Chi ancora oggi ama vedere in Lutero il campione dell’individualismo moderno, l’eroico Davide che solitario si erge contro la secolare pretesa di tutela psicologica e magistero intellettuale esercitata dalla Chiesa cattolica e spiana la strada allo spirito liberale, confonde in realtà l’effetto con la causa. Alla base della teologia luterana c’è piuttosto, come sa chiunque ne abbia studiato la formazione, la rassegnazione alla corruzione irrimediabile della natura umana e dell’esistenza mondana causata dal peccato originale: “la concupiscienza è invincibile”(1). Nell’angoscia che questa resa solleva, la luce che interviene ad illuminare l’uomo è la fede nella onnipotente misericordia di Dio, che nel sangue di Cristo ci dona la salvezza. Questa salvezza ci giunge però dall’esterno o meglio dall’alto, data la dichiarata impotenza della natura umana a collaborarvi: di sola fede vive il giusto, legge Lutero in San Paolo (una lettura pesantemente condizionata dagli scritti di Agostino nella polemica antipelagiana), pertanto ogni pretesa di acquisire meriti elevando la propria umanità a perfezione spirituale va considerata blasfema. Dalla “dottrina della giustificazione per fede” a quella del “servo arbitrio” fino al “sacerdozio universale” e quindi alla sconfessione del magistero e della continuità sacramentale della Chiesa apostolica, il passo è più breve che non si pensi, ma è importante non confondere il senso di marcia: è la desertificazione del mondo e dell’uomo dallo Spirito che ingiunge a Lutero di negare efficacia simbolica e sacramentale alla forma del mondo stesso prima, alle buone opere umane di conseguenza, e infine all’autorità storica della Chiesa che se ne fa garante: “La vera pietà, quella che vale agli occhi di Dio, si trova nelle opere estranee (quelle di Cristo), non nelle nostre”(2).
L’effetto di questa rivoluzione teologica sulla cultura occidentale è incalcolabile.
In primo luogo, il fondamento della dignità personale, che la tradizione ebraico-cristiana ha collocato nell’ immagine divina (cioè nell’esser l’uomo capace, nei tempi della propria storia personale, di giungere alla libertà matura e alla relazione comunitaria con il suo creatore) viene non negato, ma allontanato in una dimensione ultramondana, storicamente irraggiungibile. Il risultato è uno slittamento dell’antropologia moderna dalla persona all’individuo, cioè dal soggetto spiritualmente perfettibile all’individuo chiuso nei limiti naturali di una specie, eppure sede di una coscienza attraversata da tutte le inquietudini, da una serie infinita di domande senza risposta o meglio da un desiderio senza oggetto.
Ma se il fondamento e la regola dell’agire individuale non possono più essere ricercate nell’esercizio morale e spirituale, ecco allora che l’esistenza sociale dovrà affidarsi interamente alle ferree leggi del potere, garanti di un bene d’ordine, sul cui valore nessuna istanza superiore potrà più pronunciarsi: “Guardate con quale religiosa solennità il mondo moderno ha proclamato i diritti sacri dell’individuo ed a qual prezzo ha pagato questa proclamazione. E tuttavia l’individuo è stato mai più completamente dominato, più facilmente maneggiato dalle grandi potenze anonime dello Stato, del Denaro, dell’Opinione?”(3). E’ fin troppo facile qui ricordare le analisi di Max Weber(4), che ha dimostrato come a questa desertificazione spirituale del mondano corrisponda la missione assegnata da Lutero (ma soprattutto da Calvino) a colui che, solidamente radicato nella fede in Cristo che salva, testimoni la benedizione di Dio sulla comunità nell’unico modo che il mondo consente, cioè quello della riproduzione materiale della ricchezza.
Ma, per quanto riguarda l’ambito che più c’interessa, l’effetto più importante della nuova posizione teologica protestante è la negazione di ogni ambizione metafisica alla ragione umana. Negazione, beninteso, del tutto conseguente alle premesse, ma gravida di significati: “ La ragione non vale che in un ordine esclusivamente pragmatico, per l’uso della vita terrestre. Dio non ce l’ha data se non perchè essa governi quaggiù (…) ma nelle cose spirituali essa è non soltanto cieca e tenebre, essa è veramente la puttana del diavolo”(5). Con le parole dello stesso Lutero: “La ragione è direttamente opposta alla fede; perciò si deve abbandonarla; nei credenti essa dev’essere uccisa e sepolta”(6).
Quale premessa migliore alla riduzione del mondo a cieco meccanismo? La trasparenza estetica del divino nel mondo come simbolo, la percezione della forma nella sua luminosità che il mondo classico aveva per la prima volta reso dicibile e la rivelazione cristiana aveva assunto pienamente, facendo di Gesù Cristo Uomo-Dio il princeps analogatum della creazione, viene bruscamente recisa. Le due metà del simbolo si allontanano precipitando l’una in basso come pietra disponibile alla manipolazione scientistico-capitalistica, l’altra sollevandosi in aria in una lontananza irraggiungibile, lasciando in quel che un tempo era un centro ed ora è il luogo di un’immensa vacuità lo spettacolo di un mondo alieno e nauseante, una coscienza disincarnata e una sete inestinguibile.
L’eclissi del mistero teandrico (cioè della relazione analogica Dio-Uomo svelata in Cristo) che caratterizza la modernità e la sua deriva soggettivistica è il tema di una delle più importanti ricerche teologiche degli ultimi decenni, quella del domenicano Marie-Joseph Le Guillou, il cui libro più noto (Il mistero del Padre, Jaca Book 1979) è stato per me determinante nel comprendere il ruolo del percorso sotterraneo della gnosi nella crisi della cristianità.
Ne propongo un brano cruciale. (V.B)
NOTE
1) Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, pag. 49
2) Lutero, citato in Maritain, ivi pag. 57
3) Ibidem, pag. 59
4) Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni.
5) Maritain, op. cit. pag. 72
6) Citato in Maritain, ivi pag. 74
LA DERIVA SOGGETTIVISTICA DEL MODERNO di Marie-Joseph Le Guillou
In quanto struttura generale del pensiero, la soggettività corrisponde a una situazione ontologica dell’uomo, una volta perduto il proprio luogo ermeneutico. Esso si trova affidato a se stesso, destinato a non essere che se stesso e a pensare il mondo-e Dio-a partire da se stesso. La soggettività è talmente caratteristica della coscienza moderna che è estremamente difficile alla maggior parte degli uomini aprirsi a un’altra maniera di esistere, e anche soltanto di concepirla. Come Hegel, essi ritengono spontaneamente che con il regno della soggettività l’umanità abbia raggiunto finalmente la «terraferma», dove è in grado di respingere i miti che la relegavano infantilmente nel mondo, sotto il domiinio delle «cose» e dell’ «esteriorità». Essa ormai sa porsi di fronte al mondo, in quanto, prima è riuscita a porsi di fronte a se stessa, in un sovrano atteggiamento di adulto. «Datemi un punto d’appoggio e io solleverò il mondo», diceva Archimede. Finalmente l’uomo ha trovato, in se stesso divenuto soggetto, il punto d’appoggio ontologico che gli permette di dominare il mondo con la conoscenza e l’azione.
Nella metafisica greca e medioevale, l’essere era dato come antecedente, che si rende presente nelle cose e con le cose, negli esseri e con gli esseri, conferendo loro consistenza, identità. Ma a partire dal momento in cui il mondo e l’uomo non risultano più radicati, assolutamente, nell’essere e per mezzo dell’essere, e pertanto si trovano sottratti a un’ermeneutica dell’essere, l’uomo deve progredire allo scopo di salvare il significato e la verità. Egli diviene il solo essere in riferimento al quale il resto del mondo potrà essere ordinato, compreso e utilizzato come oggetto. È dunque come soggetto che egli dovrà assumere il suo compito, cominciando coll’assumere se stesso. Eccolo costretto ad erigere la sua soggettività come luogo e anche come fondamento del significato. Di per sé ciò non implica per niente un idealismo grossolano che neghi l’esistenza di ogni realtà esteriore alla propria coscienza. Quello che è essenziale, nella rivoluzione copernicana della soggettività, è innanzitutto questo: le cose sono affrontate dall’uomo, non con l’intenzione di lasciarsi istruire da esse per quello che sono in se stesse (come «soggetto» o sostanza – subjectum, suppositum), ma come oggetto che si lascia conformare al disegno che l’uomo pensa di portare in se stesso in quanto soggetto unico. L’essere-soggetto diviene allora il privilegio del pensatore cosciente di sè. «Le condizioni di possibilità dell’oggetto, dirà Kant, sono le condizioni di possibilità della sua esperienza».
Sradicato così dall’ermeneutica dell’essere, che gli permetteva di comprendersi e di comprendere il mondo secondo una prospettiva teandrica, l’uomo si costituisce in soggetto e si dedica a cercare in se medesimo il fondamento incrollabile della propria rappresentazione del mondo (“Fundamentum inconcussum”, dirà Cartesio). Non potendo più essere scoperta metafisicamente, a partire dall’identità delle cose, la verità dovrà configurarsi come certezza, cioè apprendimento certo dell’oggetto nella rappresentazione.
(continua…)
















