cui la piccola borghesia italiana già in epoca fascista nascondeva la propria inferiorità culturale e l’impotenza di fronte ai grandi movimenti economici e finanziari che ne minacciano perpetuamente i provvisori privilegi, ritorna ogni volta che le situazioni si fanno critiche, o governi risultano improvvidi. La ricerca del capro espiatorio si fissa intorno a chi, segnato da diversità, presenta i caratteri della vittima ideale: l’emigrato, l’omosessuale, il piccolo delinquente, il nomade. Soprattutto quando una classe politica tecnicamente incapace e ignobilmente indifferente alla propria missione di civiltà, vede in queste propensioni “popolari” una valvola di sfogo che è inutile e forse pericoloso cercare di reprimere (in quel caso la classe politica medesima sarebbe costretta a dare ben altre risposte). Così negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di xenofobia e di violenza contro gli omosessuali. Lo sanno tutti: le cronache dei giornali ne parlano, i politici esprimono riprovazione, qualcuno aveva pure deciso di dare un segnale forte aggravando le pene per i reati contro la persona che riguardano omosessuali. Sarebbe stato un gesto importante, un segnale forte con cui, per una volta in modo traversale, un’intera classe politica poteva unirsi per una battaglia di civiltà, isolando e stigmatizzando quelle sacche di ignoranza brutale in cui germinano le pulsioni peggiori del corpo sociale. E invece no.
L’attuale maggioranza, blindata in parlamento con i voti prezzolati di transfughi dell’opposizione e gestita da una coppia di leaders in evidente declino biologico e politico, ha preferito arroccarsi intorno al valore che ne ha costituito l’asse propagandistico portante, la demagogia.
Il Berlusconi del “pane e figa per tutti” e il Bossi che “ce l’ha duro” solo perchè è nato nella regione più ricca d’Italia, hanno dato ancora una volta la loro strizzatina d’occhi al ventre molle e alla parte peggiore del paese, scegliendo di ignorare il vero pericolo sociale e di avallare insieme alle altre (evasioni fiscali premiate da condoni, spregio della dignità femminile con l’allestimento di bordelli istituzionali, reiterata delegittimazione della magistratura) anche queste cattive abitudini dell’Italia più ottusa, trincerandosi dietro una formale giustizia distributiva: un aggressione è un’aggressione, dicono, che sia nei confronti di un omo o di un etero, fingendo di ignorare che, quando l’aggredito è tale proprio PERCHE’ omosessuale, andrebbe specificamente protetto in quanto evidentemente oggetto di persecuzione.
Un’altra occasione per pensare e per dire che fanno schifo: anche chi come me aveva disertato le ultime elezioni politiche per la pochezza delle alternative non può che augurarsi la fine di questa ignobile legislatura e di questi puzzolenti capipopolo, avvolti dal fetore della decomposizione. E i primi ad augurarselo dovrebbero essere proprio i “moderati” che finora hanno scelto di esserne rappresentati, a meno che la deriva genetica cui sembriamo condannati ci prepari una successione a base di Piersilvio e Trota più Emanuele Filiberto.

luglio 26, 2011

LA CENSURA “AUTOMATICA” DI FACEBOOK di Massimo Maugeri

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 12:37 pm
Tags: , ,

È bene che sappiate – cari utenti di Facebook – che, se qualcuno dovesse cominciare a segnalare i contenuti dei vostri blog (che linkate sui vostri profili) come offensivi (al di là del fatto che lo siano davvero), prima o poi verrà applicata questa forma di censura “automatica” (che opera, cioè, senza che si sia proceduto a una previa verifica dei contenuti) anche a vostro danno. Del resto non è capitato solo a me (so di persone che, da un giorno all’altro, e senza spiegazioni, si sono visti cancellare il loro profilo).
Vi garantisco che vedersi censurati (o eliminati) senza motivo, senza preavviso e senza spiegazioni è tutt’altro che piacevole.

Leggi l’intero articolo su “Letteratitudine”

luglio 24, 2011

IL PROTOTIPO DELLA CAROGNA: IL FONDAMENTALISTA di V. Binaghi

Certo avrei preferito non scriverne a margine di un evento clamoroso come il massacro di Oslo, ma quanto sto per dire è la naturale prosecuzione di una serie di post iniziata qualche settimana fa, sull’ipotesi che le attuali posizioni di pensiero sembrino difficilmente evitare l’alternativa tra la carogna (cioè la coazione a ripetere una forma culturale defunta) e il parassita (affrettarne la decomposizione, ma tutto sommato vivere di quella).
Gli ultimi due brani che ho postato (Zizek e De Benedetti), mostrano a mio avviso con straordinaria chiarezza come il pensiero liberale per un verso e il marxismo per un altro abbiano rappresentato gli elementi di dissoluzione dell’ultimo ordine sociale e culturale che l’occidente ha conosciuto, ossia il cosiddetto Ancien Regime: quella gerarchia che si fondava da un lato sul possesso della terra e sul monopolio della forza legittima, e dall’altro sulla teologia di un cristianesimo divenuto istituzione, capace di trasporre l’aspirazione al riscatto degli oppressi in una dimensione trascendente e quindi di legittimare l’ordine sociale medesimo.
L’interprete principale di questo processo di dissoluzione, cioè la borghesia, ha rifiutato insieme al limite dell’ordine economico e sociale precedente anche la frugalità e i vincoli comunitari che ne derivavano, dando origine ad un’espansione produttiva illimitata attraverso il modello industriale, e a una risoluzione dei rapporti sociali nell’ambito di una tecnica (ingegneria della felicità) che prevede la globalizzazione dell’orizzonte e almeno come ideale teorico la promulgazione universale dei diritti individuali, in un contesto politico democratico. Da questo punto di vista il marxismo, ben lungi dall’essere il contrario del liberalismo, ne è semplicemente il “correttore”, cioè si preoccupa di realizzarne pienamente le intenzioni dichiarate, che nel liberalismo restano mera ideologia in quanto praticamente negate dalla sussistenza della proprietà privata, dallo sfruttamento del lavoratore e dallo Stato di polizia che di questo “disordine stabilito” è il gendarme.
E’ facile mostrare che in effetti il progresso verso la democrazia e il trionfo dell’agire tecnico hanno prodotto in realtà la desertificazione del significato e della moralità, come non poteva non accadere per un sapere disancorato da un criterio di giudizio e per una giustizia disancorata da una nozione del bene (ancoraggi sistematicamente rifiutati in quanto colpevoli di bloccare l’inarrestabile movimento verso l’atomizzazione individualistica e la mercificazione dell’essere con il relativismo che ne consegue).
Il fondamentalismo religioso, esattamente come il fascismo politico, rappresenta il tentativo disperato di rifiutare questo movimento, opponendovi l’ossessione di una “forma” storicamente superata, che ha smesso da molto tempo di esprimere pulsioni vitali e che somiglia piuttosto a un cadavere sottoposto a cosmesi, o a quello che Furio Jesi chiamava un “mito tecnicizzato”. Per quanto essi facciano largo uso di espressioni come “ritorno alla tradizione” o “difesa dei sacri principi”, essi rappresentano piuttosto una perversione della tradizione e una profanazione della sacralità, quale si realizza nel fenomeno dell’idolatria. E dal momento che l’idolo non è affatto in grado di soddisfare le aspirazioni al significato vivente, esso va imposto con la seduzione (la promessa del ritorno ai privilegi perduti) o con la violenza.
Oggi, dopo i tremendi fatti di Norvegia, non mancheranno le consuete operazioni di sciacallaggio che identificando il fondamentalismo con la tradizione religiosa tout court indicheranno come unica via al progresso umano un’ulteriore accelerazione verso la rimozione degli ultimi residui del pensiero religioso. Esse verranno sia da destra (cioè da coloro che sistematicamente hanno fatto passare l’equazione Islam=Al Qaeda per imporre uno stato di polizia planetario) che da sinistra (dove è ancora fresco il ricordo delle topiche prese quando si definivano i BR “compagni che sbagliano”, visto che si è voluto reiterare il medesimo doppiopesismo nella strenua difesa di Battisti dalle grinfie della giustizia italiana).
Poichè la tradizione (a meno che non riguardi i propri ascendenti politici) è sempre bollata come sinonimo di protofascismo, l’unica tradizione che piace ai progressisti di destra e sinistra è quella fatta a pezzi dal modernismo nelle sue varie forme: riveduta e corretta in base a una delle numerose lobbies intellettuali, sessuali, misticheggianti o nutrizioniste che chiedono un riconoscimento giuridico o anche solo culturale. In effetti, il concetto di “tradizione” serve proprio per custodire un messaggio che si ritiene intangibile da queste forme di cannibalismo. Non perchè le varie soggettività non debbano essere riconosciute nelle loro aspirazioni alla pienezza dei diritti personali, ma perchè la storia è qualcosa che si eredita e si rilancia in avanti, senza che si debba ri-definirla in modo più “politicamente corretto”. Che è quello che fa la Murgia, per esempio, in “Ave Mary”, dove della immagine mariana si limita a cogliere quel che risulta psicologicamente inaccettabile a una femminista di oggi, e riproponendo una litania modernista di scarsisissima originalità.
Ma la “tradizione” è esattamente il contrario della ripetizione pedissequa di forme culturali. E’ il procedere e l’espandere, allargando via via il raggio del vivibile e del comprensibile, senza perdere di vista la centralità di un messaggio spirituale, che svela via via nuovi significati e applicazioni senza rinnegare la propria origine. La tradizione cristiana, in particolare, è esattamente il contrario dell’ideologia: essa non ha mai preteso di fornire una ricetta definitiva e scientifica per l’ordine temporale (ossia socio-economico), a differenza di ciò che è accaduto con le sue perversioni ereticali, da Thomas Muntzer in poi. Il contenuto della tradizione cristiana non è un corpo dottrinale ma un corpo risorto, quello di Gesù Cristo. E’ dalla possibilità di morire e risorgere del Figlio dell’Uomo che dovrebbe partire, chi vuol meditare sul carattere non teorico ma simbolico (e quindi inesauribile) della tradizione cristiana, la cui paradossale verità respinge sia gli idolatri del passato che i devoti del nulla.

luglio 23, 2011

AMBIGUITA’ DEL MARXISMO di Riccardo De Benedetti

(Da: La fenice di Marx, Medusa 2003)

Se accettiamo di applicare la deefinizione che propone Badiou al nostro mondo, quella cioè del mercato globale e universale da cui nessuno sfugge e alle regole del quale nessuno può sottrarsi, e dovessimo in uno constatare che molti uomini sono privati della possibilità di stabilirsi là dove gli pare, non ci resterebbe che cercare di estendere la mobilità garantita a tutti in quanto necessità del mercato. Vale a dire, rafforzare la sottomissione dei soggetti al mercato. Viceversa sarebbe autocontraddittorio chiedere insieme la mobilità degli uomini e la rinuncia a essere considerati merce, sempre se accettiamo la configurazione che Marx assegna al mondo, secondo Badiou, in base alla sua geniale predizione.
Può anche essere un paradosso sostenibile quello secondo il quale insieme con la mobilità richiesta dal mercato globale del lavoro il capitale chieda anche una sedentarizzazione della forza lavoro liberamente disponibile (…) ma non è possibile, senza una violazione patente delle regole della logica, attribuire alla medesima causa, il mercato globale della forza lavoro, resa calcolabile come ogni altra merce, effetti così evidentemente in contraddizione.
Ritorniamo, con questo genere di argomentazioni, al solito irrisolto problema che il marxismo, in tutte le sue varianti e declinazioni, si porta dietro come un’ombra: quello del ruolo reale da attribuire alla funzione civilizzatrice del capitale, progressivo e anticipatore delle sorti luminose dell’umanità e in uno devastatore e autoritario impositore di regole astratte e disumane.
Occorre prendere molto sul serio le descrizioni che Marx fa della realtà del capitalismo, come di un enorme mortaio di uomini, mezzi, forza, tecnologia, che tutto ingloba e tutto trasporta con sé in un vortice violento e impetuoso, inarrestabile ed esplosivo. Osservate attentamente si vedrà come Marx ne rimanga, in buona sostanza, affascinato, tanto che la società futura, la “nuova umanità” nascerà proprio dal flusso inarrestabile che il capitalismo ha impresso allo sviiluppo tecnologico delle forze di produzione. Questo flusso non va assolutamente impedito, né limitato nell’espressione piena della sua potenza, e il suo impeto progressivo va semmmai assecondato, fino all’esplosione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione sociale. Senonché, man mano che l’analisi di Marx si approfondisce, soprattuttto nei famosi e importantissimi Grundrisse, si intuisce che questa contraddizione non è tale da garantire un’automatica risoluzione a vantaggio e a superamento dei rapporti di prooduzione capitalistici, anzi. La tendenza del capitale a inserire i rapporti di produzione e quindi i legami sociali all’interno dello sviluppo tecnologico, trasformandoli più o meno diirettamente in un’appendice dello stesso, dissolvono la contraddizione e la superano in un modo proprio e particolare, tale che lo stesso Manifesto, osserva con il consueto sarcasmo Bordiga, ha finito per erigere alla borghesia un monumento, “illudendoci di prepararle altrettanto grandioso sepolcro: noi, becchini falliti”.
Il trucco di Negri, Nancy, Agamben, Badiou e compagni sta nel considerare questa “sussunzione”/sottomissione dei rapporti sociali alla tecnologia come se fosse unicamente ascrivibile al processo di sviluppo del capitale e del suo peculiare modo di produzione.
Marx intravede la possibilità di un’emancipazione oltre l’economico a mezzo della stessa economia e come effetto e funzione dello sviluppo tecnico-scientifico. Ma il sogno di una “nuova umanità” con questi caratteri non ha motivi cogenti per essere definito “comunista” piuttosto che tecno-capitalista o mescole terminologiche ancora più varie, in quanto a realizzarlo ci pensa già, e meglio, il sistema liberal-liberistico promotore dello sviluppo capitalistico. Divenuto un sistema in grado di realizzare tutto ciò che possiede di nuovo questa umanità, l’umanità si trasforma in una mera appendice dello sviluppo tecnico scientifico, in minor tempo e con una velocità che le pallide forme oppositive del socialismo e del comunismo non solo non riescono mai ad arrestare, ma sono costrette a rilanciare e in definitiva a sostenere. In mancanza della rivoluzione i comunisti diventano i migliori assertori e sostenitori degli effetti più radicali e devastanti del capitalismo (in quel suo procedere sovvertitore delle tradizioni, e dei vecchi assetti del mondo, il capitale “rivoluzionario” ed “energumeno” trova sempre qualche sostenitore tra gli epigoni del marxismo), e questo proprio sulla base di quell’originaria ambiguità marxiana che riconosce al movimento “progressivo” del capitale più di quanto gli neghi.
Questo è un aspetto fondamentale di quel “regno di mezzo”, un vero e proprio purgatorio delle attese e delle aspettative di riscatto sociale, rappresentato dall’infinita transizione verso il comunismo, con cui il comunista deve sempre saper fare i conti “nell’attesa della sua venuta”. I post-comunisti mascherano questa tendenza alla giustificazione dell’esistente con la tardiva rivendicazione di una presunta continuità del loro pensiero con il razionalismo illuministico e finiscono per identificarlo, erroneamente, all’azione profanatrice del movimento di sviluppo del capitale. E qui si fermano, senza fare ulteriori passi avanti, i loro programmi, qui si perdono le loro speranze e i loro desideri.

luglio 21, 2011

LIBERALISMO, DEMOCRAZIA, NICHILISMO di Slavoj Zizezk

(Da: Vivere alla fine dei tempi, Ponte alle Grazie 2011)

Qui troviamo il paradosso fondamentale del liberalismo. Un atteggiamento anti-ideologico e anti-utopico è inscritto nel cuore stesso della visione liberale: il liberalismo si considera come una politica del male minore, la sua ambizione è di produrre la meno peggiore delle società possibili, e di prevenire in questo modo un male maggiore, dal momento che considera ogni tentativo di imporre direttamente un bene positivo come la fonte priima di ogni male. La battuta di Churchill che la democrazia è il peggiore dei sistemi politici, con l’eccezione di tutti gli altri, vale ancor di più per il liberalismo. Una tale visione è sorretta da un profondo pessimismo riguardo la natura umana: l’uomo è un animale egoista e invidioso, e se si tenta di costruire un sistema politico facendo appello alla sua bontà e al suo altruismo, il risultato sarà la peggior specie di terrore (sia i giacobini che gli staliniisti presupponevano la virtù umana). Tuttavia, la critica liberale della «tirannia del bene» deve pagare un prezzo: quanto più il suo programma pervade la società, tanto più si trasforma nel proprio contrario. L’affermazione di non volere che il male minore, una volta stabilita come il principio del nuovo ordine globale, gradualmente riproduce proprio le stesse caratteristiche del nemico contro cui afferma di combattere. L’ordine liberale globale si presenta chiaramente come il migliore dei mondi possibili; il suo modesto rifiuto dell’utopia finisce con l’imposizione dellla sua utopia del libero mercato che diverrà presumibilmente realtà quando noi ci sottoporremo interamente ai meccanismi del mercato e ai diritti umani universali. Dietro tutto ciò si cela l’estremo incubo totalitario, la visione di un Uomo Nuovo che si è lasciato alle spalle tutto il vecchio bagaglio ideologico.
Come sa chi osserva da vicino le impasse che scaturiscono dalla correttezza politica, la separazione fra giustizia giuridica e bene morale – che deve essere relativizzata e storicizzata – finisce in un moralismo oppressivo colmo di risentimento. Senza alcuna sostanza sociale «organica» che dia fondamento agli standard di quello che Orwell chiamò con approvazione «comune decenza» (visto che tutti gli standard di questo tipo sono stati scartati in quanto subordinavano le libertà individuali a forme sociali protofasciste), il programma minimalista di leggi che intendano semplicemente impedire agli individui di abusare l’uno dell’ altro (di importunarsi o «molestarsi» a vicenda) si trasforma in un’esplosione di regole giuridiche e morali, un processo infinito (una « cattiva infinità» nel senso hegeliano) di legalizzazione e moralizzazione, conosciuto come «lotta contro tutte le forme di discriminazione». Se non esistono usi e costumi condivisi che influiscono sulla legge, ma solo e semplicemente soggetti che «molestano» altri soggetti, chi, in assenza di tali usi e costumi, deciderà cosa conta come «molestia»? In Francia ci sono associazioni di obesi che esigono che tutte le campagne pubbliche contro l’obesità e in favore di sane abitudini alimentari cessino, dal momento che danneggiano l’autostima delle persone obese. I militanti di Veggie Pride condannano lo «specismo» dei carnivori (che discriminano gli animali, privilegiando l’animale umano: per essi questa è una forma particolarmente ripugnante di «fascismo ») ed esigono che la «vegetofobia» sia trattata come una specie di xenofobia e dichiarata un crimine. E potremmo allungare la lista e includere quelli che lottano per il diritto al matrimonio incestuoso, per l’omicidio consensuale, il cannibalismo …
Qui il problema è l’ovvia arbitrarietà di queste sempre nuove regole. Consideriamo ad esempio la sessualità infantile: si pootrebbe sostenere che la sua criminalizzazione è una discriminazione arbitraria, ma si potrebbe allo stesso modo sostenere che i bambini devono essere protetti dalle molestie sessuali degli adulti. E potremmo continuare: gli stessi che difendono la legalizzazione delle droghe leggere di norma sostengono la proibizione di fumare nei luoghi pubblici; gli stessi che protestano contro l’abuso patriarcale dei bambini nelle nostre società si angustiano quando qualcuno condanna membri di alcune minoranze culturali per fare esattamente lo stesso (ad esempio i rom che impediscono ai loro bambini di andare a scuola), sostenendo che in questo caso si tratta di un’intromissione in altri «stili di vita ». È dunque per ragioni strutturali necessarie che la «lotta contro la discriminazione» è un processo infinito che infinitamente pospone il suo punto finale: e cioè una società libera da ogni pregiudizio morale che, come scrive Michéa, «sarebbe improvvisamente condannata a vedere reati ovunque».
Le coordinate ideologiche di questo multiculturalismo liberale sono determinate da due caratteristiche del nostro Zeitgeist «postmoderno »: lo storicismo multiculturalista universalizzato (tutti i valori e i diritti sono storicamente specifici, e quindi ogni volta che li innalziamo a concetti universali da imporre agli altri ci macchiamo della forma più violenta di imperialismo culturale) e l’universalizzata «ermeneutica del sospetto» (tutti i motivi etici « alti» sono generati e sostenuti da motivi « bassi» come il risentimento, l’invidia ecc.; l’appello a sacrificare la nostra vita per una causa superiore o è una maschera della manipolazione da parte di coloro che hanno bisogno della guerra per sostenere il loro potere e la loro ricchezza, oppure è una patologica espressione di masochismo; e questo aut aut è in realtà un vel inclusivo, cioè entrambi i termini possono essere veri allo stesso tempo). Un altro modo per formulare l’idea di Badiou che viviamo in un universo senza mondo sarebbe di dire che il funzionamento dell’ideologia oggi non ha più bisogno di meccanismi per interpellare gli individui in soggetti: ciò che il liberalismo propone è un meccanismo di diritti neutrale rispetto a qualsiasi valore ecc., un meccanismo «il cui movimento libero può generare automaticamente un ordine politico desiderato, senza interpellare in alcun momento gli individui in soggetti ».

luglio 18, 2011

PERSUASORI DI MORTE – L’incipit

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 12:18 am
Tags: , ,

PERSUASORI DI MORTE di Roberta Borsani – O.G.E. Edizioni

PROLOGO – L’ESPERIMENTO

Il ratto zampetta stancamente lungo i cunicoli del labirinto di cartone, per l’ultima volta, trascinandosi come per arrivare allo sfinimento della vitalità residua, prima di trovarsi ancora di fronte al bocchettone. Lì lo attende il monotono ronzio dell’elica, che finora non ha preso in considerazione, avendo percepito che quell’uscita non è affatto una via di scampo ma l’anticamera del macello. Fin dal primo momento in cui è stato collocato nell’ordigno, gli è stato mostrato con una carota che introdursi in quell’anfratto significa essere triturati, come l’ortaggio. Così ha percorso decine di volte il dedalo di strade, tentando ogni possibile variante, prima di realizzare che il groviglio non ha soluzione alcuna se non quell’unica, terribile.
Sopra la cupola di plastica trasparente che ricopre quello che ha definito “il modello del mondo”, il Filosofo in piedi, a braccia conserte, osserva impassibile la scena. Il topo adesso è giunto al punto di partenza, di fronte al cunicolo ronzante. Accucciato, solleva il dorso ritmicamente in un movimento in cui non si può distinguere l’anelito all’ossigenazione dal puro terrore animale.

ARTISTA – Vede? Se mi avesse dato retta avremmo già la nostra risposta. Così, invece, dovremo star qui ad aspettare che muoia di fame.
SPEZIALE – Sì, ecco, tutti possono testimoniare che fin dall’inizio ero d’accordo con la signora. Un pezzettino di formaggio dall’altra parte, o meglio ancora (e qui si lascia andare ad un risolino malizioso), qualcosa impregnato dell’odore della topa. Ci vuole un motivo per morire, no?
FILOSOFO – Se vi avessi dato retta, e il topo avesse fatto quanto vi aspettavate, l’esperimento sarebbe fallito miseramente. Che ci importa constatare che anche in natura regnano l’errore e l’illusione? Il quesito che il Principe ci ha posto è di tutt’altro genere.
ARTISTA – Beh, allora non ho capito. Mi sa che dovrete rispiegarmelo.
ABATE (sospira) – Se la morte è un rischio che si frappone tra l’appetito e il suo oggetto (libertà, cibo o copula che sia), allora è solo un incidente di percorso. Ma se rimane l’unica scelta possibile, constatata la vacuità dell’esistenza, eliminata ogni oppressione frutto del desiderio e del pericolo, allora la morte assume tutto un altro aspetto e si presenta come una necessità metafisica.
FILOSOFO – …e solo in questo caso possiamo parlare veramente di suicidio.
ARTISTA – Questo però non vale per tutti. Noi sappiamo bene che la vita è un non-senso, eppure nessuno di noi ha in mente di farla finita
ABATE – (con un sorriso enigmatico) Ma è perchè noi abbiamo trovato il varco per superare la banale condizione umana. Noi siamo i Giocatori: rifacciamo le regole, reinventiamo il mondo ogni volta, meglio di Dio.
FILOSOFO – Complimenti Abate: devo riconoscere, anche se a malincuore, che la sua Teologia è meglio attrezzata dell’Arte e della Scienza a comprendere il significato sublime dell’esperimento che il nostro Maestro ci ha proposto.
ABATE – Già. Ma la mia è una Teologia a rovescio.
FILOSOFO – Ed è questo, solo questo che mi rende tollerabile e perfino apprezzabile la sua compagnia…

Improvvisamente il ratto fa un balzo in avanti e s’infila direttamente nel cunicolo, lasciando sporgere alla vista la coda quasi intera. Il leggero ronzio di prima diventa il muggito del Minotauro, il motore di un tritacarne che rallenta a tratti e poi riprende inesorabile a consumare la resistenza materiale.
La coda sbatte come una frusta per due o tre volte, finchè si adagia sul pavimento, nuda e afflosciata come un verme defunto.

GENERALESSA – (L’unica che ha assistito alla scena impassibile, senza voltare furtivamente il capo o abbassare le palpebre, come hanno fatto gli altri) . Bene. Il nostro animaletto ci ha dato la risposta. Il Principe sarà contento, il Gioco può iniziare.

luglio 17, 2011

VIAGGIO ALL’ALBA DEL MILLENNIO di Massimo Maugeri

L’arte del racconto richiede uno sguardo diverso da quella del romanzo, e sarebbe banale dire che è solo un problema di quantità. Il campo lungo rende visibile un mondo nella pluralità delle sue voci e nel tempo di un divenire almeno generazionale, ma anche il primo piano o addirittura il dettaglio illuminano una totalità, solo che questa totalità richiede un’esplorazione in intensità piuttosto che in estensione. Spesso si dice che in Italia una raccolta di racconti è concessa solo ad autori di consolidata fama, e rappresenta un rischio editoriale: è certamente vero che l’editoria italiana non brilla per coraggio, ma questo volume, edito da Perdisa Pop, è qui a rappresentare l’eccezione.
Creatore e animatore di Letteratitudine, uno dei blog letterari più seguiti del Web italiano, Massimo Maugeri non è alla sua prima prova narrativa, ma qui mostra senz’altro una raggiunta padronanza del genere, con una scrittura sempre molto ben sorvegliata, e una capacità di spaziare dalla comicità, al lirismo, alla tragedia, che rendono la raccolta una fonte di continue sorprese.
Ecco, per esempio, come mette in scena il carattere paradossale della comunicazione che la Rete ha reso possibile, con un racconto che trovo delizioso.

MUCCAPAZZA di Massimo Maugeri

Siamo teatranti in festa con la morte nel cuore, ha detto muccapazza non molto tempo fa.
Penso spesso a quella frase. Ha percorso i cunicoli dei miei sentimenti aggrovigliati, si è insinuata tra gli anfratti confusi dei sensi di colpa, per poi ergersi dal cumulo di banalità del pensiero dilagante.
Muccapazza non c’è. Non la trovo.
Quella frase continua a rimuginarmi nel cervello.
Non avrei mai creduto di poter rimanere coinvolto fino a tal punto, impegolato in questa sorta di melassa informatica. Sarei stato capace di scommettere tutto quello che ho. Sono esente da queste stronzate, avrei detto. Io? Vogliamo scherzare? Sono una persona seria, io. Integerrima. Ho un mucchio di cose da fare. Scadenze che mi perseguitano, un esercito di toghe da gestire, destini da decidere in fretta sotto l’alea di una giustizia teorica. Ho caffè da ingurgitare uno dietro l’altro, collaboratori di cui non ci si può fidare, sigarette da respirare finché cancro non ci separi, discorsi da sentire senza ascoltare, incontri meno eludibili delle tasse. E ho ancora carte da studiare, libri, codici e manuali da compulsare e fiumane di sentenze, leggi e decreti che mi sommergono aggrovigliandosi in spinosi circuiti contraddittori.
E ho l’amara, recondita percezione del tempo che passa.
Dov’è muccapazza?
Non ci avrei mai creduto, ma non posso nemmeno dire di essere sorpreso dallo squallore del mio agire.
Non mi lamento, no; sopravvivo a me stesso nascondendomi dietro il bagliore di questo computer portatile. E non è vergogna quella che provo. Solo una vaga sensazione di miseria interiore cristallizzata nel profondo. Rinnego me stesso, sì; vorrei volgere le spalle allo scorrere quotidiano di queste giornate vacue, ma so di non averne la forza.
Chi mi conosce avrebbe difficoltà a individuarmi in questa sordida pantomima. Lui ha tutto, direbbero. Tutto ciò che si può desiderare.
Ho tutto, certo: un rivoltante lavoro di successo, una buona ed effimera salute, una splendida famiglia angosciante.
Una vita felice.
Dov’è muccapazza?
Conobbi mia moglie nell’estate del Settanta. Tutt’altra donna da questa bisbetica cialtrona. O forse erano i miei occhi che guardavano, allora, con il filtro ingannevole dell’ingenuità giovanile, con la generosa percezione di chi è a credito nei confronti della ruota perenne. Non v’è dubbio che mia moglie, a vent’anni, offrisse ben altri scenari alle mie fantasie di ragazzo, diverse strade percorribili, promettenti situazioni futuribili. Un visino lungo, ma grazioso, adornato da due soavi mezzelune che sfioravano gli angoli della bocca; quelle stesse mezzelune che sarebbero diventate, negli anni, profondi solchi di freschezza avvizzita. Aveva le spalle dritte, mia moglie, capelli freschi da farsi scivolare tra le dita e l’eloquenza vivace di una mente non inacidita dalle delusioni degli anni. M’innamorai di quelle soavi mezzelune, della postura eretta, della chioma fluente, della ricca eloquenza. Almeno, pensai di essermi innamorato. Non saprei dire, oggi, se fu vero amore o solo il guizzo fugace di un incauto impulso.
Eppure festeggiamo ancora le ricorrenze. Ci siamo convinti che amiamo farlo, che è ciò che vogliamo. Ci sono momenti in cui me ne convinco anch’io, ma sono sfuggenti come una fortuna sfiorata.
Non siamo altro che teatranti in festa con la morte nel cuore; pronti a celare le nostre angosce dietro sorrisi tirati e a coinvolgere il mondo sbandierando la natura giuliva delle nostre coscienze, abborracciando congratulazioni a iosa, ammannendo cene pantagrueliche per ogni evento possibile. Sì, è questo che siamo: teatranti in festa con la morte nel cuore.
(continua…)

luglio 16, 2011

Cosa ne pensa MICHELA MURGIA

(Da: Saturno-il Fatto Quotidiano)

Un libro che si chiama 10 buoni motivi per essere cattolici rischia di irritare il lettore sin dal titolo, a meno che non sia in cerca di conferme sulla sua fragile identità religiosa. Il sospetto nasce dal fatto che quando si parla di monoteismi il tono assertivo è spesso un trucco dietro al quale è sin troppo facile preveder un’apologia camuffata da discorso pacato e razionale. Mica per niente l’assertività è anche la cifra stilistica prediletta da papa Ratzinger, per cui è probabile che ci voglia tutta la bella prefazione di Tullio Avoledo per convincere il lettore diffidente ad abbassare la guardia e a proseguire la lettura senza temere di trovarsi davanti a un catechismo a tradimento. E tuttavia, nonostante la pretesa dichiarata di rappresentare un ingaggio pacifico, quello di Mozzi e Binaghi ha proprio l’aria di un libro apologetico, che anziché confrontarsi con un antagonismo argomentativo affronta invece quella che si presume essere nel lettore l’ignoranza della vera matrice del cattolicesimo, cioè quella biblica, in osservanza al motto di San Girolamo per cui l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.

Per questo ognuno dei dieci capitoli comincia con Giulio Mozzi che rilegge (spesso felicemente) alcuni passi chiave della Bibbia e prosegue con Valter Binaghi che offre riflessioni filosofico-esperienziali dense quanto può consentirlo un libretto di 136 pagine. Ma è proprio l’approccio alla Bibbia, che di per sé non è un testo cattolico, a far sì che per una buona metà del discorso non si capisca perché gli argomenti addotti dovrebbero essere considerati buoni motivi per essere cattolici piuttosto che ebrei, valdesi, ortodossi o anglicani. Solo l’accenno alla Chiesa come unità spirituale e istituzionale sembra sfiorare lo specifico della variante romana del cristianesimo, ma in maniera così piena di distinguo da non permetterle di affermarsi nel discorso come marcatore netto tra un cristiano cattolico e un cristiano tout court.

Leggendo queste pagine non è mai possibile scordarsi che a scriverle sono stati due cattolici e che quindi il loro, prima che un discorso sensato, è l’atto di testimonianza di una relazione amorosa che trascende (anche se non prescinde) dalla razionalità. Il dato di partenza davanti a questo approccio è che se sei cattolico nel senso non puramente culturale del termine non hai bisogno di elenchi di motivazioni per sentirti confermato nella tua posizione confessionale, ma se invece sei un cristiano di altra appartenenza non c’è motivazione abbastanza convincente in queste pagine che possa farti sentire escluso da quello di cui parlano appassionatamente Mozzi e Binaghi. Per quanto possa piacere supporre fortune dietro al caso cultral-geografico di essere nati nel paese di Santa Romana Chiesa, i cattolici non sono cristiani speciali.

luglio 13, 2011

Cosa ne pensa ALESSANDRO ZACCURI

(Da: Avvenire del 13 luglio 2011)

Lo scaffale è ancora abbastanza sgombro, ma potrebbe affollarsi presto, con rapidità imprevedibile. Del resto, chi mai avrebbe scommesso sul fatto che la teologia cattolica potesse dar vita a un autonomo genere letterario? Non esattamente apologetico, e non privo anzi di spunti polemici, eppure ben riconoscibile, vivace e niente affatto rinunciatario. Qualche voce si era levata già in precedenza, ma è con la traduzione italiana del Piccolo elogio del cattolicesimo di Patrick Kéchichian (San Paolo, 2010) che la tendenza ha assunto tratti riconoscibili. Lo conferma il successo ottenuto da Michela Murgia con Ave Mary (Einaudi), saggio sulle vicende del genio femminile nella Chiesa, la cui argomentazione, spesso acuminata, ha attirato l’attenzione di una testata dall’ortodossia tetragona come “Studi cattolici”.

Adesso tocca a un’inedita coppia di scrittori, che è in realtà un terzetto, se si conta anche Tullio Avoledo, autore di una lunga e partecipe prefazione a 10 buoni motivi per essere cattolici di Giulio Mozzi e Valter Binaghi (Laurana, pagine 140, euro 11,90). Di nuovo narratori alle prese con la teologia, dunque: anche quando praticano il mestiere della narrativa, Mozzi e Binaghi non dimenticano mai che si scrive (e si vive) al cospetto di una dimensione metafisica alla quale la letteratura allude, senza riuscire a sovrastarla.
Radicalmente teologico è il libro più dibattuto di Mozzi, la raccolta di racconti Il male naturale (ora riedita dalla medesima Laurana dopo le controversie degli anni Novanta), incentrato sull’interrogativo principe di ogni teodicea: se Dio è buono, qual è l’origine del male? E teologici, magari sotto le mentite spoglie del “genere”, sono i romanzi di Binaghi, dal robusto I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007) fino al recente I custodi del talismano (SottoVoce, 2010), dove le dinamiche del noir cedono il passo ad architetture fantasy. Ma la questione centrale è sempre la stessa, riguarda il motivo per cui esiste il mondo anziché il nulla, e perché nel mondo ci sia l’uomo, con la sua domanda inesausta di salvezza.

Per elencare i loro “buoni motivi” Mozzi e Binaghi si dividono le parti: al primo tocca ricondurre a un grado di semplicità elementare le narrazioni della Scrittura e della tradizione, con esiti spesso formidabili (la sintesi delle peripezie di Giobbe è un piccolo capolavoro di umorismo teologico), mentre il secondo si fa carico di indicare gli snodi di pensiero, aggiungendo di frequente notazioni di carattere autobiografico. Quanto allo schema imposto dalla collana in cui il libro appare, si potrebbe dire che è abbastanza ampio da fare in modo che ciascuno trovi fondati elementi di consenso. Nel caso specifico, colpiscono l’insistenza con cui Mozzi e Binaghi si soffermano sulla storia della salvezza nell’accezione di “storia d’amore”, la riconosciuta centralità dell’Incarnazione nell’annuncio cristiano, la sottolineatura della profezia come dono che fonda la Chiesa e la speranza che deriva dalla risurrezione dei corpi nel mondo che verrà (il dato storico della risurrezione di Cristo avrebbe però meritato maggior sviluppo).
Dieci motivi, in effetti sembrano tanti, ma alla fine ne basterebbe uno solo: si è credenti in virtù della grazia di Dio. Che si torni a discutere, anche in libreria, è un segnale importante, da non trascurare.

luglio 12, 2011

IL COMMERCIO DEGLI SGUARDI di Marie-José Mondzain


Chi frequenta questo blog sa quanto assidue siano le mie incursioni sui temi dell’immaginario. Sto leggendo questo libro (Edizioni Medusa, traduzione di Graziano Lingua e Giulia Rossi), di cui probabilmente parlerò in seguito, dato che è un testo veramente notevole sulla filosofia dell’immagine e la sua declinazione storica nella cultura occidentale. Per ora, propongo un’intervista con l’autrice, che tocca in modo significativo i principali nodi della sua indagine.

INTERVISTA A CURA DI GIOIA COSTA

– Un suo libro ha per titolo L’image, peut elle tuer? (Bayard, Parigi 2002). Viviamo circondati da immagini, che sono resti di reale appesi a fugaci apparizioni nelle quali i corpi, ma in realtà qualsiasi forma mostrata, diventano sempre più ideali, e la loro presunta perfezione costruisce modelli alienanti… Può definire nuovamente ciò che lei intende con immagine?
– Ci sono sempre meno immagini. Sembra un paradosso, ma è solo apparente; infatti viviamo sommersi non da immagini ma da flussi visibili. L’immagine, nel campo del visibile, è ciò che costituisce il soggetto come spettatore, assegnandogli un ruolo di soggetto critico. Ma oggi corre il rischio di scomparire, soccombendo al potere delle visibilità. Intendo per visibilità l’insieme di tutto ciò che – senza giudizio estetico o qualitativo – si presenta alla visione e pone il problema di definire cosa costituisca del soggetto affinché lo si veda. L’immagine non è un oggetto ma un modo di relazione. Nel pensiero Occidentale a lungo tutto ciò che era visibile era sottoposto al sospetto di essere squalificato dal punto di vista filosofico. Quando è iniziata la riqualificazione di ciò che si vede l’immagine è stata vittima del timore di non essere altro che illusione, simulacro, orrore, sensualità accecante o infine qualcosa che facesse slittare il sapere.

– A cosa attribuisce questo atteggiamento?
– Nel mondo Occidentale il pensiero cristiano ha fatto subire al pensiero ebraico e al pensiero filosofico classico, platonico e post-platonico, ma anche aristotelico, uno shock profondo e ha prodotto testo che dà all’immagine un nuovo statuto, facendola dapprima esitare e poi uscire da questo sospetto e da questa squalifica.
Nella dottrina dell’incarnazione l’immagine della redenzione viene dalla redenzione dell’immagine stessa. L’immagine esce quindi dalla sua condanna e si redime attraverso l’incarnazione. Questo permette di rileggere diversamente le sfumature del pensiero ebraico, post platonico e anche greco che nutrivano un senso di meraviglia o di piacere verso l’arte o le opere della ragione. Assistiamo adesso a una rielaborazione totale e complessa della dottrina, che non genera un passaggio dal negativo al positivo dell’immagine, ma possiede ambivalenza. Le immagini sono tentazioni idolatre della tradizione patristica ma anche luogo di redenzione e salvezza nella nuova tradizione cristiana.
È allora possibile guardare lo spettacolo del mondo o dell’arte e porre una doppia questione: dapprima se quello che si vede costituisce l’uno come soggetto, come sguardo sul mondo, e poi, se questo sguardo lo riconduce a una situazione alienante che era stata denunciata in termini diversi dal mondo ebraico e dal mondo greco.
Sono convinta si debba condannare il consumo fusionale e incestuoso del mondo.
La liberazione dell’immagine operata dalla dottrina cristiana ha reso viva e intensa la mobilitazione dello sguardo davanti agli idoli, al simulacri e a tutto ciò che è legato all’idea di sguardo.

– La sua è una riflessione politica, legata al mondo di oggi?
– Sì, certo. Si dice che siamo sommersi da immagini e da cose visibili, ma si dice anche che l’arte e la creazione costituiscano coloro che se ne occupano in quanto soggetti.
Allora: che cos’è una immagine? Stabilito che non si deve confondere l’immagine con ciò che chiamo visibilità, questa ambivalenza del visibile – che è al tempo stesso immagine e non immagine, poiché paradossalmente immagine in quanto è invisibile e visibilità in quanto offre una possibilità all’immagine – ripropone la storica domanda su ciò che ci costituisce e ciò che ci aliena.

Leggi l’intera intervista qui.

luglio 10, 2011

DA DOMANI IN LIBRERIA


PERSUASORI DI MORTE di Roberta Borsani
OGE Edizioni, luglio 2011

Giuro che non l’abbiamo fatto apposta, io e Roberta, a tornare in libreria anche quest’anno con un libro a testa a distanza di pochi giorni. Chi conosce meccanismi, regole e tempi delle programmazioni editoriali sa che cose come questa sono il risultato di coincidenze del tutto fortuite che però, ammetto, ripetendosi per il secondo anno per marito e moglie, hanno qualcosa di vagamente mistico…
Comunque sia, dopo l’esordio nella narrativa con Sangue del suo sangue (Alacran 2010), ecco Persuasori di morte, il secondo romanzo di Roberta, la quale segue un percorso coerente di apertura del romanzo di genere (noir) verso una dimensione che mai come in questo caso si può definire autenticamente metafisica.
Le indagini sull’omicidio di una ragazza conducono in modo fin troppo lineare ad un giovane sacerdote, già malvisto dai superiori per un certo “pauperismo” nello stile di vita e la maniera radicale d’interpretare la sua missione. Il giovane prete, che si proclama innocente, si trova tuttavia lacerato dai dubbi intorno alla propria vocazione prima che il commissario Realis, responsabile delle indagini, smascheri il complotto che lo vuole a tutti costi colpevole e soprattutto disperato.

Prossimamente, un assaggio del romanzo.
Per ora, invitiamo tutti i milanesi che seguono il blog alla prima presentazione ufficiale del libro
per la quale abbiamo allestito un reading musicale.
Lo spettacolo , che rientra tra le iniziative di
Milano in Musica 2011 – VIII edizione
vedrà la partecipazione di Roberta Borsani e Valter Binaghi (voci),
Alessandro Giampieri (chitarra) e Luca Lazzaroni (tastiere).

Vi aspettiamo dunque
il 13 luglio alle ore 18 (ingresso libero)
presso lo spazio esposizioni della casa editrice
Oldoni Grafica Editoriale
Via Giovanni Pezzotti, 8
20141 – Milano (MI)
telefono: 028462607

luglio 9, 2011

CRISI DA SOVRAPPRODUZIONE DI CAPITALE di F. Romanò

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 12:34 pm
Tags: , ,

Quella cui stiamo assistendo non è una semplice crisi ciclica, ma una nuova crisi strutturale, che chiude una fase storica ventennale, successiva alla fine dell’Unione Sovietica, definita con il termine di neoliberismo, associato spesso a un’altra parola chiave di questi anni e cioè globalizzazione.
In prima istanza, tuttavia, penso sia utile soffermarsi su alcune questioni elementari, che la propaganda degli apologeti del capitalismo cerca di occultare in ogni modo, rispolverando vecchi ronzini di battaglia. Il più famoso di questi ronzini è la distinzione fra economia cosiddetta produttiva sana e finanza malata, cattiva e dedita alla speculazione. Che la crisi strutturale abbia le sue manifestazioni più spettacolari (e quindi particolarmente adatte alla non cultura dell’apparenza che ci appesta), sempre o quasi nel dominio finanziario è vero, ma che abbia in quello la propria origine profonda è un altro discorso; ancor meno è vero affermare che l’economia cosiddetta produttiva sarebbe sana e l’altra malata come se non vi fosse alcun rapporto fra le due.

Leggi l’intero articolo su Altre Corrispondenze

luglio 8, 2011

Cosa ne pensa NINO DOLFO

(Da “Brescia oggi” del 3 luglio 2011)

La morte è la fine del racconto. Forse è per questo che oggi essa anticipa le esequie, proprio perché c’è poco da dire o forse si è tentati di non raccontare più nulla. Per sfinimento o nausea. L’affabulazione percorre avanti e indietro una strada a doppio scorrimento sui cui transitano flussi di parole, pensieri ed emozioni. Un’arteria vitale della comunicazione, sia ad alta velocità che cammellata. E la Bibbia e i Vangeli costituiscono una riserva aurea di storie piene di cassetti segreti. Ancora tutte da raccontare. Storie, che anche se dimenticate o rimosse, resistono allo scarto e contengono il profilo della nostra identità culturale.

Ho letto “10 buoni motivi per essere cattolici” (Laurana Editore, pp. 137, euro 11,90) e mi trovo scosso. Le buone letture sono come degli schiaffi salutari, delle cariche di energia. A parte il titolo, un po’ apodittico, il libro è coraggioso, perché affronta un tema che i più ritengono fuori catalogo. Per molti di noi il termine “cattolico” è esangue di senso. Come un’affermazione generica: tipo «bipede, di razza caucasica…». Il cattolicesimo rimane una religione diffusa quanto sconosciuta. E che cos’è questa religione? Una narrazione, un insieme di narrazioni su una storia d’amore difficile, quella tra il creatore e le creature.

Proprio per questo ci garba che gli autori del volume siano due noti scrittori, Valter Binaghi e Giulio Mozzi, che non hanno nessuna finalità teologica o catechistica, non devono servire né disobbedire ad alcuna gerarchia ecclesiastica. Binaghi e Mozzi (ai due si aggiunge Tullio Avoledo con una prefazione altissima), sono scrittori, narratori di storie, che ci raccontano come quella storia (sacra) sia la storia di tutti noi, credenti e non credenti.

E senza enfasi dottrinaria, semmai solo fornendo un piccolo kit di soccorso per l’esegesi del testo, ci parlano di amore, perdono, incarnazione, dimostrando che davanti alla morte la fragilità umana di Gesù è meglio dell’eroismo filosofico di Socrate, senza lasciarsi trascinare dall’euforia trionfante, perché «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta».

Si dice che l’inferno sia vuoto, ma il Male è sempre al lavoro. Un libro da lasciare a bagnomaria nella mente.

luglio 7, 2011

INIZIAZIONE AL FILOSOFARE di V. Binaghi

FILOSOFIA. Corso di sopravvivenza
di Girolamo De Michele
Edizioni “Ponte alle Grazie”

Il volume è inserito in una collana di saggi dedicati alle principali discipline coltivate nella scuola italiana, e come gli altri reca il sottotitolo: “Corso di sopravvivenza”. L’idea è quella di far emergere il carattere “vitale” oltrechè formativo delle materie di studio che, quando perseguite nel modo indicato, dovrebbero non solo radicarsi nella situazione esistenziale del discente ma soprattutto aiutarlo a interpretarla, prima ancora di fornirgli strumenti adeguati a comprendere il mondo. Dunque un libro come questo vorrebbe essere un’iniziazione alla filosofia più che una delucidazione dei suoi metodi e una sintesi storica di autori e correnti (ma, in effetti, riesce ad essere anche questo), rivolto non solo a studenti e insegnanti ma anche e soprattutto a chi la filosofia ha evitato come una materia esclusa dal proprio curricolo scolastico e invece della filosofia come sguardo sul mondo avrebbe un gran bisogno. L’iniziazione è qualcosa di diverso da una semplice introduzione: essa è possibile solo suscitando nei discenti una passione autentica per l’esperienza del filosofare, cioè la percezione che, giunto alla soglia di questo sapere, ciò che lo attende non è solo la possibilità di un arricchimento “utile” e “interessante”, nè tantomeno una certa quantità di informazioni, ma qualcosa di essenziale e addirittura “necessario”, capace di salvargli la vita, se è vero che a perdere un essere umano contribuisce più il naufragio nell’insensatezza che l’indigenza materiale.
Dunque, diciamo subito che l’obiettivo è raggiunto. De Michele può svolgere questo ruolo di “maestro d’iniziazione” perchè, come ci si accorge facilmente già dopo le prime venti pagine del libro, oltre che scrittore brillante è filosofo prima che professore di filosofia, e quando dico “filosofo” non intendo un topo di biblioteca che conosce tutta la letteratura critica su un argomento e scrive libri con altri libri, ma un pensatore capace di far fruttare il pensiero altrui nel proprio, e di declinarlo in un linguaggio che è insieme quello della narrazione e quello della teoria, ovvero di renderlo riconoscibile a una mente giovane o ignara di studi senza tradirne la profondità.
Personalmente, non solo approvo questo tentativo (e un po’ invidio De Michele: un libro del genere avrei voluto scriverlo io, prima o poi, però sinceramente non credo che avrei potuto fare di meglio), ma ritengo che la sospirata e sempre disattesa vera riforma della scuola italiana dovrebbe cominciare da qui. Ovvero dal selezionare insegnanti che siano effettivamente maestri di un arte, più che semplici eruditi quando non stanchi ripetitori. Troppi professori di scienze incapaci di trasmettere un autentico spirito d’indagine, troppi professori di lettere capaci solo di calare il preservativo della filologia sulla fertilità del testo e privi di qualsiasi talento per la scrittura, troppi professori di lingue che somministrano un lessico anzichè attirare l’alunno nell’orbita di un parlare che è prima di tutto un vivo sentire e una cultura diversa dalla propria. Il risultato è decadenza e noia, su cui la ridefinizione dei curricoli e i tagli di spesa della Gelmini fungono da definitiva mummificazione del cadavere.
Naturalmente, poichè non si può insegnare a nuotare senza entrare in acqua e muoversi secondo un proprio stile, De Michele ha una propria rotta di navigazione, un suo percorso filosofico a partire dal quale può insegnare a filosofare innanzitutto con l’esempio. E’ un percorso ben riconoscibile, che valorizza soprattutto il problematicismo dei dialoghi platonici e l’averroismo medioevale per trovare il proprio baricentro ontologico in Spinoza, nella dialettica marxista e in quello spinozismo sui generis che è il pensiero “rizomatico” di Gilles Deleuze. Si tratta di una delle grandi direttive del pensiero occidentale, che le categorie tradizionali definiscono nei termini del monismo dinamico ma che alla luce di una riflessione più recente si può descrivere come una risoluzione del soggetto nel sistema reticolare e multiverso della possibilità, il cui esito utopistico potrebbe prefigurare una mente collettiva (Averroè è sempre sullo sfondo) in perenne evoluzione.
Per un personalista convinto come me, questa filosofia rappresenta l’esatta antitesi con la quale però il confronto costante è necessario, perchè è da questo confronto che la nozione del soggetto personale riemerge ogni volta depurata da tentazioni mitologiche.
Così, sono doppiamente grato a Girolamo De Michele per questo libro.
Innanzitutto perchè dimostra che l’arte (filosofica) è viva in questo paese e la scuola ha ancora speranza di riscattarsi dal degrado burocratico e culturale che la minaccia e l’avvolge, visto che non manca di maestri.
In secondo luogo, perchè la mia personale via alla ricerca e alla speculazione trova nel suo modo di filosofare un avversario che è più prezioso di un sodale, visto che mi ostino a coltivare la concezione di una dialettica che è confronto sportivo, riconoscimento reciproco e reciproco arricchimento, e in questo paese dominato da istituzioni esangui e conventicole autoreferenziali non smetto di cercarne conferma.
So già che con De Michele questa dialettica è e sarà onorevolmente possibile.

luglio 6, 2011

CHI VUOLE IMBAVAGLIARE LA RETE?

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 6:17 pm
Tags: , ,

Riemergo dopo una settimana di sospensione del mio servizio ADSL (ho cambiato gestore, e i tempi sono quelli), giusto in tempo per l’attesa decisione dell’AGCOM in merito alla possibilità di oscurare siti Internet che violino il copyright, sulla base di semplici segnalazioni di utenti.
Una sentenza fortemente voluta dal governo di centro-destra, vista la notoria avversione dei berluscones per la Rete e la recente sberla che i referendum gli hanno dato, dimostrando per la prima volta che la mobilitazione sul Web può superare il messaggio televisivo.
Ma qual è il merito preciso della questione? L’ha riassunto perfettamente ieri Stefano Rodotà su “Repubblica”:

Il punto chiave della delibera riguarda il potere che l´Agcom assumerebbe di oscurare, anche in via cautelare, con un semplice procedimento amministrativo e senza le necessarie garanzie, l´accesso a siti e servizi web per presunte violazioni del diritto d´autore.
Bisogna dire subito che il modello tradizionale del diritto d´autore sta strettissimo alla rete, ne ignora le caratteristiche. Un legislatore consapevole dovrebbe in primo luogo prendere atto di questo dato di realtà, partire dalla premessa che la Rete è un luogo di condivisione del sapere, che il diritto di manifestazione del pensiero ha trovato strade nuove, sì che provvedimenti puramente repressivi legati ai vecchi schemi concretamente possono diventare uno strumento che, con il pretesto della tutela del diritto d´autore, introducono una nuova e inammissibile forma di censura.
Non si nega la necessità di dare tutele alla creazione artistica, di perseguire i comportamenti illegali. Ma non si può entrare nel futuro con la testa rivolta al passato. Abbarbicati a un modello di diritto d´autore di cui pure i liberisti contestano ormai l´efficienza, non vogliamo renderci conto che oggi il vero tema è quello che Lawrence Lessig ha chiamato “il futuro delle idee” nel tempo di Internet, legato alla diffusione delle tecnologie digitali, alla generalizzazione delle pratiche di condivisione del sapere, alle nuove modalità di creazione rese possibili dalla Rete. E ricordiamo pure che due anni fa il premio Nobel per l´economia è stato attribuito a Elinor Ostrom proprio per i suoi studi sulla conoscenza come bene comune, e che qualche settimana fa all´Onu è stato presentato un documento che definisce l´accesso a Internet come un diritto fondamentale d´ogni persona.

Pare che dopo la manifestazione notturna di ieri l’AGCOM abbia procrastinato la decisione (inizialmente attesa per oggi 6 luglio) a settembre. Per ora sarà presentato “solo” un nuovo schema di regolamento, come annuncia il Presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò , che evidentemente non può ignorare le assordanti proteste levatesi nel paese.
Piccola e parziale vittoria, la guerra è ancora tutta da vincere e – attenzione! – la questione di principio è perfino più importante di quella di fatto. Come scriveva ieri Rodotà, nell’articolo già citato:

Si può ammettere che in una materia cruciale per l´assetto delle libertà e dei diritti, per lo sviluppo complessivo e le dinamiche della società, le regole vengano da una autorità indipendente? Questo è materia di stretta competenza del Parlamento, che non può sfuggire ad una responsabilità davvero di natura costituzionale. Inammissibile, comunque, è la pretesa di imporre sanzioni con un semplice provvedimento amministrativo quando sono in questione diritti fondamentali, cancellando una competenza propria della magistratura, come prevede la Costituzione e come ha ricordato in Francia il Conseil constitutionnel, dichiarando illegittima una norma che affidava ad una autorità amministrativa, e non ai giudici, la competenza in materia.

luglio 1, 2011

Cosa ne pensa FABIO BROTTO

I 10 motivi vorrebbero avere una forza di universalità, ma rimangono legati a due vite particolari. Forse però proprio in questo testimoniano anzitutto la difficoltà che attraversa chiunque oggi aspiri ad essere integralmente cattolico mantenendo la più totale libertà intellettuale.
I 10 motivi hanno indubbiamente anche la natura di una polemica. La polemica è anzitutto rivolta contro il milieu culturale italiano. Contro la visione dominante tra giornali, riviste, case editrici, televisioni ecc., per cui il cattolicesimo sarebbe un residuo del passato, una retroguardia sotto tutti gli aspetti. Ma è vero quello che si dichiara qui, che “essere cristiani cattolici sia oggi, in Italia, la più radicale diversità sperimentabile”? Un anticlericale direbbe che questo non si può sostenere quando non c’è edizione dei TG che non citi un discorso o un’attività del papa; quando non si riesce a fare una legge sulla convivenza tra persone dello stesso sesso o sul testamento biologico. Ma qui occorrerebbe distinguere gli ambiti e i livelli e fare un discorso ampio. Quello che è sicuro è che tra gli intellettuali i cattolici sono una minoranza.

Leggi l’intero articolo su Brotture

Theme: Rubric. Blog su WordPress.com.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 35 other followers