UNA LETTURA TEOLOGICA di Valter Binaghi
Tra poesia e teologia
Il film di Guido Chiesa (co-sceneggiato con la moglie Nicoletta Micheli)(1), proiettato nelle sale negli ultimi mesi del 2010, avrebbe meritato ben diversa attenzione e fiducia dal circuito distributivo, che ne ha diffuse solo dodici copie, decretandone in pratica la morte commerciale. Grave errore di valutazione, innanzitutto perchè il film ha un forte impatto sullo spettatore, è un’opera che coniuga la raffinatezza del migliore linguaggio cinematografico a una notevole potenza espressiva e non sfigurerebbe affatto accanto al più celebre “The passion” di Mel Gibson. L’accostamento è d’obbligo, non solo perchè entrambe le opere sono dedicate a momenti della narrazione evangelica (la passione di Cristo l’uno, la gravidanza di Maria e l’infanzia di Gesù l’altro), ma anche perchè entrambe scelgono la sapida ruralità di un dialetto orientale per i dialoghi dei protagonisti (con il latino e il greco a marcare la differenza di figure “istituzionali”) recando sottotitoli in lingua moderna.
E’ un film commovente, capace di raccogliere lo spettatore in molte occasioni di autentica contemplazione poetica, ma è anche un film “teologico”, che rilegge la figura di Maria e di Gesù secondo un punto di vista apparentemente lontano da quello della tradizione, e in questo senso, pur avendo ricevuto recensioni lusinghiere anche da parte della stampa cattolica, è accaduto che alcuni gridassero allo scandalo. Magari gli stessi che hanno permesso alla liturgia post-conciliare di scadere nel chiacchiericcio pop della messa-beat o nell’invadenza dell’evento mediatico, e all’iconografia cristiana di estenuarsi in rappresentazioni fumettistiche, degne del “Corrierino dei Piccoli” .
Come i miei lettori sanno bene, pur essendo un vorace spettatore di cinema non ho alcuna competenza critica per parlarne. In compenso, l’antropologia teologica è al centro dei miei interessi da sempre, ed è su questo, e ancor più su ciò che si debba intendere come realistico o simbolico nella rappresentazione artistica, che vorrei scrivere. Tra gli altri meriti, infatti, il film di Guido Chiesa ha quello di porre queste questioni in modo ineludibile, e di proporne una soluzione che merita la considerazione più attenta.
Ora, la tesi dei detrattori “teologici” di “Io sono con te”, ma anche di molti dei suoi estimatori non-cattolici (come i Wu Ming(2), che con Guido Chiesa hanno collaborato a un film precedente, “Lavorare con lentezza”) è che nel film sia volutamente e totalmente assente il soprannaturale, e che il suo messaggio vada letto in chiave esclusivamente antropologica: rifiuto del legalismo religioso e del carattere sacrificale su cui si fonda la comunità tribale, centralità assoluta della madre nell’educazione del figlio, esaltazione di una pedagogia anti- repressiva.
Io cercherò invece di mostrare
a) che l’assenza del soprannaturale sta nella lettera della narrazione ma nient’affatto nel suo carattere simbolico, ed essa corrisponde a una necessità dell’immaginario cristiano contemporaneo
b) che la “profanazione” della legge e il rifiuto del sacrificio sono al centro del messaggio di Gesù e ne costituiscono in qualche modo la “definitività” nell’evoluzione della coscienza religiosa
c) che la mistica della maternità, progressivamente emersa nella cultura cristiana rispetto al più radicato simbolismo paterno, corrisponde pienamente all’evoluzione del pensiero religioso dallo stile “metafisico” dell’evo antico a quello “ecclesiale” della spiritualità cristiana
Un soprannaturale senza aureola
Nel film, una Maria poco più che bambina, già pregna del soffio dello Spirito, è offerta in sposa a Giuseppe, vedovo e padre di tre figli (il particolare è ascrivibile a un vangelo apocrifo), che accoglie il carattere soprannaturale di questa gravidanza e accetta di assumersene la paternità agli occhi del mondo. Di fatto, per tutta la narrazione, Giuseppe appare docile e silenzioso custode di questo tesoro che non gli appartiene, ma nient’affatto passivo e succube della sposa, come qualcuno ha voluto vedere, gridando alla “distruzione della Sacra Famiglia”. La fiducia con cui segue le indicazioni di Maria circa l’educazione di Gesù va vista in parallelo alla rispettosa fermezza con cui rifiuta di sottomettersi alla volontà del fratello maggiore Mardocheo, capofamiglia e quindi garante del costume e della tradizione. Questo perchè il legame tra la Madre e il Figlio gli si rivela sotto una luce che è più potente di qualsiasi precetto o preoccupazione umana. Poichè l’arte ispirata al Vangelo ha già qui dei precedenti illustri, si leggano per esempio le ultime parole del romanzo di Jan Dobraczynski, dedicato a Giuseppe (“L’ombra del padre”, Morcelliana 1980): “Era felice vedendo il loro amore. Non sentiva nè solitudine nè invidia. Sapeva che il loro amore era come una brocca colma, da cui sgorgasse acqua all’intorno, Là dove irrorava la terra si generava la vita. Nel petto il dolore vellicava, ma anch’egli camminava sorridendo”
Maria va in visita ad Elisabetta, e nel film non c’è traccia di soprannaturali sussulti del futuro Giovanni, Maria si prepara al parto non ascoltando voci d’Altrove ma osservando con soave curiosità una capra sgravarsi nella stalla. La scena, ripresa in tutta la sua cruda verità, acquista col controcampo sul viso assorto di Maria un carattere sublime, ed è per me l’autentico centro simbolico dell’opera. Mentre vedevo con lei il film mi sono voltato verso mia moglie, che ho visto partorire con dolore (schiaffeggiando un paio di volte me e insultando il ginecologo). Il primo pensiero è stato: dev’essere ripugnante oltre che doloroso, per una donna dall’educazione raffinata, trovarsi a soffrire come un animale, senza difese e senza dignità tranne quella dell’urlo straziante. E poi, improvvisamente, una luce. La capretta esce finalmente dalla vagina dilatata, la madre lecca la sua creatura, Maria sorride, come il Cielo sorride alla Terra. Io, più che capire, vedo. L’animale non è la negazione dello spirito, e nemmeno la sua preistoria, solo la sua crisalide. Tutto questo, senza alcuna mediazione di concetti teologici, ma per la pura potenza delle immagini. Naturalismo? Verismo addirittura? Che sciocchezze. Nella frattura di quel controcampo è l’irrappresentabile, l’assolutamente Altro che l’animale uomo nasconde in sè: irrappresentabile perchè, come diceva Saint Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Così, niente angeli visibili e nemmeno una piuma svolazzante sul tetto che protegge il parto di Maria: profanazione o pudore? I cieli dorati della pittura medioevale, gli angeli del convento di San Marco, fanno parte di un’epoca dell’arte cristiana che va assolutamente canonizzata o sono gli ultimi residui di un linguaggio mitologico, che proprio Cristo ha consegnato alla caducità profetizzando un’adorazione “in spirito e verità”?
Del pari, gli occhi dei Magi, i sapienti venuti da lontano in cerca del fanciullo prodigioso di cui parla l’antica profezia, non vedranno alcun evento soprannaturale. Il piccolo Gesù è vivace, intelligente quanto gli altri del villaggio, certamente sano. Eppure, c’è si qualcosa di prodigioso: una madre che zappa tranquillamente l’orto mentre il bambino cammina pericolosamente sull’orlo del pozzo. Una madre che non ha paura, nè la minima apprensione. Eppure sembra tutto fuorchè una donna dissennata. Come è possibile? Forse sa qualcosa che altri non sanno, o forse non sa niente di più di una qualsiasi massaia di Nazareth, ma nel suo cuore c’è una pace che il mondo non conosce, e forse non ha mai conosciuto. I sapienti se ne vanno, e i loro occhi, la loro mente toccata dalla meraviglia eppure sempre incerta nelle sue ragioni, è anche la nostra. Il soprannaturale non si è mostrato come una manna celeste di cui serbare prova, come una visione straordinaria di cui schizzare un ritratto. Ma non è forse vero che, secondo la lettera dei Vangeli, molti di coloro che videro gli storpi camminare e Lazzaro risorgere dai morti abbandonarono Gesù al suo Calvario? Dunque, lo spettacolo del prodigio non salva, suggestiona ma non prova nulla, questo sembra dirci Guido Chiesa: se si vuole trovare Dio nell’uomo ci si dovrà arrendere all’umano, più che storcerne la forma fino a farlo giganteggiare sul resto della natura: è così diverso da ciò che ha voluto colui che ha chiamato se stesso il Figlio dell’Uomo, prima che altri ne riconoscesse la regalità?
Maria ha la pace nel cuore, Maria non ha paura e non ne intossicherà la sua creatura. Non è soprannaturale tutto ciò? E io, che mi dico credente, donde traggo la certezza della fede in Dio, io che non ho visto miracoli nè comete sopra la mia testa? Ma sono stato amato con fedeltà, e perdonato per le mie miserie. Nè amore nè perdono nè gratuità sono cose di questo mondo, la natura è più economica di un ragioniere e i suoi sprechi sono processi stocastici(3), mentre la cultura consolida relazioni in ordine alla sopravvivenza di specie: confondere il dono degli antropologi con l’agape di una comunità spirituale è scambiare il dito con la luna, e mostra solo quanta insipienza possa nascondersi tra i ponderosi volumi del cosiddetto scienziato sociale.
Dunque, che si deve concludere circa il realismo o il simbolismo dell’arte sacra? Che l’errore più grave consiste esattamente nel separarli. Pensare che la raffigurazione dell’umano sia “solo” naturale, e che la trascendenza implicherebbe un’aggiunta (un’aureola per esempio, per indicarne la santità), ci deriva non da un’insufficienza dell’aspetto naturale, ma da una versione caricaturale e deprimente che l’ideologia materialistica dell’occidente moderno gli ha imposto. A quel punto chi intendeva preservare non la spiritualità dell’uomo ma una forma culturale defunta, vi aggiungeva un carico di aureole o di puttini orchestranti sul capo, che fortunatamente sono consegnati per sempre ai manuali del cattivo gusto, e non solo perchè le avanguardie hanno fatto piazza pulita del barocco residuo. Quando, dopo una conversione sofferta e comunque sempre da rinnovarsi(4), si ha la capacità di vedere e di far vedere l’uomo integrale, restituito alla percezione dopo le amputazioni del moderno, l’immagine ridiventa simbolo, perchè la sua potenza a significare non è quella della parola cui si aggiunge indefinitamente precisione nella missione impossibile di “ricostruire” un sentimento , ma quella “presentazionale”(5) del simbolo, capace di indurre esperienza, di far vivere ciò che suggerisce secondo un’intensità che è proporzionale alla consapevolezza spirituale del fruitore e che spesso va oltre le stesse intenzioni coscienti dell’artista: infatti un’opera che non sorprende per primo il suo autore è un’elaborazione puramente ideologica, per lo più di scarso valore. Io nel film di Guido Chiesa ho avvertito la pregnanza dell’icona mariana, e questa è la prova, l’unica che a me serve per parlare di sacra rappresentazione: accetto volentieri che per altri non sia stato così, purchè si ricordi che nessuno potrà mai trovare ciò di cui per principio nega la realtà, e che nessuno potrà riconoscere sotto un aspetto inedito ciò di cui ha già comprato un ritratto per cui ha speso l’intero patrimonio. In effetti, in questi due atteggiamenti mostruosamente coerenti si manifesta l’essenza stessa dell’idolatria.
Profanazione o libertà spirituale?
E’ per sottrarre il figlio alla barbarie del rito del sangue (la circoncisione), che Maria convince Giuseppe ad andare insieme a lei, nonostante la gravidanza avanzatissima, a rappresentare l’intera famiglia a Betlemme per il censimento. Questo episodio, che va visto come uno degli aspetti determinanti della narrazione, insieme allo sgomento provato dal piccolo Gesù di fronte ai muri del tempio imbrattati del sangue degli agnelli, fa pensare a chi la conosce all’antropologia di René Girard, anche lui convertito al cristianesimo dopo un percorso culturale molto complesso, e non a caso citato da Guido Chiesa tra i suoi autori di riferimento. Secondo Girard, il sacro pagano si nutre di una sostanza sacrificale, cioè di una violenza reiterata che carica su un capro espiatorio tutte le negatività di una comunità divisa e prossima all’implosione, generando una catarsi momentanea che consente alla comunità di rinsaldare i suoi vincoli. “Bisogna che uno solo muoia, per la salvezza di tutti”, dirà il gran sacerdote per convincere il Sinedrio a condannare Gesù. Ma, fin dall’inizio della sua predicazione, Gesù appare consapevole che questo sarà il suo destino. Anzi Girard sostiene che questo sacrificio è antropologicamente e storicamente necessario, perchè svelando una volta per tutte l’innocenza della vittima, esso smaschera per sempre il dispositivo sacrificale. Si può sostenere come Girard sostiene senza fare ricorso alla petizione di principio di una “mission” soprannaturale, che questo fa del cristianesimo il compimento definitivo della coscienza umana liberandola dalle ambiguità del sacro, ma anche qui attenzione: se il soprannaturale non è collocato in un “Prologo in Cielo”, non è detto che esso non si manifesti, appunto, nella trascendenza unica e definitiva del sacrificio di Cristo rispetto all’orizzonte cultuale e culturale dell’evo antico.
Invece di chiedersi perchè nessun accenno venga fatto intorno alla divinità di Gesù, sarebbe meglio riflettere su chi altro potrebbe troncare di netto un passato che non è quello di una forma culturale o di un millennio, ma quello dell’uomo naturale da che è comparso sulla terra, nientedimeno. D’altro canto, come è già stato fatto notare, la liberazione dalla circoncisione (e dal regime insieme vittimario e selettivo della comunità “chiusa” che essa impone) è una delle colonne portanti della teologia di San Paolo, cioè della teologia cristiana tout court.
Per quanto riguarda l’apparente dispregio delle norme che la Maria del film ostenta, contagiando anche l’inizialmente riluttante Giuseppe, io capisco bene che questo faccia inorridire i custodi di quella che in assenza dell’autentico spirito religioso ne è divenuto il surrogato, cioè la pubblica moralità, ma bisognerebbe che chi ritiene offeso il messaggio di Cristo da questa apparenza d’anarchia, meditasse bene queste parole del Padre Pavel Florenskij:
“Perché ha valore il comandamento? Perché ha valore il sabato? Perché viene da Dio. Ma considerate: io dimentico Dio, smetto di vederLo, di amarLo come Padre, eppure con tutto il cuore applico le Sue parole e gli stessi comandamenti. Così essi diventano un male, per me, nonostante di per se stessi siano un bene e non smettano di essere buoni. Allora la celebrazione del sabato si trasforma in un idolo, giacché per l’uomo in tal caso non resta nient’ altro che il comandamento, privo del soffio della Forza divina. Più l’affermazione è corretta, più ci si lascia suggestionare. Allora ogni regola morale e tutto il loro insieme acquisiscono valore in sé, in virtù e a causa del fatto che proprio io li ho riconosciuti tali. In questo modo il comandamento diviene frutto della mia stessa creazione, e l’uomo dalla via del culto di Dio si sposta sulla via dell’idolatria, del culto di se stesso.”(6)
E che proprio di questo si tratti nel film, non vi è dubbio, se si pensa all’episodio toccante in cui un reietto della comunità, che finalmente ha deciso di rientrare nella sinagoga, ne viene respinto in nome del precetto che proibisce di percorrere oltre una certa distanza di sabato.
Dio padre, Dio madre
Oltre a Girard, un’altra delle fonti esplicitamente citata dai co-sceneggiatori del film è Alice Miller, ossia la psicoterapeuta che, senza timore di scontrarsi con l’ortodossia freudiana, ha fatto più di chiunque altro per denunciare la cosiddetta “pedagogia nera”, ossia l’effetto perverso delle punizioni corporali e delle violenze sui bambini, sopratutto quelle cosiddette “a fin di bene”. Il suo pensiero è troppo noto perchè qui si debba riassumerne i tratti. Quel che conta è ricordare come la Maria del film manifesti nei confronti del piccolo Gesù un atteggiamento basato sulla più totale fiducia nella naturale bontà dell’essere umano, ma che escludendo reprimende e puntando tutto sulla capacità del bambino di apprendere per esperienza, sembra minacciare la verità biblica del peccato originale.
Se non che, escludendo un’interpretazione letterale del Genesi che porterebbe a identificare la colpa in una merenda fuori luogo, gli stessi padri della Chiesa a partire da Agostino hanno molto riflettuto su come si debba intendere questa colpa d’origine. E’ una colpa all’origine della specie o all’origine di ogni singolo uomo che viene in questo mondo? Una maledizione che si tramanda dal sangue infetto del progenitore, o una tentazione primordiale, che attende al varco ognuno di noi appena fuori dal grembo materno, e a cui “naturalmente” finiamo per soccombere? Kierkegaard scrisse che Adamo ed Eva erano, oltre a due individui, in quel momento l’intera specie umana e che in essi l’intera umanità ha peccato, accogliendo una sorta di “traducianesimo” (tutte le anime provengono da quelle dei progenitori). In seguito, però, lo stesso filosofo danese pone l’origine della colpa (che consiste nell’affetto disordinato della creatura per sè e nel rifiuto dello statuto creaturale) in quel vuoto d’anima insopportabile che si genera nella vertigine della libertà, all’apparire stesso della coscienza del singolo. L’eliminazione del peccato renderebbe menzognero quel Cristo che, per prima cosa, porta agli uomini il perdono di Dio, ma determinarne il carattere è difficile, senza cadere in una sorta d’antinomia.
Tuttavia, c’è un terzo modo di pensare il peccato originale, che non contraddice i precedenti ma forse li invera su un piano più concretamente psicologico. E se la paura che ci acceca nei confronti di Dio, la sfiducia che ci fa abbarbicare all’egoità come all’unico relitto in mare aperto, fosse quella di chi è stato represso, intimidito, punito, da parte di chi a sua volta subì la medesima ferita e non poté che reiterare l’orrenda catena? Se il fremito di una carne corrotta fin nel ventre materno dalla paura di vivere, fosse ciò che si trasmette di generazione in generazione, allora non ci sarebbe scampo. A meno che una creatura tra tutte, per l’unica volta, fosse misteriosamente preservata dal contagio, e potesse a sua volta dare alla propria creatura un corpo integro, capace di accogliere un’anima finalmente libera. Ecco che l’Immacolata Concezione, di cui nel film non c’è traccia, diventerebbe un postulato per ciò che proprio nel film si afferma come la novità assoluta di tale Madre e tale Figlio.
Maria, madre innanzitutto, madre di Cristo e dell’intero genere umano da Cristo riscattato?
Ma questo non piace alle femministe, perbacco, come non si stancano di ripeterci da decenni e ancor più da quando hanno guadagnato qualche anima cattolica ai salotti buoni del pensiero progressista(7). Alle femministe io personalmente devo molto: a fine anni settanta, il militontismo dogmatico che aveva già fatto di me un ripetitore di slogan e avrebbe potuto trasformarmi in un rivoluzionario di mestiere, fu messo in crisi proprio da slogan femministi come “il personale è politico”, ovvero: la rivoluzione è un’illusione se non comincia qui e adesso, dai comportamenti concreti, dalle relazioni tra le persone. E che questo sia ancora di là da venire, lo dimostrano le molte forme di discriminazione della donna odiosamente reiterate, dallo sfruttamento commerciale del corpo femminile alle violenze, dal trattamento impari ad esse destinato nel mondo del lavoro all’ostinata subordinazione di cui molte ancora soffrono nell’universo familiare: tutto questo è assolutamente incivile, e prima ancora è residuo di un tribalismo osceno che neanche il cristianesimo è riuscito a scalzare del tutto. Ma quando si accusa il cristianesimo di perpetuare la discriminazione proprio perchè in Maria si costituisce la devozione all’archetipo materno, si dicono due bestialità in una. Il femminismo non ha saputo cogliere la novità antropologica e teologica del cristianesimo, perchè ha perseguito un ideale di emancipazione che è ritagliato sulle esigenze della società industriale e capitalistica, la quale ci vuole anzichè persone soggetti ridotti all’osso dell’individualità, foderati di diritti purchè disposti all’universale della prestazione lavorativa e del consumo. Anzichè chiedere valorizzazione e tutela della maternità, il femminismo l’ha relegata al suo livello puramente biologico e residuale, come un compito sgradevole e facoltativo rispetto a ben altri destini. Per tornare alla scena del film citata sopra, a nessuno piace essere una capra che sgrava nella stalla, ma precisamente a questa immagine di maternità manca il sorriso di Maria, che fa di quella scena una sacra rappresentazione.
Quanto ai co-autori del film risulti imbarazzante il confronto con la cultura femminista e post marxista in genere, loro che come me ne provengono, io posso capirlo forse meglio di molti altri. Ma si può essere maestri nel cinema e ancora catecumeni nella fede: auguro loro un cammino in quella libertà che non esclude nessun dialogo e tantomeno amicizia, ma guadagna in fermezza e chiarezza (cara Nicoletta, quando per pagare un tributo alle neuroscienze leggo(8) che l’ossitocina è il correlativo oggettivo dello Spirito Santo, non so se ridere o piangere).
Personalmente, posso solo ribadire quel che ho già scritto(9), cioè constatare: “quanto la figura di Maria abbia forgiato l’anima della cristianità, allontanandola dall’ossessione legalista e patriarcale dei monoteismi orientali, elevando la condizione femminile a una dignità che il mondo non aveva mai conosciuto, e ben oltre le pur importanti forme dell’emancipazione sociale. La preminenza del femminile è innanzitutto spirituale, e si manifesta a chi ha orecchi per intendere nel linguaggio teologico. Dio non è maschio né femmina, non è padre più di quanto non sia madre ed è chiamato Padre in quanto principio dell’essere e creatore del mondo: ebbene, Dio non ci lascia altra immagine della sua cura per la creazione che l’universale abbraccio di Maria: ‘la maternità della Vergine si pone come figura umana della Paternità divina’. (Paul Evdokimov, La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book 1980, p. 154)”
NOTE
1)Informazioni, foto e recensioni del film e degli altri lavori dell’autore si trovano in abbondanza sul suo sito: http://guidochiesa.net/
2)Proprio sul blog dei Wu Ming ho preso conoscenza del film, seguendo questa discussione qualche mese fa: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1834
3) Apprendimento per tentativi ed errori
4) Del loro avvicinamento alla fede cristiana parlano Guido Chiesa e la moglie Nicoletta Micheli (co-sceneggiatrice del film) nel thread dei Wu Ming citato più sopra
5) La definizione è di Susan K. Langer, Sentimento e forma, Feltrinelli 1975, uno dei più importanti testi di estetica del XX secolo. In una direzione simile vanno gli studi di George Lakoff sul rapporto tra metafora ed esperienza (per esempio in Metafora e vita quotidiana, Bompiani), anche se gli ultimi sviluppi sono riduttivamente asserviti all’analisi del discorso politico.
6) Pavel Florenskij, La concezione cristiana del mondo, Pendragon 2011
7) Si veda per esempio Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi Stile Libero 2011, su cui ho già scritto qui.
8) http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1834, Nicoletta Micheli nei commenti.
9) Valter Binaghi e Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici, Laurana 2011

Io non sono un artista, dunque non sono in possesso di quel quid incomunicabile che li unisce.
E neppure ho visto il film in questione.
Mi devo fidare delle mie impressioni di pancia (e di bile, l’ho da principio ammesso col Nickname) e, di pancia, dico che mi commuove davvero molto questa bella testimonianza di fede e di arte, e non mi scandalizzo di letture alla “Gesù storico”, mentre mi destano forti perplessità frasi di sostegno come:
“I cieli dorati della pittura medioevale, gli angeli del convento di San Marco, fanno parte di un’epoca dell’arte cristiana che va assolutamente canonizzata o sono gli ultimi residui di un linguaggio mitologico, che proprio Cristo ha consegnato alla caducità profetizzando un’adorazione “in spirito e verità”? […] Pensare che la raffigurazione dell’umano sia SOLO naturale, e che la trascendenza implicherebbe un’aggiunta (un’aureola per esempio, per indicarne la santità), ci deriva non da un’insufficienza dell’aspetto naturale, ma da una versione caricaturale e deprimente che l’ideologia materialistica dell’occidente moderno gli ha imposto. A quel punto chi intendeva preservare non la spiritualità dell’uomo ma una forma culturale defunta, vi aggiungeva un carico di aureole o di puttini orchestranti sul capo, che fortunatamente sono consegnati per sempre ai manuali del cattivo gusto, e non solo perché le avanguardie hanno fatto piazza pulita del barocco residuo.”
Uno. Perché l’icona santa – per essere tale – deve essere “testimone dei MIRABILIA DEI”, “aderente al kerigma e al dogma”, “fedele al canone ereditato”, altrimenti icona non è, al limite altissima testimonianza spirituale, che forse è anche meglio, e serve di più a noi, per la durezza e ondivaghezza del nostro cuore, ma comunque è altra cosa.
Due. Perché, secondo me, il segno della Trascendenza è proprio “l’aggiunta” e, se non erro, aureola deriva da “aura” (la CLARITAS di Tommaso, oggi tradotta vacuamente in una cartesiana “chiarezza”).
Tre. Perché resto sempre affascinato non dal santino o puttino in sé, ma dalla santa innocenza del popolo credente, che vi investiva tutto il proprio senso religioso e, dunque, tutto se stesso. E a questa santa innocenza mi inchino (e sì che ci sono stati, anche fra teologi e preti in genere, erodi di questa santa innocenza). E perché mai un film è “presentazionale” e un ex-voto no?
Sul solve et coagula della profanazione, da tempo sono in minoranza… Mi accorgo, dal mio piccolo vascello, di espormi in merito non solo agli strali del padrone di casa, ma anche al cannoneggiamento di pezzi da 90, quali Fabio Brotto e Gianni De Martino.
E, allora, ricorro all’argomento dell’autorità, al maggior interprete italiano di R. Girard, Giuseppe Fornari, di cu riporto alcuni brani d’esempio:
“[I]l Cristianesimo non solo non è una religione come le alte ma, sotto un certo profilo, non è nemmeno una religione, poiché demistifica ogni forma di sacro inteso come copertura dei moventi e delle azioni che gli uomini compiono […]. In questo senso il Cristianesimo è un SUPERAMENTO di tute le forme di sacro e di tutte le religioni, ma non per cancellarle nello stile dell’omologazione oggi imperante, poiché quello che avviene con il sacrificio di Cristo, in virtù di questo stesso superamento, è un riconoscimento e un recupero, come ci mostrano l’Eucaristia e la riflessione teologica della LETTERA AGLI EBREI. La fenomenologia religiosa, la storia religiosa dell’uomo non è pertanto cancellata, ma trva un momento decisiovo di purificazione e di realizzazione […]. “[I]l Cristianesimo permette di raccogliere in sé tutti gli aspetti della sacralità, portandoli ad una redenzione che non cancella le identità ma le fa rivivere. Il Cristianesimo non è in alcun modo una religione rivale delle altre è una sorta di messaggio di compimento che porta alla luce le vittime nascoste in ogni storia dell’uomo, non per distruggere queste storie, quanto per farle rivivere senza più vittime e senza più carnefici […]. È giusto e necessario dire che il Cristianesimo è ANCHE una religione, poiché recupera e santifica la storia religiosa dell’uomo, ma ciò avviene non in forma esclusiva bensì inclusiva, visto che comprende le ragioni delle altre religioni e le recupera in chiave universale.”
[in M. Ceruti , G. Fornari “Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato”, R. Cortina ed. 2005, pp. 183-185].
Non mi risulta, poi, checché ne dica il film, che Gesù non sia stato circonciso.
E, d’altra parte, senza segno della carne e nella carne non si dava l’Antica Alleanza, né si da la Nuova ed Eterna Alleanza, ratificata nel sangue del Crocifisso, dalle cui piaghe – non per nulla permanenti nel Risorto, siamo stati guariti…
Mi ritrovo abbastanza nel resto delle considerazioni di Valter, pur dovendo registrare che, oggi, conosciamo sin troppo bene le benemerenze altamente femministe del Cristianesimo, per non preoccuparci dell’assenza dei padri, quelli terrestri e Quello celeste. Ma qui, a Valter, non devo insegnare nulla.
Non entro infine in merito alle diatribe teologiche sul peccato originale. Mi limito a dire che se la scelta è tra il Catechismo di S. Pio X e Vito Mancuso, scelgo il Catechismo tutta la vita.
Mi scuso della lunghezza e delle impertinenze.
Commento di lycopodium — agosto 6, 2011 @ 10:47 pm |
@Lycopodium
Niente impertinenze, ma giuste osservazioni a passaggi forse troppo frettolosi e posizioni – in tema di estetica – sicuramente opinabili.
1)Cominciamo dal “presentazionale”. Qui forse sono stato poco chiaro. E’ una caratteristica che si può attribuire al significato vivente, che produce ciò che significa (come l’immagine artistica quando è tale) anzichè rimandare a un concetto (come un ex voto, che nessuno qui intende dileggiare ma è appunto il segno di un fatto accaduto altrove). Per essere più chiari, un uomo e una donna con identici anelli al dito fanno pensare che si tratta di due coniugi, ma questo non dice niente sulla qualità della loro unione, che invece si comunica immediatamente a chi li vede camminare mano nella mano, scambiandosi sguardi carezzevoli.
2)I canoni dell’arte sacra tradizionale – l’icona orientale per esempio, o il canto gregoriano – non si discutono. Ma il punto è: immagina un coro gregoriano in una parrocchia affollata di Milano, una domenica mattina qualsiasi. Sarebbe la stessa cosa che in un’abbazia benedettina? Qui non si tratta di “modernizzare” al servizio della mondanità, ma di prendere atto di una crisi della rappresentazione globalmente intesa e specialmente della sacra rappresentazione, che impone a mio avviso non il rifugio nella “maniera”, ma l’elaborazione di un linguaggio scarno, il meno possibile mimetico, che cerca la spiritualità nell’essenziale dell’umano, e secondo me Guido Chiesa è su questa strada, ma non solo lui: hai visto “Uomini di Dio”? E’ un film dove si racconta un martirio in difesa della pace. Quale linguaggio viene utilizzato lì per esprimere una forma di “santità”, che sia diverso dalla scarna e problematica umanità di un gruppo di anziani monaci? Dove sono angeli e aureole? Eppure ti sfido a vedere quel film e a non restarne non semplicemente commosso ma spiritualmente toccato e, come si diceva un tempo, “edificato”. Non è questo che si deve chiedere all’arte religiosamente ispirata?
Certo, la liturgia è altra cosa, e su questo terreno io non vorrei spingermi, del resto non è di questo che si tratta in questo post.
3) Sul carattere “popolare” dell’arte autentica sfondi una porta aperta, ma ne ho scritto fin troppo nel testo sui TQ. Mi permetto solo di ripetere questo: “che, tanto per non creare equivoci, scrittori “popolari” sono stati a loro tempo Omero e Sofocle, Virglio e Dante, Shakespeare e Goethe, Baudelaire, Manzoni e Dostoevskij, nel senso che hanno rivelato il senso comune di un’epoca a se stesso anzichè disprezzarlo in nome di un’eccentricità che nella maggior parte dei casi è solo sindrome morbosa. La battaglia, quella vera, non è per contrapporre un clericalismo a un altro. E’ per restituire all’arte e all’intelligenza il suo radicamento comunitario e la sua fedeltà all’umano”
4) Quanto a Girard, è un antropologo, non un dottore della Chiesa. La sua visione del cristianesimo soddisfa i criteri di un confronto fra culture e coglie un’eccezionalità di cui però le “scienze umane” di matrice positivistica non possiedono la chiave interpretativa, per via di un naturalismo di fondo che le limita intrinsecamente. Io me ne servo soprattutto quando discuto con non credenti, ma se parliamo di essenza del cristianesimo val più una pagina di Florenskij o Guardini dell’opera omnia del francese.
5) La non-circoncisione di Gesù è fiction da parte degli sceneggiatori: una scelta coraggiosa e forse volutamente provocatoria, ma devi ammettere che è perfettamente coerente a quello che sarà lo sviluppo dell’ecumenismo paolino ed ecclesiale.
6) La Madre è forma che identifica, il Padre è origine che orienta: non si può pensare l’essere concreto senza questa polarità costitutiva: Guardini l’ha mostrato con chiarezza in un libro “L’opposizione polare”, che è tanto importante quanto poco conosciuto. Gli umori della società e i conflitti di genere pesano inevitabilmente sull’immaginario di un’epoca, ma la verità metafisica si rinnova perennemente nella sussistenza stessa dell’uomo, e chi la ignora cade nel ridicolo di rappresentazioni elitarie e risentite, che il senso comune respinge e respingerà.
7) Il catechismo di Pio X è antiquato nel linguaggio, ma attinge da una fonte perenne. Mancuso, semplicemente, ha smesso da tempo di essere un teologo cristiano.
Commento di vbinaghi — agosto 7, 2011 @ 12:59 am |
Grazie, si ha sempre da imparare, leggendoti.
Due piccoli rilievi:
1. Paolo e la Chiesa fuoriescono dalla antica circoncisione, perché sono “dentro” quella definitiva;
2. Chi offre un ex-voto, ci mette tutto se stesso in questo gesto, quindi (paradossalmente?) anche l’evento di grazia avvenuto “altrove”.
Un abbraccio.
Commento di lycopodium — agosto 7, 2011 @ 7:36 am |
Interessante il tuo commento, cercherò il film di cui non sapeva nulla. Emanuele Giordano.
Commento di Emanuele — agosto 7, 2011 @ 8:44 am |
Dopo essere uscito in allegato a “Famiglia Cristiana” nel mese di aprile, il DVD del film è facilmente acquistabile su Internet, per esempio qui:
http://www.ibs.it/dvd-film/sono-con-te/guido-chiesa/8013147483133_.html
Commento di vbinaghi — agosto 7, 2011 @ 3:26 pm |
Gentile Valter, grazie per l’analisi appassionata e brillante, in grado spesso di cogliere il senso profondo e speriamo insieme manifesto del nostro film. Sono co-sceneggiatrice e autrice del soggetto, perdona la civetteria. Ma solo per ribadire la radice fortemente femminile delle idee messe in circolo ANCHE attraverso quest’opera. Mi permetto di rilevare un’incongruenza, tra le più ricorrenti (vedi discorso gnostico sulla circoncisione…). Mi ritrovo al millimetro quando scrivi:
– Pensare che la raffigurazione dell’umano sia “solo” naturale, e che la trascendenza implicherebbe un’aggiunta (un’aureola per esempio, per indicarne la santità), ci deriva non da un’insufficienza dell’aspetto naturale, ma da una versione caricaturale e deprimente che l’ideologia materialistica dell’occidente moderno gli ha imposto. –
E davvero mi incuriosisce l’ilarità che ti suscita il mio riferirmi all’ossitocina (dunque ciò che volgarmente la scienza imperfettissima chiama così) in qualità di correlativo dello Spirito Santo che è “anima della nostra anima” (cito il Papa). La trappola dello Gnosticismo che declassa il corpo (e tutto il suo corredo divino) è sempre dietro l’angolo della fede (anche di quella più certa e ferma, direi! Siamo tutti catecumeni, suvvia.). Non è esattamente corpo e sangue (ossitocina inclusa) che Cristo ci offre di sé?
Qui c’è, se può interessare, un’intervista in cui racconto qualcosa in proposito (anche del mio rapporto tutt’altro che imbarazzato con femminismo e marxismo).
Un caro saluto,
Nicoletta
http://www.zenit.org/article-25717?l=italian
Commento di Nicoletta — agosto 8, 2011 @ 5:03 pm |
All’artista, in nome dell’arte, si perdonano cordialmente tante cose (ad un Wagner l’ascolto della musica dispensa largamente dalla lettura dei libretti e dalle farneticanti elucubrazioni mitico-politiche). Continuo però a chiedermi, pare invano, perché mai l’immaginario cristiano contemporaneo debba per forza passare sotto le forche caudine delle letture aliunde mutuate.
Commento di lycopodium — agosto 9, 2011 @ 10:03 pm |
Caro Valter. non sono d’accordo su molte cose, ma non mi interessa ne credo sia utile polemizzarne, vorrei solo fare delle precisazioni su quello che dici in relazione alla rappresentazione artistica e alla visibilità delle realtà spirituali.
La “Corona”, questo è il nome greco dell’aureola, è qualcosa che non è aggiunto come simbolo della santità, ma è stato visto.
La Trasfigurazione sul monte Tabor mostra la luce che è quella a cui partecipa la santità di tutti i santi, canonizzati o meno e che l’occhio malato dell’uomo non vede, ma molti di quelli che questa malattia spirituale la stanno curando o l’hanno curata questa stessa luce la vedono ovunque si manifesti.
Nel colloquio con Motovilov di San Seraphim di Sarov, ne abbiamo una chiara testimonianza, come in innumerevoli fatti tramandati anche recenti.
Poi, che l’assistere a un prodigio possa lasciare o meno tracce nell’anima è un fatto, persino tra quelli che hanno assistito a miracoli di Gesù c’è chi non è cambiato di una virgola, ma chi aveva fede ne ha tratto una forza che, soprattutto nei primi secoli gli ha forse consentito di sopportare quello che i cristiani hanno sopportato.
L’arte delle icone non è solo un canone estetico tradizionale, ma è forma liturgica, e in quanto tale adatta a partecipare della gloria della liturgia, cosa che non accade con un’immagine, magari molto più toccante e artisticamente magistrale come una crocefissione di Pontormo o una madonna in un compianto di Rosso Fiorentino, per citare due artisti che hanno saputo impregnare di straordinario sentimento e passione le loro immagini.
Lo stesso vale per il canto liturgico, è vero che a Milano probabilmente la gente si stuferebbe alla seconda strofa, ma questo è il risultato di una cesura profondissima che è stata operata tra la realtà liturgica e l’immaginario dei fedeli, in qualsiasi paese ortodosso, nessuno si sognerebbe, salvo che in condizione di urbanizzazione estrema, di sostituire al canto bizantino, con i suoi tempi lunghi e i suoi toni, la chiacchierata catechetica e un rito ridotto all’osso, quando sia ancora un osso e non altro, nel senso che con un osso ci fai ancora il brodo, con un pezzo di plastica no.
Io credo che rappresentare i Vangeli cinematograficamente abbia necessità di dissimilitudine, così come ce l’ha il resoconto di un’esperienza mistica, anche se “La passione di Cristo” di Gibson, alla fine è quello che ho apprezzato di più, pur nel suo splatter barocco
Ma l’idea migliore che ho sentito e che non credo sia stata realizzata, è quella che don Milani diede a un regista francese che voleva iniziare un film a soggetto evangelico, cioè di girare tutte le scene in cui Gesù è presente in soggettiva, ponendo sempre lo spettatore nel suo punto di vista, nei panni di Dio.
L’unica scena in cui si vedrebbe, dice Milani, è quella di Giovanni che lo vede arrivare insieme agli altri per il battesimo, ma non c’è nulla che lo identifichi in mezzo a tutti.
Non so se questa sottigliezza è frutto di una considerazione umanistica o teologica, ma in effetti è solo dopo il battesimo che viene resa evidente la divinità di Gesù, e in effetti, negare le luci e certe ineffabili visibilità della gloria, è una posizione che mi sembra arbitraria e non corrispondente a quanto testimoni attendibili hanno tramandato, anche se capisco la quasi impossibilità di rappresentarle fotograficamente, cosa che se mi trovassi a dover fare quel lavoro mi metterebbe in difficoltà, preferendo forse mostrare un paradosso rispetto a un’evidenza.
Non ho visto il film, dunque non posso esprimermi, ma nel commento di Nicoletta leggo; “La trappola dello gnosticismo che declassa il corpo (…) è sempre dietro l’angolo della fede; è una definizione perfetta di un vizio spiritualista, e mi trova perfettamente d’accordo, è nel corpo che tutto è avvenuto ed è il corpo che ci permette di fare la stessa esperienza del ritorno a Dio.
Commento di mario pandiani — agosto 11, 2011 @ 9:30 pm |
Siamo alle solite caro Valter.
In questi giorni su vari quotidiani si celebra l’apologia di vasco rossi.
Il Maestro dei maestri gli avrebbe detto, io penso, “nessuno ti giudica. Vai e non peccare più”
Cari saluti.
Serse
Commento di slt7260 — agosto 12, 2011 @ 1:10 am |
Vasco, su Ligabue, ha ragione.
Commento di mario pandiani — agosto 12, 2011 @ 8:46 pm |
@Mario
“Una cesura profondissima che è stata operata tra la realtà liturgica e l’immaginario dei fedeli”
Probabilmente questo è il centro della questione estetica, e non dico solo riguardante l’arte sacra. L’inquinamento dell’immaginario, prima ancora di ostacolare l’avvicinamento alla liturgia, ha anestetizzato la sensibilità nei confronti della forma in quanto tale.
@Nicoletta
Il problema non è l’ossitocina o le neuroscienze, ma l’inadeguatezza del linguaggio scientifico post-galileiano a rendere conto di ciò che è forma, evento, e non ricostruzione sequenziale ispirata a un modello meccanico. Il determinismo più o meno sofisticato che ne deriva è esattamente una versione aggiornata dell’”heimarmene” (necessità) del cosmo malvagio degli gnostici, da cui l’anima può soltanto evadere.
Sulla realtà del corpo siamo daccordissimo, ma quale corpo? Quello dell’incarnazione, epifania dell’essere in forma sensibile o la versione robotica che ne danno Cartesio e i suoi epigoni?
Scusa se il mio è sembrato un richiamo all’ortodossia (che si può fin troppo facilmente garantire con formule dogmatiche maldigerite), non era quello il senso. Io, più analfabeta che catecumeno, credo che abbiamo bisogno di ritrovare un nuovo sguardo sul mondo e sull’esistenza, e non saranno le scienze a darcelo, finchè i loro presupposti escludono sistematicamente finalismo e trascendenza. L’arte si, perchè si sbarazza più facilmente dei canoni e dell’accademia di quanto le scienze sappiano fare di un paradigma che opera in modo in gran parte inconscio.
Commento di vbinaghi — agosto 21, 2011 @ 1:23 am |
[...] Infine: qualcuno ricorderà (speriamo che lo ricordi) che l’anno scorso ci siamo occupati di un film molto bello e importante, Io sono con te di Guido Chiesa. Il film ci è piaciuto molto, benché per motivi diversi da quelli per cui è stato girato. Qualche tempo fa il collega Valter Binaghi ne ha scritto una recensione diversissima dalle nostre, una recensione teologico-poetica. Ce l’ha segnalata, e noi la segnaliamo a voi. [...]
Pingback di Settembre. A ruota libera su #15M, #notav, #Zizek, Ivry-sur-Seine e altro | Giap — settembre 12, 2011 @ 2:01 am |