Doctor Blue and Sister Robinia

luglio 24, 2011

IL PROTOTIPO DELLA CAROGNA: IL FONDAMENTALISTA di V. Binaghi

Certo avrei preferito non scriverne a margine di un evento clamoroso come il massacro di Oslo, ma quanto sto per dire è la naturale prosecuzione di una serie di post iniziata qualche settimana fa, sull’ipotesi che le attuali posizioni di pensiero sembrino difficilmente evitare l’alternativa tra la carogna (cioè la coazione a ripetere una forma culturale defunta) e il parassita (affrettarne la decomposizione, ma tutto sommato vivere di quella).
Gli ultimi due brani che ho postato (Zizek e De Benedetti), mostrano a mio avviso con straordinaria chiarezza come il pensiero liberale per un verso e il marxismo per un altro abbiano rappresentato gli elementi di dissoluzione dell’ultimo ordine sociale e culturale che l’occidente ha conosciuto, ossia il cosiddetto Ancien Regime: quella gerarchia che si fondava da un lato sul possesso della terra e sul monopolio della forza legittima, e dall’altro sulla teologia di un cristianesimo divenuto istituzione, capace di trasporre l’aspirazione al riscatto degli oppressi in una dimensione trascendente e quindi di legittimare l’ordine sociale medesimo.
L’interprete principale di questo processo di dissoluzione, cioè la borghesia, ha rifiutato insieme al limite dell’ordine economico e sociale precedente anche la frugalità e i vincoli comunitari che ne derivavano, dando origine ad un’espansione produttiva illimitata attraverso il modello industriale, e a una risoluzione dei rapporti sociali nell’ambito di una tecnica (ingegneria della felicità) che prevede la globalizzazione dell’orizzonte e almeno come ideale teorico la promulgazione universale dei diritti individuali, in un contesto politico democratico. Da questo punto di vista il marxismo, ben lungi dall’essere il contrario del liberalismo, ne è semplicemente il “correttore”, cioè si preoccupa di realizzarne pienamente le intenzioni dichiarate, che nel liberalismo restano mera ideologia in quanto praticamente negate dalla sussistenza della proprietà privata, dallo sfruttamento del lavoratore e dallo Stato di polizia che di questo “disordine stabilito” è il gendarme.
E’ facile mostrare che in effetti il progresso verso la democrazia e il trionfo dell’agire tecnico hanno prodotto in realtà la desertificazione del significato e della moralità, come non poteva non accadere per un sapere disancorato da un criterio di giudizio e per una giustizia disancorata da una nozione del bene (ancoraggi sistematicamente rifiutati in quanto colpevoli di bloccare l’inarrestabile movimento verso l’atomizzazione individualistica e la mercificazione dell’essere con il relativismo che ne consegue).
Il fondamentalismo religioso, esattamente come il fascismo politico, rappresenta il tentativo disperato di rifiutare questo movimento, opponendovi l’ossessione di una “forma” storicamente superata, che ha smesso da molto tempo di esprimere pulsioni vitali e che somiglia piuttosto a un cadavere sottoposto a cosmesi, o a quello che Furio Jesi chiamava un “mito tecnicizzato”. Per quanto essi facciano largo uso di espressioni come “ritorno alla tradizione” o “difesa dei sacri principi”, essi rappresentano piuttosto una perversione della tradizione e una profanazione della sacralità, quale si realizza nel fenomeno dell’idolatria. E dal momento che l’idolo non è affatto in grado di soddisfare le aspirazioni al significato vivente, esso va imposto con la seduzione (la promessa del ritorno ai privilegi perduti) o con la violenza.
Oggi, dopo i tremendi fatti di Norvegia, non mancheranno le consuete operazioni di sciacallaggio che identificando il fondamentalismo con la tradizione religiosa tout court indicheranno come unica via al progresso umano un’ulteriore accelerazione verso la rimozione degli ultimi residui del pensiero religioso. Esse verranno sia da destra (cioè da coloro che sistematicamente hanno fatto passare l’equazione Islam=Al Qaeda per imporre uno stato di polizia planetario) che da sinistra (dove è ancora fresco il ricordo delle topiche prese quando si definivano i BR “compagni che sbagliano”, visto che si è voluto reiterare il medesimo doppiopesismo nella strenua difesa di Battisti dalle grinfie della giustizia italiana).
Poichè la tradizione (a meno che non riguardi i propri ascendenti politici) è sempre bollata come sinonimo di protofascismo, l’unica tradizione che piace ai progressisti di destra e sinistra è quella fatta a pezzi dal modernismo nelle sue varie forme: riveduta e corretta in base a una delle numerose lobbies intellettuali, sessuali, misticheggianti o nutrizioniste che chiedono un riconoscimento giuridico o anche solo culturale. In effetti, il concetto di “tradizione” serve proprio per custodire un messaggio che si ritiene intangibile da queste forme di cannibalismo. Non perchè le varie soggettività non debbano essere riconosciute nelle loro aspirazioni alla pienezza dei diritti personali, ma perchè la storia è qualcosa che si eredita e si rilancia in avanti, senza che si debba ri-definirla in modo più “politicamente corretto”. Che è quello che fa la Murgia, per esempio, in “Ave Mary”, dove della immagine mariana si limita a cogliere quel che risulta psicologicamente inaccettabile a una femminista di oggi, e riproponendo una litania modernista di scarsisissima originalità.
Ma la “tradizione” è esattamente il contrario della ripetizione pedissequa di forme culturali. E’ il procedere e l’espandere, allargando via via il raggio del vivibile e del comprensibile, senza perdere di vista la centralità di un messaggio spirituale, che svela via via nuovi significati e applicazioni senza rinnegare la propria origine. La tradizione cristiana, in particolare, è esattamente il contrario dell’ideologia: essa non ha mai preteso di fornire una ricetta definitiva e scientifica per l’ordine temporale (ossia socio-economico), a differenza di ciò che è accaduto con le sue perversioni ereticali, da Thomas Muntzer in poi. Il contenuto della tradizione cristiana non è un corpo dottrinale ma un corpo risorto, quello di Gesù Cristo. E’ dalla possibilità di morire e risorgere del Figlio dell’Uomo che dovrebbe partire, chi vuol meditare sul carattere non teorico ma simbolico (e quindi inesauribile) della tradizione cristiana, la cui paradossale verità respinge sia gli idolatri del passato che i devoti del nulla.

13 commenti »

  1. “Il contenuto della tradizione cristiana non è un corpo dottrinale ma un corpo risorto, quello di Gesù Cristo”.
    Anche il resto del post è interessante, ma questa è una di quelle frasi che ti fanno venir voglia di dire: “E non aggiungo altro!”. Un saluto cordiale.

    Commento di Marcello Teofilatto — luglio 24, 2011 @ 1:54 pm | Replica

  2. Di questo pezzo di bravura ho fatto tam tam via FB…

    Commento di lycopodium — luglio 24, 2011 @ 5:02 pm | Replica

  3. Grazie a entrambi. Sto solo provando a interpretare i segni dei tempi.

    Commento di vbinaghi — luglio 24, 2011 @ 5:25 pm | Replica

  4. Non sono nelle condizioni di esercitare un commento a questo post perchè considera molto criticamente gli eventi storici,che,comunque dimostrano a distanza di tempo la loro debolezza costruttiva.Oggi,mancando un orizzonte ideologico che possa rispecchiare le necessità sociali,politiche economiche,direi anche religiose,delle famiglie.dei giovani,si ricorre,per cautelarsi,da fascismi di vario genere,alla tradizione che dovrebbe essere generatrice di nuovi impulsi sociali.Le tradizioni possono operare a livello di smbolo,ma la società dovrebbe trovare in se stessa la capacità di rinnovarsi con nuove strategie che ricostruiscano i valori del consenso sociale distrutto dalla modernità

    Commento di alfredopetrone — luglio 24, 2011 @ 9:12 pm | Replica

  5. La carogna di Oslo, armata di una pistola e di un fucile automatico,
    ha massacrato oltre 90 persone sull’isola di Utoya, muovendosi in trance come un berseker, un guerriero lupo dell’Europa arcaica. Si potrebbe osservare che si tratta della ripetizione di una modalità di azione criminale arcaica, culturalmente quasi-defunta.

    Raccontano che il “cacciatore di marxisti” ha sparato sulla folla di giovani laburisti per più di un’ora, colpendo alla testa i feriti o coloro che si fingevano morti, mitragliando chi si lanciava in acqua per fuggire: «Ho sentito urla. Ho visto gente che chiedeva pietà, ho sentito tanti spari, anch’io ero sicuro che sarei morto», racconta Kursetgjerde, 18 anni, che si è nascosto fra le piante, è fuggito a nuoto ed è stato soccorso da una barca.

    Quello che pare davvero singolare è che non uno delle centinaia giovani, nel pieno vigore della forza fisica, abbia reagito con qualche forma di autodifesa cercando con qualche atto di forza di disarmare il folle e impedire che avvenisse una strage di quelle proporzioni. Eppure erano tantissimi, giovani e forti. Come è potuto avvenire ?

    Sorge un’ipotesi spaventosa, e che cioè che nel regime delle buone maniere , dove il desiderio viene ridotto a gestione ottimale dei bisogni, l’istinto più elementare, quello della sopravvivenza, si ottunde, se non estingue del tutto, per cui sembra non restare altro che chiedere, educatamente, pietà all’assassino in preda all’aggressività distruttiva.

    P.S. Paradigmatico, a tale proposito, è forse il simbolo del Nordic Battlegroup della nuova forza di reazione rapida europea operativa dal 2007, raffigurante un leone senza palle, castrato al computer dai burocrati europei a seguito della protesta di un gruppo di soldatesse svedesi, che si erano rivolte alla Corte Europea di Giustizia aprendo una vertenza politicamente corretta per discriminazione sessuale. Il leone capponato del logo delle forze armate di reazione rapida europea risulta né maschio nè femmina, ma brandisce un inutile spadone.

    v. http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_16/soldatesse_svezia_ef4eee44-aba0-11dc-9018-0003ba99c53b.shtml

    Commento di Gianni De Martino — luglio 24, 2011 @ 9:17 pm | Replica

  6. Bhè, a occhio e croce 500 a 1 è la stessa proporzione che c’era nei lager nazisti tra SS e prigionieri, o tra gli incursori vichinghi e mori e i cittadini inermi delle città costiere depredate. Vuoi vedere che il leone castrato non c’entra nuilla, e c’entra molto di più il fatto che attaccare a mani nude un uomo armato fino ai denti, dotato di una forza e una muscolatura notevoli (assumeva steroidi da parecchi anni), il tutto sommato al panico per l’improvvisa situazione (i ragazzi si son trovati catapultati da una pacifica riunione a uno scenario da Seconda Guerra Mondiale!) non è una cosa così semplice?

    Commento di francesco — luglio 25, 2011 @ 11:58 am | Replica

  7. la fine è insita nell’inizio? i protestanti che per motivi religiosi non potevano accumulare denaro, hanno iniziato a investire i capitali in opere, producendo così altro denaro da reinvestire…. (si deve a un dogma della religione la nascita del capitalismo e la sua stessa morte imminente?).

    Commento di lorella — luglio 25, 2011 @ 2:59 pm | Replica

  8. Lorella.
    Il rapporto tra etica protestante e sviluppo capitalistico (teorizzato più di un secolo fa dal sociologo Max Weber) lo trovi spiegato benino qui
    http://it.wikipedia.org/wiki/L%27etica_protestante_e_lo_spirito_del_capitalismo

    Commento di vbinaghi — luglio 25, 2011 @ 6:24 pm | Replica

  9. lo conosco.Ed è a quello che mi riferivo. lei cosa ne pensa?

    Commento di lorella — luglio 25, 2011 @ 7:52 pm | Replica

  10. bel pezzo! ^^

    Commento di cooksappe — luglio 25, 2011 @ 8:46 pm | Replica

  11. @Lorella
    Penso che abbia sostanzialmente ragione, soprattutto in riferimento al calvinismo.

    Commento di vbinaghi — luglio 25, 2011 @ 9:01 pm | Replica

  12. Grazie walter e, senza tirarla per le lunghe evitando citazioni, vorrei chiederle: se il protestantesimo sta al capitalismo nei suddetti termini, si può dire anche per la pratica delle indulgenze plenarie del cattolicesimo e facilità di corruzione nelle società sottoposte alle forti influenze della chiesa? lorella

    Commento di lorella — luglio 25, 2011 @ 9:39 pm | Replica

  13. Quella, per come si è trasformata nel tempo, è una sorta di gestione burocratica della grazia. Più che al capitalismo in senso economico fa pensare al declino del dono nella pura e semplice amministrazione, che è un aspetto del potere. Ivan Illich ha scritto cose importanti su questo, nell’ultimo libro che è un po’ il suo testamento spirituale.

    Commento di vbinaghi — luglio 26, 2011 @ 12:00 am | Replica


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