“L’uomo è un problema che non ha una soluzione umana”, scriveva Nicolas Gomez De Avila.
Sarà per questo che tutti i tentativi di assorbirlo nella sua zolla di nascita (i determinismi dell’ambiente, della condizione economica, della genetica) finiscono per distruggerne la costituzione morale, la sua volontà di forma e di destino.
La trascendenza dal presente e la fede nell’immortalità hanno guidato per millenni l’avventura umana, consegnandoci opere destinate a durare, che oggi non siamo più capaci nemmeno di concepire, e non parlo solo delle piramidi o delle cattedrali.
L’illuminismo borghese, che avrebbe potuto essere uno di quei salutari momenti critici, capaci di spazzar via concrezioni idolatriche e restituire allo spirito la sua creatività, si è trasformato in una coazione a ripetere, che fa della negazione il suo unico atto ossessivo e autodivorante.
Il carattere presunto “progressista” consiste ormai unicamente nell’elaborazione di una mitolatria del soggetto, composta di narcisismo e vittimismo in ugual misura, il cui carattere demistificatorio è in realtà puramente risentito e denigratorio, vivendo parassitariamente di ciò che afferma di combattere. Un esempio: la chiesina atea dello UAAR, che fa del cristianesimo il responsabile dei mali del mondo e incita ossessivamente allo “sbattezzo”, come gesto liberante e propiziatorio, senza accorgersi di ripudiare il rito per scadere nel ridicolo dello scongiuro.
Nessuna autocritica di fronte al clima sempre più evidentemente depressivo che circonda le giovani generazioni, alla pochezza delle manifestazioni artistiche e politiche in genere, ridotte allo statuto vittimario di lobbies inferocite, che chiedono maggiore riconoscimento e procedono nella disintegrazione del corpo sociale. Manca il coraggio di ammettere che la democrazia così intesa è solo un altro nome per ciò che normalmente s’intende come nichilismo, e che Nietzsche definiva come l’epoca dell’”ultimo uomo”
In questi giorni è tutto un via vai di articoli giornalistici, manifesti programmatici, associazioni generazionali di gente di cultura e operatori dell’editoria, che si propongono di moralizzare l’ambiente e dirottare energie pubbliche e private dal becero consumo all’arte “impegnata” e di qualità. Sono i TQ, un gruppo di intellettuali Trenta-Quarantenni, tra cui si possono riconoscere alcuni scrittori, editors e blogger che godono di già ampi spazi nel Web e altrove, in quanto appartengono all’unica area ideologica cui si riconosce (anche da parte dei maggiori media) una vera e propria posizione culturale. Avranno ancor più visibilità, completata la procedura del reclutamento, ma non è questo il problema e non è neanche una novità.
Sono trent’anni buoni che assistiamo alla nascita di queste parrocchie che spacciano il proprio perimetro ideologico per i sogni di un’intera generazione.
In realtà si tratta di autopromozione. Di sè e dei propri sodali. Di un “politicamente corretto” nel fare scrittura, editoria, cultura e spettacolo. Sperando nel consenso e nello sfruttamento della militanza gratuita di un pubblico potenzialmente ampio, quello dei lettori “de sinistra”.
E’ dalla fine del movimento che poteva ancora credersi rivoluzionario (cioè dal ’78 o giù di lì) che le conventicole intellettuali della galassia pseudo-radicale si comportano così. Il ragionamento è più o meno sempre quello: noi siamo i buoni, abbiamo provato a cambiare il mondo, se non è riuscito non è colpa nostra. Adesso potremo pure averne un po’ di rendita, in termini di credibilità e visibilità nell’inferno capitalistico, in quella nicchia dove si fabbrica l’unico prodotto per cui il concetto di merce vale e non vale, cioè quello culturale, o no?
Così gli ex direttori di Lotta Continua sono diventati anchorman, Attila uno scrittore di successo, i fuorusciti dai centri sociali presidiano le case editrici e i blog alla moda. Ma prima lo facevano da singoli, la novità è che in gruppo e meglio, chiedendo addirittura di rappresentare un’intera generazione anzi due. Sotto un marchio che non essendo quello di una Chiesa o di un Partito può somigliare solo a quello di una loggia massonica.
Il cortocircuito sta proprio nella relazione tra “soggetto” e “oggetto” del discorso. Chiedere maggiore attenzione, risorse e spazi pubblici per ciò che ha uno spessore artistico più evidente del mero prodotto d’industria culturale, implica un criterio e un interesse pubblico. Se a stabilire il medesimo sono redattori di case editrici, riviste o blog e scrittori che già attualmente si collocano in un perimetro di vedute e di relazioni ben definito, a volte ai limiti del settarismo (per esempio avete mai provato a spiegare ad Andrea Inglese, firmatario dei manifesti, che un cattolico può essere qualcosa di diverso da un cameriere di Ratzinger?), la “pubblicità” del discorso tracima nell’alveo della preferenza ideologica. Infatti l’aspetto generazionale del TQ è cosa abbastanza risibile, rispetto alla sua identificazione culturale, che è la solita, cioè quella che già attualmente spadroneggia negli spazi web e editoriali “di qualità”: la qualità sono loro, lo sappiamo da tempo.
Si tratta di operazione “egemonica” nel senso gramsciano, molto più che di un contributo all’estetica e all’etica della trasparenza, su cui sono sicuro che il “reclutamento” manifesterà criteri di selezione anche ben diversi da quello generazionale (basta leggere l’intervista del transfuga Antonelli ad Affaritaliani per intuirlo, quando dice che il TQ a proposito dell’attività culturale e pubblicistica “individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica”).
Mi spiegate cosa c’è di diverso da quello che io vedo quotidianamente da trent’anni a questa parte, da Alfabeta a Nazione Indiana?
Ora vorrei dire a questa nutrita pattuglia (tra cui ci sono anche diversi scrittori per cui ho personale stima): voi siete la malattia di cui credete di essere la cura.
Lamentate l’esiguità dei lettori italiani che cercano “la qualità” a fronte delle orde di consumatori di Moccia, thriller svedesi e Melissa P e chiedete spazi e denaro pubblico per un’editoria protetta, che preservi l’impegno anticapitalistico e lo sperimentalismo nell’arte non sacrificata all’onnipotenza del mercato.
Ma non vi passa mai per la testa che avete i lettori che vi meritate? Ancor più chiaramente, che la presunta complessità e la ricercatezza di cui vi ammantate nasconde un tale vuoto d’anima, una rappresentazione nichilistica e umiliante dell’essere umano, una incapacità di offrire all’uomo visioni di futuro, che non può che respingere chi ancora non ha contratto lo stesso morbo? Perchè i miei nonni con la terza elementare leggevano Manzoni e Tommaso Grossi e un perito elettronico di oggi chiude Moresco (o uno qualsiasi degli autori per cui strillate al capolavoro) a pagina 17?
La storia ridotta al cannibalismo degli antagonismi economici, l’amore alla negoziazione sessuale, l’opera alla superfetazione di un corpo e di una lingua senza soggetto, questo è quello che offrono le vostre rappresentazioni artistiche, e vi stupite che chi tiene più alla vita che all’estetica della decadenza preferisca letteratura di basso consumo con tanto di lieto fine?
Basta considerarne le conseguenze sulla psicologia dell’attuale generazione per accorgersi di quella che Henri J.M. Nouwen chiama “la paralisi dell’uomo nucleare”, il quale “ha perduto il senso della propria creatività, che sarebbe poi il senso dell’immortalità. L’uomo, quando non sa più guardare oltre la propria morte, mettendosi in rapporto con ciò che giace oltre lo spazio e il tempo della propria esistenza, perde il desiderio di creare e l’eccitazione di essere uomo”.
E’ questo, cari miei, il problema fondamentale, e non istituire riserve protette per lo scrittore o l’editoria post-moderna.
Per fare quel che dite di voler fare, cioè rinnovare le patrie lettere e dare una nuova moralità al circuito culturale dovreste cominciare da voi stessi, rinnegando una visione del mondo che è umiliazione dell’uomo e suicidandovi come militonti e settari per rinascere come persone.
Non lo farete, e al posto del berlusconismo in declino ci offrirete l’ennesima versione di un politically correct sterilizzato da ogni autentica pulsione vitale: la cosmetica del cadavere, prima di consegnare al sepolcro il caro estinto, cioè quella che fu un tempo la scommessa europea, nata dal felice incontro di Atene, Roma e Gerusalemme e oggi moribonda tra i diktat della finanza internazionale e il globalismo dell’accidia.

Sarò via per una settimana, senza computer nè collegamento.
Potrò rispondere ad eventuali commenti non prima di giovedì prossimo.
Commento di vbinaghi — luglio 29, 2011 @ 10:35 am |
Per ora, il mio commento si riduce solo a un applauso. Hai scritto tutto ciò che penso da anni.
Commento di The Daxman — luglio 29, 2011 @ 2:44 pm |
Prof Binaghi non ero a conoscenza del nuovo logos TQ i cui componenti cercano di aprire un varco nelle tenebre attuali della nostra società.Non sono all’altezza di seguire le sue critiche che presentano aspetti multidimensionali,partendo da ciò che l’uomo è stato con la sua creatività e desiderio di affermarsi quale essere proiettato in uno spazio non corporale,per giungere all’uomo di oggi mercantilista spumeggiante un nichilismo che la società osserva con preoccupazione ,ma anche con attenzione.Ora passo ad un altro logos SNOQ che diversamente,non progetta rivendicazione di un uomo nuovo che non c’è,ma meno ambiziosamente tenta di ricucire gli strappi etici e sociali che ci bruciano Qualche sua osservazione al riguardo perchè le sue osservazioni partono da lontano porgendo.,almeno a me,riflessioni composite che aiutano a capire
Commento di Alfredo Ettore — luglio 29, 2011 @ 4:05 pm |
“..voi siete la malattia di cui credete di essere la cura…”
scrivi così, ed esecri l’operato dei TQ,
ma non è che rischi di fare lo stesso gioco dei TQ, una parrocchia contro il resto del mondo (culturale)?
i toni e i concetti con cui i TQ si esprimono sono del tutto simili a quelli di questo tuo post;
non ho nulla da dire a favore dei TQ ma anche nulla contro, stessa cosa nei tuoi riguardi;
prese di posizione come quella dei TQ – o la tua – sono a priori apprezzabili; fungono da stimolo a una sana dialettica;
e d’altronde, non siete i primi, lo fecero già quelli della scuola di Francoforte, coi risultati che tutti conosciamo;
certo, gli intellettuali in questione non saranno all’altezza di Adorno ma ciò è sufficiente per precludere ad altri di fare come lui?
non credo.
l’ambiente di chi scrive – a vario titolo – è probabilmente quello in seno a cui più che negli altri vige meno solidarietà;
fenomeni come quello dei TQ ce ne sono stati e ce ne saranno, così come anche iniziative di singoli, come la tua;
io dico semplicemente: qual’è il problema? non condividi la loro posizione? ok, ci può stare, e ci sta, ma perchè muovergli guerra?
tanto varrebbe istituire una commissione di vigilanza che vigili e vagli le buone motivazioni di singoli o privati;
commissione altrimenti nota come ‘censura’;
a conclusione, lascio l’esempio di questi due signori:
http://estatesammartino.splinder.com/tag/ezra+pound
con stima
cartabaggiana
Commento di cartabaggiana — luglio 30, 2011 @ 9:06 am |
Valter, leggo il ritratto che fai delle persone riunite in Tq; e penso a loro, a quelli e quelle tra loro che conosco, con cui ho lavorato, eccetera; e mi sembra che tu stia parlando di tutt’altre persone. Più esattamente: che tu stia proiettando su tutto un gruppo un’immagine che si attaglia forse a qualcuno dei componenti.
Commento di Giulio Mozzi — luglio 30, 2011 @ 9:12 am |
Ho letto solo sui quotidiani relativamente al manifesto dei TQ. Ora vedrò di leggere e capire meglio online. Di primo acchito non mi sembrava un’iniziativa da condannare. Almeno nei principi essenziali. Approfondirò…
Commento di eletta senso — luglio 30, 2011 @ 12:48 pm |
Pur non essendo credente, condivido in pieno il pensiero di Binaghi. Grazie.
Commento di Massimo — luglio 31, 2011 @ 3:03 pm |
Rieccomi dopo qualche giorno di campagna.
Dunque, vorrei dire a Giulio Mozzi, a Cartabbaggiana e a tutti quelli che hanno avuto la bontà di starmi a leggere, che per me il punto vero non sono i TQ o meglio mi sembrano solo l’ultimo esempio di un malcostume intellettuale cui assisto da trent’anni, e che porta operatori culturali di sinistra, estromessi dalla politica che conta ma assolutamente egemoni nel milieu culturale (editoria, università, pagine culturali dei quotidiani di destra e sinistra, blog alla moda) non solo ad assumere uno statuto vittimario e fare comunella per esigere maggiori spazi ma soprattutto (e questo è il peggio per me) a farlo in nome di una superiorità intellettuale tutta presunta, un guscio che avvolge il nulla.
La loro arte, la loro critica, la loro saggistica, privata di una prospettiva autenticamente rivoluzionaria e quindi della carica utopica che ancora sorreggeva scrittori degli anni Sessanta (Vittorini, per esempio), si è talmente allontanata dalla capacità di rappresentare l’uomo integrale, lo spirito e la comunità, la storia e una civiltà per cui valga la pena di battersi, che risultano ripugnanti al senso comune e giustamente confinati in un ghetto dorato in cui sono destinati a parlarsi addosso.
Negli ultimi ventanni chi, come i cattolici, custodiva una maggiore aderenza alle aspirazioni dell’uomo, ne è rimasto succube, obbligato a confrontarsi con i cascami di un marxismo in declino, di uno strutturalismo senza soggetto, di una letteratura i cui personaggi sono caricature di umanità quando non il trionfo del demoniaco sull’unità della persona e sul suo sentimento comunitario.
Il risultato è che la letteratura che chiede sia rispettato il suo valore primario (cioè la leggibilità) si è rivolta a sottoprodotti di genere (Moccia, Faletti, Melissa P) mentre questi alfieri di un pensiero debolissimo ci hanno propinato uno sperimentalismo onanistico e fuori tempo massimo o la cattiva imitazione di modelli d’oltreoceano (quando la smetteranno i redattori di “Nuovi Argomenti” di giocare a Philip Roth?). Meglio i Wu Ming, che fanno la cosa giusta (anche se forse per motivi sbagliati), cioè cercare una coralità, un respiro epico, per lo più nel romanzo storico, anche se come per tutti i marxisti per loro l’uomo vero non è quello che esiste ma sempre di là da venire.
E comunque, con le conventicole che perseguono ostinatamente il modello dell’egemonia gramsciana senza una rivoluzione in cui credere tranne la rivoluzione come mestiere è ora di dire basta, hanno rotto i coglioni.
E’ ora di rialzare la testa e ricordare loro che l’ultimo scrittore popolare (e non populista) del dopoguerra è stato il Guareschi che questa gente ha bollato come sottocultura, che il decadentismo italiano ha chiuso la sua parabola con il Moravia di “Io e lui” (storia di un uomo che dialoga col suo cazzo) e tutto il resto è liquame, che scrittori popolari degni di questo nome ce ne sono stati (Pomilio, Pontiggia, Tomizza ecc) e ce ne sono eccome (Avoledo, Garlini per esempio) ma essi si guardano bene dal farvi riferimento perchè inassimilabili alle loro logiche seminariali, e che, tanto per non creare equivoci, scrittori “popolari” sono stati a loro tempo Omero e Sofocle, Virglio e Dante, Shakespeare e Goethe, Baudelaire, Manzoni e Dostoevskij, nel senso che hanno rivelato il senso comune di un’epoca a se stesso anzichè disprezzarlo in nome di un’eccentricità che nella maggior parte dei casi è solo sindrome morbosa.
La battaglia, quella vera, non è per contrapporre un clericalismo a un altro. E’ pèer restituire all’arte e all’intelligenza il suo radicamento comunitario e la sua fedeltà all’umano. Se a nessuno interessa, faccio da solo.
Commento di vbinaghi — agosto 3, 2011 @ 7:05 pm |
Interessa eccome, Binaghi. detto da uno motivato almeno quanto te, da uno che non ha particolari motivi per simpatizzare coi TQ et similia;
io sono dell’avviso che tutto fa brodo, e se questi sono signori della cui cultura sono figli Melissa P.&Co, sta a noi impegnarci a variegare e magari migliorare il più possibile l’offerta.
non foss’altro che esperimenti come TG giovano a fomentare spiriti di rivolta come il tuo.
con stima
Cartabaggiana
Commento di cartabaggiana — agosto 5, 2011 @ 12:56 am |
Ma, Valter. Sicuro che le persone presenti in Tq siano “assolutamente egemoni nel milieu culturale”? Io guardo la lista, e non mi pare tanto. Non mi pare che queste persone determinino le scelte di Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli, Gems e quant’altro. Non mi pare che controllino i giornali. Non mi pare che controllino le tv.
Commento di Giulio Mozzi — agosto 4, 2011 @ 7:06 am |
Giulio, letteralmente hai ragione, culturalmente e in senso più ampio sai bene che no. Non si tratta di controllo personale di QUESTE persone ma di partecipazione a una cultura egemone, di cui si godono i frutti. Ti risulta che, a parità di dimensioni ci sia un editore coccolato da critica e media come Minimum Fax? Eppure tra i TQ c’è la redazione in blocco, insieme a un bel pezzo di quella di Nazione Indiana, il blog letterario più seguito della rete. Ostuni non è l’editor di saggistica di Ponte Alle Grazie (Gems)? Cortellessa non è uno che scrive praticamente su ogni giornale o rivista che abbia spazio per la critica letteraria?
Ma il problema non è nemmeno questo. Non sarebbe ora di dire che “la qualità” di cui parlano è un equivoco o una menzogna, e presentarsi come rinnovatori della cultura con Derrida in una mano e Moresco nell’altra è pura e semplice usurpazione?
Commento di vbinaghi — agosto 4, 2011 @ 10:01 am |
“Cari colleghi TQ, i sardi dissentono”
Oggi sul quotidiano Sardegna 24 pp.38-39, con parere anche di MM. Domani qui, on line http://www.sardegna24.net/estate-24 (almeno credo).
Commento di lycopodium — agosto 4, 2011 @ 3:08 pm |
Scusami, una curiosità, Attila chi è?
Commento di Paola Crescentini — agosto 4, 2011 @ 3:25 pm |
Il fiero Capanna?
Commento di vbinaghi — agosto 4, 2011 @ 3:42 pm |
Ah, già.
Grazie per avermi risposto.
Commento di Paola Crescentini — agosto 4, 2011 @ 3:55 pm |
Caro Binaghi
mancando dall’Italia culturalmente e fisicamente da un certo numero di anni, accolsi la possibilitá offerta da internet di potermi aggiornare sul mondo culturale e letterario del mio paese con un certo entusiasmo. Amici italiani mi segnalarono blog come “Il Primo Amore”, “NI” ed altri come luoghi di elaborazione di un linguaggio alto e severo di opposizione civile ed etica. Puó immaginarsi il mio sconcerto quando mi resi di come queste riviste si basavano in realtá su un conformismo politicamente corretto che rifiutava in modo sistematico qualsiasi apertura non dogmatica, come il rigore etico si accompagnasse a facili compromessi nelle scelte delle case editrici con cui pubblicare, dei giornali con cui collaborare, come i toni, la tendenza all’insulto, la rimozione del passato anche piú recente, il tentativo di screditare costantemente l’interlocutore, anche solo un poco critico, sul piano personale, erano, in realtá omogenei alla destra culturale leghista e televisiva, non potevo credere che questi fossero il Parnaso della letteratura italiana di oggi. Eppure era cosí, fino al ridicolo del “Cammina cammina”. La sola cosa che sono riuscito a mietere su NI sono stati insulti. Non mi ritengo tanto importante da esserne offeso, quello che mi ha colpito è stata la frequenza e la sistematicitá del ricorso ad essi o al silenzio sprezzante o alla rivendicazione della superficialitá come una necessitá per la comunicazione. In fondo si tratta nella maggior parte dei casi di operatori del’industria culturale e niente di piú. Quasi tutte le iniziative promosse in questo ambiente sono forme di marketing, L’ideologia professata è quella egemone, quella del mercato fatto natura, il pensiero critico un ammiccamento scialbo. Quello che viene proposto non sono opere sono prodotti. Ma è ancora possibile l’opera? O dobbiamo rassegnarci al prodotto? E se è possibile, a quali condizioni? Leggendo Bolaño mi sono fatto l’idea che i suoi due grandi romanzi rappresentino l’uno la constatazione dell’impossibilitá dell’opera e l’altro la rassegnazione al puro prodotto di mercato. Mi ero illuso che Bolaño fosse un Rimbaud in prosa, ho avuto l’impressione che si sia arreso prima, ad un livello dialettico inferiore..
Insomma i Vari Inglese, Moresco, Buffoni non sono inferiori al compito che è loro affidato, anzi lo svolgono egregiamente, vendono la merce come opera e l’opera come merce, nel solo orizzonte che sembra possibile dopo che si è soppressa la negazione nel piatto autoaffermarsi dell’identico.
genseki
Commento di genseki — agosto 4, 2011 @ 5:07 pm |
Si, genseki, è esattamente così.
E anche per quanto riguarda quel che racconti di te, trovo molti contatti con la mia storia.
Io non mi sono mai allontanato dall’Italia (se non per qualche vacanza), ma a ventitre anni, dopo aver militato e pubblicato nell’area della cosiddetta controcultura, mi sono accorto del vuoto pneumatico di una rivoluzione divenuta per alcuni mestiere, ho staccato la spina e provato a scontare i miei errori (non la fede nella rivoluzione, ma la frettolosa adesione a un’antropologia che è caricatura anzichè promozione dell’umano) con vent’anni di silenzio.
Sono tornato a scrivere e ad assumere posizioni pubbliche convinto che anche altri avessero fatto un po’ di purgatorio e si potesse ri-costruire. Ho trovato quelli di prima, con in più figli e nipoti, il medesimo vuoto d’anima e la medesima sicumera.
Trarsi in disparte, si potrebbe, ma lo faccia pure chi ha qualcosa da perdere, io adesso dico basta. Questa gente va stanata nella sua pochezza, in nome di nient’altro che il pensiero e l’arte degne di questo nome.
Commento di vbinaghi — agosto 4, 2011 @ 5:58 pm |
TQ, tanto varrebbe chiamarsi T9, ve lo meritate Nanni Moretti!!!!.
Caro Valter, tu, tu hai energie in eccesso e il vizio atavico delle crociate, ma sono completamente d’accordo con te.
Partirei da una microcrusca con la traduzione in italiano autentico di una serie di neologismi, vediamo un po’;
Political correctness = ipocrisia,
Pensiero debole = sega mentale,
Progressista = razzista.
Tanto per partire dalla P. ma non basta, quando anche hai detto la verità su tutto, la verità stessa è messa in discussione come concetto, è come credere in Dio e vivere normalmente, nulla cambia, l’unica cosa che cambia è l’esperienza che ognuno fa di quanto può grattare, da questa poltiglia, della vita.
Scriverne o meno, non lo so, io scrivo, ma se dovessi dirti quali sono le reali motivazioni che mi spingono a farlo, dovrei dirti solo che mi viene, che suonare non mi basta, che devo raccontare qualcosa della mia vita, o semplicemente ruttare del gas che ho dentro.
In questo momento non saprei neanche cosa contrapporre al trend culturale di questo paese, se non che cerco qualche radice sporgente per aggrapparmi e non finire nel baratro di cazzate che si scrivono e dicono “in pubblico”.
Semi e radici, di questo mi nutro e forse un rametto sta spuntando, ma dei TQ, proprio me fotto, figurati, se mai pubblicassi qualcosa, lo farei sotto un nom de plume. Trenta – quarant’anni, cosa vuoi hanno preso il peggio e hanno nostalgia di qualcosa che hanno visto in fotografia o su you tube, ma i modelli sono già quelli pavloviani degli anni ’80, vendere l’anima non è un trauma, ma un passaggio necessario al marketing etico di un mondo politico di scarafaggi, non c’è più la boheme venduta per il Moma, si vende lo straccetto di un’anima pigra per un’impiego visibile.
Vivendo a Torino dove vige l’oligarchia di una sola famiglia mi sono reso conto di una cosa, che è però modello di qualcosa di molto più ampio; che i coglioni finiscono alle istituzioni culturali, e i figli di puttana vanno in finanza, gli altri non li conosco.
Io, scrivo solo per difendermi.
Commento di mario pandiani — agosto 5, 2011 @ 10:30 pm |
Mario, brother, la musica è prima di tutto, la musica è già preghiera ma ancora non lo sa, come certe vergini meravigliose il cui sorriso salverebbe il mondo eppure sono ignare di se stesse.
Tutte le volte che scrivi è un blues, quando la musica è una freccia che va e viene d’altrove, le parole sono una didascalia, giusto per indicare la strada ad altri e alla tua mente stessa, che va a piedi e non ha le ali del cuore.
Questa che ho scritto qui sopra è solo politica, nel senso largo o ristretto (vedi tu): dei TQ più in vista m’importa un cazzo, ma c’è qualche bravo giovanotto che ci casca sempre, e perderà degli anni e un po’ di sangue, prima di accorgersi che i professionisti della rivoluzione permanente sono i parassiti dello spirito.
Leggi Florenskij?
Tutto quel che ha scritto dell’arte, anche se pare dedicato solo alla pittura, è per te, per noi.
Commento di vbinaghi — agosto 5, 2011 @ 11:14 pm |
Si ho letto molto Florenskij, e mi ha dato molto, ma i suoi sono libri che raccontano poco di chi era lui, sono testi brillanti e profondi di filosofia spirituale, che non è ancora spiritualità o teologia, per sapere qual’era l’innocenza di quell’uomo e capire la sua scelta etica bisogna leggere “Il sale della terra”, (Bose 1992) la biografia del suo padre spirituale, lo starec Isidoro.
Credo che la scelta della radicalità senza violenza sia il cammino che ci è stato consigliato di seguire, questo è quello con cui mi scontro tutti i giorni, soprattutto con la scrittura, dove i pensieri a volte sono efferati e sanguinari, c’è come la tentazione di compensare lo sforzo che nella vita si fa di non incazzarsi troppo.
Un abbraccio
Commento di mario pandiani — agosto 6, 2011 @ 2:15 pm |
Come è vero.
Commento di vbinaghi — agosto 6, 2011 @ 2:54 pm |