Doctor Blue and Sister Robinia

agosto 28, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (4)


Fotogramma da: L’impero dei sensi, di Nagisa Oshima

EROS O THANATOS?

Il disprezzo del mondo e la negazione del suo significato passano sovente attraverso l’affermazione di una purezza assoluta. Questo risulta letteralmente vero se si pensa che, nel percorso sotterraneo che ha condotto il seme della gnosi a svilupparsi come un’edera parassitaria sul mondo contemporaneo, troviamo nel medioevo i “Catari”, ossia coloro che definivano se stessi “i puri”. In un libro importante, (L’amore e l’Occidente, Rizzoli) che rappresenta una delle poche vere ricerche nel campo della storia dei sentimenti umani, Denis De Rougemont ha mostrato la profonda affinità e la segreta dipendenza che lega tra loro l’eresia catara e il mito dell’amore-passione, prodottosi nell’ambito del romanzo cortese e che ha nella storia di Tristano e Isotta il suo archetipo. Per “amore-passione” s’intende qui non l’eros in quanto tale, ma la sua esaltazione assoluta e mortifera, che nutrirà in seguito la cultura romantica a dispetto della dignità e della fecondità a cui il cristianesimo eveva elevato l’unione carnale nel sacramento del matrimonio. Si badi bene che ciò che l’eros romantico esalta e celebra non è l’infedeltà in quanto tale (il “tradimento” infatti presuppone la promessa e il dono di sè), ma la passione che annichilisce, che dissolve, che consuma ogni residuo di storica determinatezza per ambire all’assoluta consumazione dell’essere personale, alla fusione in quello che, più che la comunità di un “noi”, è l’indistinto impersonale che si pretende identico all’essenza divina.
Nella sua laica saggezza, Freud non si è lasciato ingannare circa la natura di questa passione, che ha ritenuto non solo di distinguere ma addirittura di opporre al carattere vitale e fecondo dell’eros definendola come il suo opposto “Thanatos”, anche se ha commesso l’errore di qualificarla come un istinto antagonista anzichè riconoscerne il carattere degenerato. Una delle rappresentazioni artistiche più efficaci di questa dissoluzione erotica resta il film di Nagisa Oshima, L’Impero dei sensi, ispirato a una vicenda storicamente accaduta ma in realtà interamente attraversato dall’ideologia gnostico-nichilista di Georges Bataille.
Quanto questa mitologia dell’eccesso abbia lentamente e progressivamente intossicato l’Occidente cristiano, fino a minacciare di distruzione non solo e non tanto l’istituzione matrimoniale ma la possibilità stessa dell’amore personale, privandolo del suo linguaggio ed esponendolo a una rappresentazione caricaturale o esplicitamente denigratoria, basta accendere il televisore per constatarlo. Come scrive De Rougemont “il carattere piu profondo del mito è il potere che esso acquista su di noi, generalmente a nostra insaputa. Una storia, un avvenimento, perfino un personaggio, diventano miti, precisamente per questo dominio ch’essi esercitano su noi quasi nostro malgrado. Una opera d’arte, come tale, non possiede, a dirla propriamente, un potere di costrizione sul pubblico. Per bella e potente che sia si può sempre criticarla, o gustarla per ragioni individuali. Altrettanto non avviene per il mito; il suo enunciato disarma ogni critica, riduce al silenzio la ragione, o quanto meno la rende inefficace”.
Anche di questo suo libro straordinario ripropongo alcuni passaggi fondamentali (già pubblicati in precedenza su questo blog). La tesi dell’autore è che, traendo origine dal dualismo zoroastriano e dalle sue varianti manichee, il mito sia penetrato in Occidente con l’eresia Catara, probabilmente importata da cavalieri che parteciparono alle crociate e notoriamente influente nelle corti provenzali, dove maturò il genere del “romanzo cortese”. Assodato che la distruzione della coppia, della famiglia e della comunità è uno dei principali elementi che contraddistinguono una civiltà in declino, questo post è dedicato a tutti quelli che credono di poter mantenere il proprio spirito al livello della rivelazione cristiana ma continuano a flirtare con i cascami del suo contrario, passaporto essenziale per salotti letterari e riviste alla moda. (V.B.)

L’origine Manichea del mito di Eros/Thanatos

Per gli sviluppi che seguiranno, due fatti soprattutto devono esser tenuti presenti:
1. Il dogma fondamentale di tutte le sette manichee, è la natura divina o angelica dell’anima, prigioniera di forme create e della notte della materia. (…)
2. La struttura della fede manichea « è essenzialmente lirica ». In altri termini, è proprio dell’intima natura di questa fede il rifiutarsi a qualsiasi esposizione razionalista, impersonale e « obbiettiva ». Essa non si realizza, in effetti, che in un’esperienza al tempo stesso angosciata ed entusiasmante (nel senso letterale del termine), d’ordine essenzialmente poetico. (…)
Ogni concezione dualista, manicheista, vede nella vita del corpo l’infelicità stessa; e nella morte il bene ultimo, il riscatto dalla colpa di esser nati, la reintegrazione nell’Uno e nel luminoso indistinto. Di quaggiù, attraverso un’ascensione graduale, attraverso la morte progressiva e volontaria rappresentata dall’ascesi (aspetto negativo dell’illuminazione), noi possiamo salire fino ad attingere la Luce. Ma il fine dello spirito, il suo scopo, è anche la fine della vita limitata, ottenebrata dalla molteplicità immmediata. Eros, nostro supremo Desiderio, esalta i desideri solo per sacrificarli. Il compimento dell’ Amore nega ogni amore terrestre. E la sua felicità nega ogni terrestre felicità. Considerato dal punto di vista della vita, un Amore cosiffatto non può essere che una totale infelicità.
Questo è il grande sfondo del paganesimo orientale e occidentale sul quale si stacca il nostro mito.
Ma da che dipende ch’esso se ne sia, appunto, «staccato»? Quale minaccia, quale divieto ha costretto la dottrina a velarsi, a non confessarsi che per mezzo di simboli ingannatori, sedurci soltanto attraverso il fascino e l’incanto segreto d’un mito?

Agape: l’amore cristiano e il matrimonio

Prologo del Vangelo di Giovanni:

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio … In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende fra le tenebre ma le tenebre non la compresero. (1, 1-5.)

Ancora l’eterno dualismo senza remissione, l’irrevocabile ostilità della Notte terrestre e del Giorno trascendente? No, poiché il passo continua cosi:

E il Verbo siè fatto carne ed abitò fra noi, e noi abbiamo contemplata la sua gloria, gloria d’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità. (I, 14-15.)

L’incarnazione dei Verbo nel mondo, della Luce nelle Tenebre: è questo l’inaudito evento che ci libera dall’infelicità di vivere. È questo il centro di tutto il cristianesimo, e il focolare dell’amore cristiano che la Scritttura chiama agapé.
Evento senza precedenti, e «naturalmente» incredibile. Giacché il fatto dell’Incarnazione è la negazione radicale d’ogni specie di religione. È lo scandalo supremo, non solo per la nostra ragione che non può ammettere codesta impensabile confusione dell’infinito e del finito, ma soprattutto per lo spirito religioso naturale.
Tutte le religioni conosciute tendono a sublimare l’uomo, e approdano a condannare la sua vita «finita». Il dio Eros esalta e sublima i nostri desideri, riassumendoli in un unico Desiderio, che giunge a negarli. La meta finale di questa dialettica è la non-vita, la morte del corpo. Essendo la Notte e il Giorno incompatibili, l’uomo creato che appartiene alla Notte, non può trovar salvezza che cessando d’esistere, e «perdendosi» in seno alla divinità. Ma il cristianesimo, attraverso il dogma dell’incarnazione del Cristo in Gesù, capovolge questa dialettica da cima a fondo.
La morte, anziché essere l’ultimo termine diviene la condizione prima. Ciò che il Vangelo chiama «morte di sé», è l’inizio d’una nuova vita, da quaggiù. Non è la fuga dello spirito fuori del mondo, bensì il suo pieno ritorno in seno al mondo! Una ricreazione immediata. Una riaffermazione della vita: non certo dell’antica vita, e neppure della vita ideale, ma della vita presente che lo Spirito riafferra.
Dio, il vero Dio, s’è fatto uomo, e vero uomo. Nella persona di Gesù Cristo, le tenebre hanno veramente «accolto» la luce. E ogni uomo nato di donna che crede ciò rinasce in spirito fin da quei momento: morto al proprio io, è morto al mondo in quanto l’io e il mondo son peccatori, ma restituito a sé e al mondo in quanto è lo Spirito che li vuol salvare.
Ormai, l’amore non sarà più fuga e perpetuo rifiuto dell’atto. Esso incomincia oltre la morte, ma di nuovo si volge verso la vita. E questa conversione dell’amore fa comparire il prossimo.
Per l’Eros, la creatura non era che un pretesto illusorio, un’occasione per infiammarsi; e bisognava sbarazzarsene senza indugio, giacché lo scopo era di bruciare sempre di più, di bruciare fino a morirne! L’essere particolare altro non era che una deficienza e un oscuramento dell’Essere unico. Come fare ad amarlo veramente, cosi com’era? Dal momento che la salvezza si trovava soltanto al di là, l’uomo religioso voltava le spalle alle creature che il suo dio ignorava. Ma il Dio dei cristiani, e lui solo, tra tutti gli dèi che si conoscono, non ci ha voltato le spalle, anzi: «ci ha amati per primo» nella nostra forma e nelle nostre limitazioni: spingendosi fino a rivestirsene. E assumendo la condizione dell’uomo peccatore e separato, senza tuttavia peccare e senza dividersi, l’Amore di Dio ci ha aperto una via radicalmente nuova: quella della santificazione. Il contrario della sublimazione, che era soltanto fuga illusoria al di là della concretezza della vita.
Amare diviene allora un’azione positiva, un’azione di trasformazione. Eros cercava il superamento all’infinito. L’amore cristiano è obbedienza nel presente. Perché amar Dio, è obbedire a Dio che ci comanda di amarci gli uni gli altri.
Che significa: Amate i vostri nemici? l’abbandono dell’egoismo, dell’io fatto di desiderio e d’angoscia; la morte dell’uomo isolato, ma altresi la nascita del prossimo. A coloro che gli domandano ironicamente: Chi è il mio prossimo? Gesu risponde: è l’uomo che ha bisogno di te.
Tutti i rapporti umani, da quell’istante, mutan di senso. Il nuovo simbolo dell’Amore non è piu la passione infinita dell’anima in cerca di luce, ma è il matrimonio di Cristo e della Chiesa.
Lo stesso amore umano ne vien trasformato. Mentre i mistici pagani lo sublimavano fino a farne un dio, votandolo al tempo stesso alla morte, il cristianesimo lo colloca di nuovo nel suo ordine, e là lo santifica col matrimonio.
Un amore siffatto, essendo concepito sull’immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa (Eph., 5, 25), può esser veramente reciproco. Perché egli ama l’altro com’è – anziché amare l’idea dell’amore o la sua vampa mortale e deliziosa. (…)
Giunti a questo punto, ricordiamoci che l’Eros vuole l’unione, cioè la fusione essenziale dell’individuo nel dio. L’individuo separato, questo doloroso errore, deve elevarsi fino a perdersi nella divina perfezione. L’uomo non s’attacchi alle creature, dal momento che in esse non v’è eccellenza alcuna, e, in quanto particolari, non rappresenntano che deficienze dell’Essere. Noi dunque non abbiamo affatto prossimo. E l’esaltazione dell’Amore sarà nel conntempo la sua ascesa, la via che conduce al di là della vita.
Agapé, al contrario, non cerca l’unione che si attui oltre la vita. «Dio è in cielo e tu sei sulla terra». E la tua sorte la si giuoca quaggiu. Il peccato non è quello d’esser nati, ma d’aver perduto Iddio facendosi autonomi. Ma Dio non è possibile trovarlo attraverso un’indefinita elevazione del nostro desiderio. Avremo un bel sublimare il nostro Eros: esso non sarà mai altro che noi stessi!

Dal mito dell’Eros all’erotismo romantico

La nostra analisi del mito ci ha fatto vedere perché si ami di credere alla fatalità che è l’alibi della colpevolezza: «Non sono io che ho commesso la colpa, io non c’ero: è questa potenza fatale che agiva in luogo della mia persona». Pietosa menzogna dello schiavo di Eros. Ma di quante segrete compiacenze non è fatta una «fatalità»!
Quanto al colpo di fulmine, si ritiene che esso giustifichi le volubilità di Don Giovanni. Tutta la letteratura vorrebbe indurci a scorgervi la prova d’una potentissima natura sensuale. Don Giovanni, l’uomo del colpo di fulmine e della vita «tempestosa», sarebbe una specie di superuomo, di super-maschio. Mito di un’illimitata potenza, che domina tutte le contingenze morali. Mentre non v’ha dubbio che un simile mito è nato da sogni commpensatori, sia da una fedeltà imposta e detestata, sia da una gelosia masochista, sia infine da un principio d’impotenza. E in effetti la condotta di Don Giovanni è tipica dell’uomo tarato da una certa deficienza sessuale. Il corpo è portato a questi bruschi scarti paragonabili alle «battute» che ossessionano una mente affaticata, proprio quando si trova in uno stato di prostrazione diffuso in tutto l’organismo, e localizzato nell’apparato sessuale: allora ci si lascia andare a degli sciocchi «accostamenti». Per contro, in condizioni normali del corpo e dello spirito, il rischio del colpo di fulmine è quasi eliminato. È cosi dimostrato che la monogamia, normalizzando i rapporti sessuali, è la migliore garanzia del piacere, cioè dell’Eros puramente carnale, e non affatto divinizzato.
Si suole obiettare allora che il matrimonio è «la tomba dell’amore». Ma, naturalmente, a farcelo credere è anncora il mito, con la sua ossessione dell’amore contrariato. Sarebbe piu giusto dire, con Benedetto Croce, che «il matrimonio è la tomba dell’amore selvaggio» (e, più comunemente, del sentimentalismo).
L’amore selvaggio e naturale si manifesta nell’atto del violare (che presso tutti i barbari era prova d’amore). Ma l’atto del violare, come la poligamia, rivela che l’uomo non è ancora in grado di concepire la realtà della persona nella donna. Il che equivale a dire che ancora non sa amare. L’atto del violare e la poligamia privano la donna della sua qualità di eguale, riducendola al suo sesso. L’amore selvaggio spersonalizza le relazioni umane. Per contro, l’uomo che si domina non lo fa per mancanza di «passione» (di «temperamento appassionato») ma proprio perché ama, e in virtu di questo amore, rifiuta di imporsi, si rifiuta a una violenza che nega e distrugge la passione. Egli prova cosi che vuole anzitutto il bene dell’altro. Il suo egoismo passa attraverso l’altro. Dobbiamo ammettere che si tratta d’un’assai seria rivoluzione.
E noi potremo ora superare la formula tutta negativa e privativa del Croce, e definire il matrimonio come quell’istituzione che disciplina la passione non piu con la morale, ma con l’amore.

I paradossi dell’Occidente

Queste poche considerazioni sulla passione e sul matrimonio mettono in luce l’opposizione fondamentale fra l’Eros e l’Agapé, cioè le due religioni che si contendono il nostro Occidente.
La conoscenza di questo conflitto, delle sue origini storiche e psicologiche, della sua posta spirituale, mi sembra comporti la revisione di non pochi giudizi correnti, anzitutto nel campo dell’etica, ma altresi in quello della cultura e della sua filosofia. (…)
Lo spiirito catastrofico dell’Occidente non è cristiano. È, al contrario, manicheo. Questa verità è ignorata comunemente da coloro che identificano il cristianesimo e l’Occidente, come se tutto l’Occidente fosse cristiano. Se dunque l’Europa dovrà soccombere al suo cattivo genio, sarà per aver troppo a lungo coltivato la religione pseudocristiana – o addirittura anticristiana – della passione.
Dovremo concludere che la passione sia la tentazione orientale dell’Occidente? Se è vero che essa si è sviluppata nella nostra storia e nelle nostre culture solo dopo il decimosecondo e decimoterzo secolo, e pel decisivo impulso dell’eresia meridionale, è evidente che le nostre credenze «mortali» ci son venute dal Vicino Oriente e dall’Iran. Ma, si dirà, come mai queste stesse credenze non han prodotto gli stessi effetti presso i popoli d’Oriennte? Perché non vi han trovato gli stessi ostacoli.
La nostra drammatica sorte è dunque quella di aver resistito alla passione con dei mezzi predestinati ad esaltarla. Fu questa la tentazione permanente da cui scaturirono le nostre più belle creazioni. Ma ciò che produce la vita produce anche la morte. Basta che un accento si sposti perché il dinamismo cambi di segno.
In sostanza, la possibilità di individuare con sufficiente precisione questo spostamento d’accento da cui tutto dipende, l’avremo esaminando l’atteggiamento religioso degli occidentali, e la istituzione più tipica della loro morale: il matrimonio.
Non v’ha dubbio che l’Occidentale cristianizzato si distingue dall’Orientale per il suo potere di approfondire l’essere creato in quel che ha di particolare. È qui tutto il segreto della nostra fedeltà. La sapienza orientale cerca la conoscenza nell’abolizione progressiva del diverso. Noi cerchiamo la densità dell’essere nella persona distinta, incessantemente approfondita come tale. «Quanto più conosciamo le cose particolari tanto più conosciamo Dio» dice Spinoza. Questo atteggiamento, che definisce il mio Occidente, definisce al tempo stesso le condizioni profonde della fedeltà, della persona, del matrimonio: della rinuncia alla passione. Esso presuppone l’accettazione del diverso, quindi dell’incompleto, la presa sul concreto nelle sue limitazioni. Il cristiano prende il mondo com’è, non già come lo potrebbe sognare. La sua attività «creatrice» consiste allora nel ritrovare in profondità tutta la diversità del mondo creato; per questo il Rinascimento definisce l’uomo: un microcosmo.
Tutto ciò che distrugge questa volontà centrale, o da essa fa deviare, compromette la fedeltà e introduce nuove possibilità per la passione. È la nostra vita e la nostra morte. Per questo la crisi moderna del matrimonio è il segno meno fallace d’una decadenza occidentale. Certo ve ne sono altri, nei campi più diversi: il culto del numero, la poesia dell’evasione, l’invasione della cultura da parte delle passioni nazionaliste: tutto ciò che tende a mandare in rovina la persona. Ma codesti son complessi collettivi, che spesso sfuggono alla presa individuale. Il sintomo della crisi del matrimonio ci parla e ci rende meglio edotti: nessun altro è più sensibile e più quotidiano, né più intimamente verificabile.

3 commenti »

  1. Per me la lettura di De Rougemont (nel 1978) è stata decisiva. Comunque la si pensi, si tratta di uno di quei testi che ti interrogano a fondo, e ti obbligano a prendere una posizione. Tra l’altro, per alcuni aspetti anticipa Girard.

    Commento di Fabio Brotto — agosto 29, 2011 @ 11:46 am | Replica

  2. Vero, Fabio. A parte un breve scritto sul federalismo europeo, non sono mai riuscito a trovare altro di questo autore così importante, e me ne dispiace.

    Commento di vbinaghi — agosto 29, 2011 @ 12:04 pm | Replica

  3. Grazie, Binaghi. Sarà una delle mie prossime letture.
    Un saluto da Marcello Teofilatto

    Commento di Marcello Teofilatto — agosto 29, 2011 @ 5:04 pm | Replica


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