Doctor Blue and Sister Robinia

settembre 30, 2011

Cosa ne pensa LUIGI PREZIOSI

(Su: Bombacarta)

L’ampiezza dello spazio che i mezzi di comunicazione dedicano alle cose religiose rischia spesso di essere controbilanciata dall’ambiguità con cui le informazioni vengono fornite: il transeunte è scambiato con il definitivo, l’accessorio con l’essenziale, nel migliore dei casi è l’etica ad essere confusa con la fede. A questa tendenza si oppone questo prezioso 10 buoni motivi per essere cattolici di Valter Binaghi e Giulio Mozzi. Al libro è premessa un’ampia quanto intensa introduzione firmata da Tullio Avoledo, intessuta di divagazioni così personali da potere essere apprezzate (per non dire spesso condivise) da tantissimi tra i lettori che intendano sperimentare se stessi con i dieci motivi di cui al titolo.

I due autori si sono cimentati con ciascuno dei dieci motivi del titolo. Più analitico e di sguincio lo sguardo di Mozzi, attento a dettagli a cui conseguono intuizioni fulminanti e dedito ad estrarre verità dalle narrazioni che compongono la tradizione cattolica. Binaghi riserva, invece, a sé il compito di perimetrare quella verità, richiamando i principi di una fede di cui tanti discettano senza conoscerli. I due punti di vista, come osserva Federico Platania nel suo blog (4 agosto scorso), sono felicemente complementari e l’effetto complessivo è di un’inconsueta combinazione di ampiezza argomentativa e di profondità di pensiero, tanto più notevole se si considerano le ridotte dimensioni del testo.

Leggi l’intero articolo su Bombacarta

settembre 29, 2011

UN RACCONTO di Valter Binaghi

Pubblicato nell’antologia “Assedi e paure nella casa occidente”, di Senzapatria Editore, oggi si può leggere integralmente anche sul blog WebSite Horror. E’ un racconto che parla di terrore della morte, sessualità, smania di successi, scrittura. Cose apparentemente diverse, che svelano un’occulta parentela.

IL RESTO DI UN EURO di Valter Binaghi
(Da: “Assedi e paure nella casa Occidente”, Senzapatria editore)

Alla cassa del bar lo scrittore riceve una moneta da venti centesimi: il resto di un euro, per un caffè che non hanno ancora il coraggio di far pagare cifra tonda.
Li lascia nel piattino delle mance. Non saprebbe che farsene, proprio come del resto dei suoi giorni. Lo sa da stamattina. Il tumore è inoperabile, gli resta un mese o poco più.
Un mese, una manciata di ore che non bastano a redimere una vita, pochi spiccioli con cui non si può comprare niente.
Dietro al banco Maria Asuncion è l’albero della vita, mentre si curva a versare una sambuca al ragioniere in pausa pranzo, e i suoi seni sbocciano dalla maglietta scollata come arance nel sole. E’ un’ecuadoriana di vent’anni, per lei sola lo scrittore che l’ammira ogni mattina ha ritrovato nella memoria un apprezzamento femminile che era comune nei suoi anni verdi, i Sessanta, quando le ragazze italiane avevano cosce tornite e sapevano ancora di stalla: sana. Com’è la sorella di Tizio? “E’ sana”, rispondeva il compagnone all’oratorio, oppure “E’ bona”, se già istruito alla cineteca nazionale dove il romanesco di Sordi dominava. Sana, bona, allegria rurale che associava il fascino muliebre a quello della giovenca. Tutto questo prima che le donne diventassero sexy, interessanti ed emancipate e l’appetito sessuale somigliasse sempre più a un vizio moribondo.
Ma c’è qualcosa di nuovo stamani, in Maria Asuncion. Cos’è quell’improvvisa floridezza nelle guance, quella luce di non sola cortesia nel sorriso, la dolcezza piena nei movimenti, non rapidi come al solito ma appena più lenti, quasi meditati e finalmente offerti in una grazia speciale, che fa di un gesto un rito?
Lo scrittore l’osserva, e a un tratto crede di aver capito. E’ incinta, pensa.
L’età e l’uso sciamanico dell’immaginazione gli hanno affinato quelli che i mistici chiamerebbero sensi spirituali. E’ la capacità di percepire l’intensità di vita o il grande dolore che traspare da un essere umano anche solo leggendo ciò che scrive, l’anima che va oltre le affinità del sangue, attraversa il ronzio dei pensieri e le maschere del sembiante per cogliere dell’altro il nudo volere. E’ l’unico modo per continuare ad amare o a detestare da vecchi, quando il contatto fisico e la seduzione delle parvenze esercitano solo un debole richiamo per la tua carne stanca, sostituiti dall’illusione estrema di una vita futura degli spiriti, sottratti alla mappa dolorosa dei ricordi, per una danza smisurata e senza spartito.
Piena di vita, ecco cos’è. Potrebbe essere incinta, e comunque, guardandola sai che per lei ci sarà un domani.
Chi se ne frega? sibila improvvisamente lo scrittore, rabbioso.
E’ adesso che la vorrebbe, subito.

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settembre 28, 2011

LA QUARTA DIMENSIONE di Raffaele Alberto Ventura

Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i presupposti ideologici. La lettura di “Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perciò fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.
Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming discendono da un errore. L’errore è chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non è innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza, traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o più esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il suo computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena, sta nell’ambiguità di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo: se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon, nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, è il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.

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settembre 27, 2011

FIGLI DI UN DIO MINORE di Roberta Borsani

(Già postato su La fata centenaria)

Tempi duri. Anzi, durissimi. A scuola come altrove.

Prime settimane di scuola, stiamo cercando di capire perché diversi studenti disabili sono ancora in attesa del docente di sostegno, che sulla carta, in termini di ore di cattedra, è stato loro assegnato. Forse che qualcuno, fra quelli che bazzicano (o razzolano) nella stanza dei bottoni, conta di risparmiare sulla retribuzione dei docenti di sostegno in queste prime settimane di scuola? Possibile, e non sarebbe la prima volta. Quest’anno però è peggio: all’appello non manca soltanto il docente: manca anche l’educatore comunale, quello che per la cifra favolosa di sette euro all’ora insegnava matematica, inglese, italiano…Tuttologo per sette euro all’ora, ma per come stanno andando le cose adesso in Italia, sette euro all’ora possono sembrare troppe.
Molti Comuni ai quali è stata inoltrata la richiesta di assistenza educativa rispondono che non è di loro competenza, ma della Provincia. La Provincia però è lontana, raggiungibile solo attraverso fiumi di carte e burocrazia. Facile nascondersi e sottrarsi agli appelli quando non si ha un volto, un cuore, un nome.
Comuni e Provincia stanno duellando, lo fanno sulla pelle dei ragazzi disabili, delle loro famiglie, degli insegnanti e della scuola tutta. Per legge ( Decreto legislativo 31/03/98, n. 112, art. 139, comma 1) spetterebbe alla Provincia fornire l’assistenza educativa ai ragazzi disabili dell’Istruzione Superiore di II grado. Il Comune però ha sempre provveduto, riservandosi poi di chiedere alla Provincia il risarcimento delle spese sostenute. Ora i Comuni non hanno più denaro da anticipare e la Provincia “nicchia”, non vuole tirar fuori soldi per i suoi figli più delicati e fragili. Paga però senza battere ciglio fior di quattrini per assessori la cui competenza è ancora da indovinare (leggi da Il fatto quotidiano). Mostruosa incongruenza.

Per il ragazzo che la salute non ha assistito, la natura non ha favorito, la fortuna non ha baciato, in Italia soldi non ce ne sono. Negli uffici in cui si decide dell’assistenza ( e del destino scolastico , almeno per l’anno in corso) dei ragazzi disabili, la documentazione che attesta la natura e la rilevanza degli handicap e l’ urgenza di certe situazioni, non viene forse nemmeno sfogliata. Annoiati funzionari, insensibili alle ragioni del buon senso e del cuore, lesinano sulle ore di sostegno, neanche fossero un lusso. Un’operazione disgustosa che condanna il ragazzo disabile ad accontentarsi di 4-6 ore di sostegno settimanali: la farsa dell’integrazione, il marchio dell’inciviltà.

settembre 26, 2011

FETICISMO DELLA MERCE DIGITALE E SFRUTTAMENTO NASCOSTO: I CASI AMAZON E APPLE di Wu Ming1

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 9:14 am
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La settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il reportage, risultato di mesi di interviste e verifiche, sta facendo il giro del mondo ed è stato ripreso dal New York Times e altri media mainstream. Il quadro è cupo:
- estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti;
- ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°;
- provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo);
- licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.
E ce n’è ancora. Leggetela tutta, l’inchiesta. Ne vale la pena. La frase-chiave la dice un ex-magazziniere: “They’re killing people mentally and phisically.“
A giudicare dai commenti in rete, molti cadono dalle nuvole, scoprendo soltanto ora che Amazon è una mega-corporation e Jeff Bezos un padrone che – com’è consueto tra i padroni – vuole realizzare profitti a scapito di ogni altra considerazione su dignità, equità e sicurezza.
Come dovevasi sospettare, il “miracolo”-Amazon (super-sconti, spedizioni velocissime, “coda lunga”, offerta apparentemente infinita) si regge sullo sfruttamento di forza-lavoro in condizioni vessatorie, pericolose, umilianti. Proprio come il “miracolo”-Walmart, il “miracolo”-Marchionne e qualunque altro miracolo aziendale ci abbiano propinato i media nel corso degli anni.
Quanto appena scritto dovrebbe essere ovvio, eppure non lo è. Il disvelamento non riguarda un’azienda qualsiasi, ma Amazon, sorta di “gigante buono” di cui – anche in Italia – si è sempre parlato in modo acritico, quando non adorante e populista.
The Morning Call ha rotto un incantesimo. Fino a qualche giorno fa, con poche eccezioni, i mezzi di informazione (e i consumatori stessi) accettavano la propaganda di Amazon senza l’ombra di un dubbio, come fosse oro colato. D’ora in poi, forse si cercheranno più spesso i riscontri, si faranno le dovute verifiche, si andranno a vedere eventuali bluff. Con il peggiorare della crisi, sembra aumentare il numero degli scettici.
Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa. Un altro caso da manuale è Apple.

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settembre 24, 2011

IL THRILLER SI FA METAFISICO di Andrea Monda

(Su: Avvenire, 24 settembre 2011)

Il luogo: una città di provincia del Nord Italia. Il fatto: il corpo di una giovane ragazza, Fiammetta Uslenghi, ritrovata uccisa da arma da fuoco in una palude fuori dal centro urbano. Partono quindi le indagini del commissario Realis che, però, subito rivelano un’inquietante particolarità: l’estrema facilità con cui si dipana la traccia investigativa per cui tutti gli indizi portano verso un unico colpevole, don Gabrio, giovane sacerdote che in passato «frequentava» la vittima. Tutto troppo facile, lo scaltro commissario (che oltre al mestiere ha anche le sue belle bruciature che la vita dispensa fin troppo democraticamente) fiuta che qualcosa non va proprio perrché tutto fila liscio. E allora non si ferma e va oltre e questo lo porta a «tras-gredire» ad oltrepassare una soglia molto pericolosa, dove il thriller diventa «metafisico», in cui si apre il varco per le incursioni, dal basso come dall’alto, dal cielo come dagli inferi, quel varco oltre il quale si accede all’inquietante luogo dove si trova, per dirla con Milosz, la «fodera del mondo». La battaglia che il buon Realis dovrà fare per la giustizia e la verità è solo un pallido riflesso della più grande «guerra in cielo». In questo senso non è casuale il cognome del commissario, combattente per la «realtà», contro l’illusione in cui rischiano di rimanere ingabbiati tutti i personaggi protagonisti e burattini al tempo stesso di un conflitto più grande di loro. Un thriller metafisico che critica la metafisica, intesa come razionalismo astratto e disincarnato che sfocia nello spiritualismo, non a caso il personaggio più fosco è l’affascinante filosofo che conduce la vita non vivendola ma semplicemente osservandola, senza alcuna passione. A questo approccio si contrappone la passionalità sanguigna del commissario ma anche di don Gabrio e di Miriam, sorella del sacerdote imputato e incarcerato, dolente personaggio, forse il più bello del romanzo.
Chiudendo il romanzo vengono in mente altri libri, altri autori: il Chesterton de L’uomo che fu Giovedì, il C.S.Lewis delle Lettere di Berlicche e di Quell’orribile forza e, soprattutto, Giobbe. Anche qui uno dei protagonisti è il Principe di questo mondo, Berliche, alias Satana, sempre affascinante: lo vediamo ricco e potente, raffinato, sfuggente e aristocratico, capace di sconvolgere le menti e i cuori di chiunque si metta sulla sua strada. Contro di lui si muoverà il più improbabile degli «angeli custodi», un orribile e reietto «uomo di scarto», una specie di Ombra (così viene chiamato ad un certopunto) che verrà in soccorso dello sfortunato don Gabrio-Giobbe incoraggiandolo a resistere nella fede. Un bel giallo, molto più di un giallo, Persuasori di morte è un’ottima prova di scrittura di un’autrice già saggia, che conduce la barchetta della sua storia tenendo la barra dritta al centro, senza cadute né sbavature, ricordandoci che ogni attimo della nostra vita, anche il più banale è decisivo e vede coinvolto l’universo intero e oltre.

Roberta Borsani PERSUASORI DI MORTE Oge edizioni.
Pagine 186. Euro 18,00

settembre 23, 2011

PERSUASORI DI MORTE – Una recensione e un assaggio

LA RECENSIONE DI CRISTINA DI BONAVENTURA

E’ ambientato sullo sfondo della provincia piemontese questo bel romanzo di Roberta Borsani, il secondo che leggo dell’autrice dopo il buon esordio con Sangue del suo sangue, 180 pagine da cui è difficile staccarsi sia per la trama intrigante e ben congegnata sia per il tratteggio dei personaggi…

Leggi l’articolo su Corpi freddi

UN ASSAGGIO DEL ROMANZO

Di scatto l’annegata aprì un occhio, uno solo, e lo fissò: di nuovo lui glielo richiuse, soffocando un brivido. Da qualche parte aveva letto che la pupilla della vittima fotografa implacabile il volto dell’assassino: basterebbe saperla leggere. Ma ci vorrebbe un mago, non un commissario.

Leggi l’incipit e il primo capitolo su
La dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta

settembre 22, 2011

Cosa ne pensa MILENA MARIANO

(Da: What’s up, settembre 2011)

Una cover un po’ vintage, da illustrazione del “Reader’s Digest” anni ’60/’70, un titolo vagamente pretenzioso e le garanzie offerte da due scrittori dello spessore di Mozzi e Binaghi, con il valore aggiunto della prefazione di Avoledo che, attraverso un excursus autobiografico dei suoi contatti con la fede, rivela la chiave di lettura del libro: la religione come narrazione. È il saggio personale con cui i due autori sviscerano, punto per punto, la religione cristiana, forse più che cattolica, con ruoli precisi: se Giulio Mozzi ha la capacità di raccontare in modo inedito le notorie vicende bibliche/evangeliche, con uno stile che si conferma sobrio e a tratti pervaso da una gradevole ironia, Binaghi propone coerenti spiegazioni filosofiche e teologiche. 10 buoni motivi per essere cattolici è intenso e, seppur in modo cauto, enfatico. È personale e profondo. Ricorda ai credenti, ma soprattutto a coloro che non lo sono più, che la religione cattolica è, prima di tutto, una “grande storia d’amore”, una storia di coraggiosa maternità, un eterno rapporto padre/figlio. Lo stile è quello che i religiosi dovrebbero adottare per attualizzare non i contenuti, immutabili da millenni perché cristallizzati nelle infinite e variegate edizioni in cui sono stampati i tomi del Vecchio e Nuovo Testamento, ma per orientare e indicare il giusto approccio con una religione che spesso appare non più rispondente al modello di vita moderno occidentale.

settembre 21, 2011

NON DONNA DI PROVINCE MA BORDELLO di Terry De Nicolo’/Giorgio Fontana

Come dicevo qualche settimana fa, questo è un libro da leggere, praticamente perfetto nella fenomenologia del declino di un paese (anche se poi sulla prognosi avrei qualcosa da dire). Ne riproduco un brano, ma prima ascoltatevi questa intervista che ne è l’illustrazione migliore.

Il brano che segue è tratto da
“La velocità del buio”, di Giorgio Fontana, Editrice Zona.

Le radici dell’anomalia italiana sono ora abbastanza chiare. Cominciano senz’altro con la mancata formazione di uno stato moderno all’epoca degli stati moderni; e continuano con un’Unità travagliata, alle prese con molti problemi e incapace di sanare fratture antiche e campanilismi vari. Il fascismo tenta con i mezzi peggiori di risolvere tutti questi problemi, e non fa altro che alimentare in qualche modo l’anomalia stessa.
L’avvento della Repubblica, dal canto suo, porta una serie di premesse progressive e unificanti di enorme importanza. Dalla metà degli anni Sessanta in poi, tuttavia, queste premesse vengono soffocate. Mentre il boom tocca il suo apice e finalmente l’Italia entra nel novero dei paesi ricchi, assistiamo all’incapacità di gestire tale ricchezza.
Il decennio successivo registra ulteriori complicazioni sociali a tutti i livelli: l’incapacità di trasmettere una vera eredità dei movimenti studenteschi e il tremendo impatto terrorismo di destra e di sinistra contribuisce a bloccare lo sviluppo di un’autentica cittadinanza e di un sentimento di fiducia collettiva. Gli anni ’80 risolvono nuovamente la situazione con il peggiore dei mali: diffondendo un’inedita versione di egoismo popolare.
La crisi del comunismo non fa che dare maggiore linfa a questa tendenza. Si passa, per riprendere la bella distinzione di Edmondo Berselli, da un prima dove l’unico pronome valido è il “noi” a un dopo nel quale regna l’individualismo dell’”io”. L’orizzonte collettivista o comunque aggregante della carità democristiana o del comunismo si sfalda nel nome del godimento privato, il cui contraltare è il boom delle televisioni private e la decadenza della cultura di sinistra.
A quel punto, quando la grande bolla scoppia con Tangentopoli, ecco l’ultima delle occasioni perdute: non una ricostruzione civile, bensì l’avvento di Berlusconi e l’alveo del berlusconismo — che non mancherà di diffondersi, così come si era già diffuso sottilmente negli anni Ottanta, nelle legislature di centrosinistra.
Fino ad oggi.
E dunque: il ventennio (…) berlusconiano ha portato il Paese verso un baratro decadenza etica e civile spaventoso, che dipende da molte prassi repubblicane ma non trova paragoni con nessuna di esse. Affondando senza pietà su un corpo già fragile e già provato da numerose occasioni perdute, Berlusconi ha risvegliato i peggiori istinti della nazione trascinando la crisi alla velocità del buio: dandole un’accelerazione devastante verso il peggio. Molte cose dipendono dunque da un fattore storico, ma moltissime altre non sarebbero mai successe venti o trent’anni fa. E insieme, diversi eventi del passato sono cose impensabili oggi. È impensabile che accada di nuovo quanto accaduto a Berlinguer, quando Pertini andrò a trovarlo sul letto di morte baciandolo in fronte. E poi ai suoi funerali, vedere un milione di persone fra pugni chiusi e segni della croce: il popolo unito di fronte a un grande politico. Ora i funerali di Stato sono per Mike Bongiorno.
È impensabile che in prima serata in televisione vi siano ospiti come Carmelo Bene (ad esempio in una puntata di Mixer, ancora nel 1988) che citano amabilmente Bergson.
È impensabile che la verità abbia ancora un effetto dirompente, perché il suo valore, come vedremo, è stato ampiamente erosodai media. Ma è anche impensabile, d’altro canto, che un presidente del Consiglio sia indagato per concussione e prostituzione minorile, e rinunci pervicacemente a dimettersi o ammettere i propri errori. È impensabile assistere alla totale “egemonia sottoculturale”, per citare il libro di Massimiliano Panarari, che domina lo spirito di questi tempi — per cui qualunque forma di cultura autentica è necessariamente minoritaria, additata come aliena, quasi motivo di vergogna.
Tante cose sono davvero impensabili, e segno di una crisi che non può essere annacquata nell’italianità passata, di qualsiasi cosa si tratti. (…)
Dunque, ecco la mia tesi: Berlusconi non è né la causa né l’effetto della crisi che stiamo vivendo: è in qualche modo entrambi. Nasce da un terreno storico fatto di occasioni mancate, scommesse perse, diffusa corruttela, malcelata tolleranza verso le mafie.
Ma porta tutto questo a conseguenze inedite — la sua etica e la sua pragmatica, il berlusconismo, lo fa esplodere fino a raggiungere la velocità del buio, meritandosi così lo status di causa.Ed è di questo fenomeno ambivelante che ora ci dobbiamo occupare, cominciando con lui e passando poi alle scorie del suo pensiero: il sistema che informa la nostra contemporaneità, e che bisogna cercare di comprendere fino in fondo.

settembre 20, 2011

24 settembre – PRESENTAZIONE E DIBATTITO

settembre 19, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (15)

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 12:43 pm
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Paul Gauguin – Il Cristo giallo

L’ARTE CRISTIANA CONTRO LA GNOSI di Pierangelo Sequeri
(«Avvenire» del 13 novembre 2009)

Si può dire che l’arte occidentale discenda da un «miracolo»: la decisione anti-gnostica presa nel 787 dal concilio di Nicea contro l’iconoclastia

La storia del pensiero cri­stiano appare interamen­te abitata da una straor­dinaria complessità di elaborazioni teoriche e pratiche del­l’espressione, nei più diversi registri e domini del pensiero estetico-creativo. In larghissi­ma parte, questa storia coinci­de con la storia dell’Occiden­te. Dopo tutto, se l’Occidente ha una coscienza storica del significare, e ha sviluppato u­na coscienza evolutiva delle espressioni del pensiero e del­­l’arte, lo deve alla legittimazio­ne cristiana dell’impulso crea­tivo in cui l’umano si appro­pria delle modalità ermeneuti­che – e non puramente dog­matiche, o disciplinari, o ri­tuali – dell’esperienza del sa­cro. Sullo sfondo di questa lunga tradizione occidentale opera un gesto di vera e pro­pria rifondazione teologica dell’estetico, che appare ine­stirpabile dal destino del cri­stianesimo: come anche delle tradizioni artistiche che esso ha nutrito nella nostra cultura, comprese quelle che si sono separate dall’identità confes­sante della fede. Il gesto di cui parlo è la miracolosa decisione antignostica del cristianesimo, audacemente formulata sin dal principio della sua elabo­razione culturale. Una simile decisione può ben essere inte­sa come l’atto di fondazione di una teologia del sensibile. Dico decisione «miracolosa», per­ché l’improbabilità del gesto teorico non finirà mai di stu­pirci. La decisione antignosti­ca è pura invenzione contro­corrente nei confronti del pensiero filosofico e religioso più alto dell’epoca contestuale agli inizi cristiani. Il suo fonda­mento è, anzitutto, il più roc­cioso realismo della veritas he­braica circa la bontà della creazione, compreso il mondo materiale. Il suo vertice è il realismo della notitia evange­lica dell’incarnazione umana del Figlio, che non si scioglie neppure in Dio. E il suo appro­do la convinzione della risur­rezione dei morti, che miste­riosamente riscatta e trasfigu­ra in pura bellezza l’elemento sensibile, nel quale hanno preso «corpo» le più alte in­venzioni della mente e le mi­gliori affezioni dello spirito. E­mozioni indisgiungibili dalla vita eterna, che la vita dell’arte incide nell’anima per la sua destinazione. Decisione im­probabile, dicevo, per un cri­stianesimo assediato dalla no­bile tradizione delle più anti­che religioni del mondo, che avevano affinato le loro prati­che di rimozione del sensibile come via della redenzione e della luce dell’anima. Decisio­ne culturalmente imbarazzan­te, per un cristianesimo osser­vato dall’alto di una sapienza filosofica illuminata, che rac­coglieva nella vita della mente, e nella via di una theoria affat­to indifferente al logos del sen­sibile (oggi ereditata dall’idea­le della mathesis scientifica).
Ebbene, il cristianesimo, sollecitato dalla cultura dominante a nobilitarsi per la via di una trasformazione in religione dello pneuma incorruttibile, ostile nei confronti della irre­dimibile volgarità dell’aisthesis mondana, rifiutò semplice­mente l’alternativa. Nel lun­ghissimo metabolismo di que­sto sconvolgente passaggio (fosse più generosamente ri­percorso in questa chiave, nel­l’ambito delle stesse discipline ecclesiastiche) si potrebbero scorgere i segni, tutt’altro che timidi, del germe della singo­larità cristiana di un’estetica teologica virtualmente al lavo­ro. La storia dell’arte, indagata lungo questo solco, è infinita­mente più eloquente della convenzionale storia della teologia e della spiritualità, considerate separatamente e selettivamente, in base alle convenzioni di un codice sco­lastico (filosofico come teolo­gico) ormai palesemente ina­deguato a dar conto della realtà. Purché la storia dell’ar­te, a sua volta, incominci di nuovo a raccontarsi in tutta la sua larghezza, altezza, profon­dità: come storia di sensi e sensibilità delle passioni più intime e più alte, e non sem­plicemente come storia di in­venzioni stilistiche e di espe­dienti tecnici. Nel flusso di questo racconto, troverebbe facile collocazione anche la liquidazione di una memoria stereotipa che ha ridotto a spenta citazione – apologetica o subalterna – i sobri canoni ecclesiastici sull’argomento.
L’ispirazione antignostica è quella che fornisce infatti l’im­pulso decisivo alla risoluzione del Concilio Secondo di Nicea, del 787, che sancisce l’illegitti­mità del principio iconoclasta, pur riconoscendo la verità dei fraintendimenti che esso colpiva (idolatria, superstizione, manipolazione e mercanteg­giamento dell’icona sacra). La fedeltà alla logica dell’incarna­zione del Figlio è il fuoco dell’argomentazione risolutiva.
L’esito dell’ortodossia, come del resto l’intero contenzioso della polemica iconoclasta, non ha comunque nulla a che fare con il tema della qualità tecnica e stilistica dell’imma­gine artistica, nel senso in cui noi lo intendiamo ora, nella maturata libertà cristiano-oc­cidentale dell’espressione este­tica. È vero d’altra parte, come ormai la cultura della religione riconosce di nuovo chiara­mente, che il pronunciamento in favore della rappresentazio­ne sensibile del sacro, ha di­gnità di teologia. Il mondo non è una caduta del divino nelle regioni della corporeità spregevole, bensì il riflesso dell’amorevole condiscenden­za divina che lo mette a dispo­sizione di una creatura che porta la sua «im­magine e somi­glianza ». L’espres­sione artistica, nel regime antignosti­co della verità cri­stiana della crea­zione e dell’incar­nazione, lavora al livello della bellez­za – ineffabile, ir­raggiungibile, i­nimmaginabile – della creati­vità divina. Perché è proprio quella bellezza, e non meno che quella, il punto generatore di ogni azzardo dell’immagi­nazione creativa, che cerca il suo lampeggiare nel visibile.

settembre 18, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (14)

IL DEMONIACO NELL’ARTE di Hans Sedlmayr
(Intervento al II Congresso internazionale di studi umanistici, Roma 1952, traduzione di Anna Maria Brogi su Avvenire-Agorà, 4-11-2007)

Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa: prendere sul serio le opere d’arte. A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine ‘diabolus’, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il ‘diabolus’ è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.

Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio russi, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera – prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’ immagine del Cristo con quella del Ribelle – si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.
(continua…)

settembre 16, 2011

FATELO SCENDERE di Massimo Gramellini

Filed under: Cronache — vbinaghi @ 5:08 pm
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(Da: “La Stampa”, 16 settembre 2011)

Mi sento come il passeggero dell’aereo più pazzo del mondo che, mentre l’apparecchio precipita, scosta la tenda della cabina di pilotaggio e scopre che il comandante e le hostess stanno gozzovigliando. Aiuto, fatemi scendere. C’è ancora un paracadute o se lo è portato via Giuanin, nome in codice del peruviano delegato dal Lavitola al ritiro delle bustarelle per i bisognosi? Un paracadute, per favore. Non per me. Per il comandante. Perché le prese in giro, le indignazioni, i severi moniti non bastano più. Qui bisogna costringere il vecchio pilota a mollare la cloche. Non è detto che ci si salvi. Ma con questo si va a sbattere di sicuro. All’atterraggio elettorale mancano ancora diciotto mesi e così non ci arriveremo mai vivi.
Cosa posso fare per convincerla, signor comandante? Scrivere tutti i giorni lo stesso articolo – vattene vattene vattene – fino a quando non se ne va? Ma tanto non se ne va. Augurarmi che lo spread coi titoli tedeschi salga a 500, 5000, 50.000, così saranno i mercati a intimarle lo sfratto? Sarebbe autolesionista. Sperare in una serrata dei Capi di Stato esteri nei suoi confronti: niente Italia al G8 finché a rappresentarla c’è l’amico di Giuanin? Che il destino risparmi al mio Paese questa umiliazione. Confidare nelle dimissioni in blocco di una cinquantina di parlamentari scelti e pagati da lei…? Ecco, mi sono già risposto da solo. Non resta che provare a stimolarla sull’unica materia che, mi dicono, le interessi più della (….): i libri di storia. Se mira ancora a entrarci, Cavaliere, si sbrighi a uscire.

settembre 15, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (13)

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:57 pm
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L’IMPORTANZA DELL’ORTODOSSIA di Gilbert K. Chesterton
(Da: Eretici, trad. it. di Cristina Cavalli, Lindau 2010)

Nulla rivela più sorprendentemente l’enorme e silenzioso male della società moderna dell’insolito uso che si fa oggigiorno della parola «ortodosso». Un tempo l’eretico era fiero di non essere tale. Eretici erano i regni del mondo, la polizia e i giudici. Lui era ortodosso. Non si compiaceva di essersi ribellato a loro; erano stati loro a ribellarsi a lui. Gli eserciti con la loro spietata sicurezza, i sovrani con i loro volti impassibili, i decorosi processi di Stato, i giusti processi legali: si erano tutti smarriti come pecorelle. L’eretico era fiero di essere ortodosso, fiero di essere nel giusto. Quando si ritrovava solo in una landa desolata, era più di un uomo: era una Chiesa. Era il centro dell’universo e intorno a lui ruotavano le stelle. Nessuna tortura sottratta agli inferi più remoti avrebbe potuto fargli ammettere di essere un eretico. Oggi invece se ne fa un vanto e, con una risata consapevole, pronuncia frasi come: «Suppongo di essere un vero eretico», per poi guardarsi intorno in cerca di consenso. La parola «eresia» non solo non significa più essere in errore, ma significa in realtà essere lucidi e coraggiosi. La parola «ortodossia» non solo non significa più essere nel giusto, ma significa in realtà essere in errore. Tutto ciò non può che significare una sola cosa: che è sempre meno importante essere nel giusto dal punto di vista filosofico. È sicuramente più facile che un uomo confessi di essere pazzo che di essere eretico. Il bohémien, con la sua cravatta rossa, dovrebbe compiacersi della sua ortodossia. Il dinamitardo che innesca una bomba dovrebbe pensare che, a dispetto di tutto il resto, perlomeno è ortodosso.
È inconcepibile, in linea di massima, che un filosofo dia fuoco a un altro filosofo a Smithfield Market(1)solo perché non condivide la sua teoria dell’universo. Ciò accadeva assai di frequente durante la decadenza del Medioevo ed era del tutto inutile allo scopo. Ma vi è una cosa infinitamente più assurda e impraticabile del mettere al rogo un uomo per la sua filosofia, ovvero l’abitudine di affermare che la sua filosofia è irrilevante, come accade universalmente nel XX secolo, nella decadenza del grande periodo rivoluzionario. Le teorie generali sono ovunque disprezzate; la dottrina dei Diritti dell’Uomo è ignorata al pari della dottrina della Caduta dell’Uomo. Oggi lo stesso ateismo è troppo teologico per noi. La stessa rivoluzione è troppo organizzata e la stessa libertà è troppo restrittiva. Non sono ammesse generalizzazioni. Il signor Bernard Shaw ha espresso questo concetto in un perfetto epigramma: «La regola d’oro è che non esistono regole d’oro». In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli. L’opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua opinione sul tutto è irrilevante. Per quanto egli sia intento a esplorare un milione di oggetti, non troverà mai il più strano, l’universo; in tal caso, avrebbe una religione e sarebbe perduto. Tutto è importante, tranne il tutto.
Non servono certo esempi per dimostrare questa assoluta superficialità in materia di filosofia cosmica. Non servono certo esempi per dimostrare che, qualsiasi altra cosa influisca secondo noi sulla vita pratica, pensiamo non conti che un uomo sia pessimista o ottimista, cartesiano o hegeliano, materialista o spiritualista. Immaginiamo, tuttavia, una situazione-tipo. Durante qualsiasi innocente conversazione, potremmo facilmente udire un uomo affermare: «La vita non vale la pena di essere vissuta». Queste parole suscitano in noi lo stesso effetto che avrebbe una frase come: «Oggi è una bella giornata»; nessuno pensa che tale affermazione possa realmente avere un profondo impatto sull’uomo o sul mondo. Eppure, se credessimo veramente a quelle parole, il mondo si capovolgerebbe. Gli assassini riceverebbero medaglie perché salvano gli uomini dalla vita; i vigili del fuoco verrebbero denunciati perché li sottraggono alla morte; useremmo i veleni come medicine; chiameremmo il dottore quando siamo in buona salute; la Royal Humane Society(2) verrebbe sradicata come un covo di assassini. Eppure non ci domandiamo mai se il pessimista amante della conversazione rafforzerà o sconvolgerà la società, perché siamo convinti che le teorie non abbiano alcuna importanza.
Coloro a cui dobbiamo la nostra libertà non erano sicuramente di questo avviso. Quando i vecchi liberali tolsero il bavaglio a tutte le eresie, la loro idea era che ciò avrebbe permesso di fare nuove scoperte religiose e filosofiche, poiché erano convinti che la verità cosmica fosse così importante che tutti avrebbero dovuto fornire la propria testimonianza indipendente. L’idea moderna è che la verità cosmica è così irrilevante che le parole non hanno alcuna importanza. I primi liberarono la ricerca come si sguinzaglia un nobile segugio; la seconda libera la ricerca come si rigetta in mare un pesce non commestibile. Non vi è mai stato un così scarso interesse per la natura dell’uomo come oggi, quando, per la prima volta, chiunque può discuterne. Le antiche restrizioni consentivano solo agli ortodossi di dibattere di religione. La libertà moderna impedisce a chiunque di discuterne. Il buongusto, ultima e più vile superstizione umana, è riuscito a zittirci laddove tutto il resto ha fallito. Sessant’anni fa era di cattivo gusto essere un ateo dichiarato. Poi arrivarono i seguaci di Bradlaugh (3), gli ultimi religiosi, gli ultimi uomini che si siano interessati a Dio; ma non riuscirono a cambiare le cose. È tuttora di cattivo gusto essere un ateo dichiarato. Ma il loro supplizio non è stato del tutto inutile, poiché oggi è altrettanto di cattivo gusto essere un cristiano dichiarato. L’emancipazione non ha fatto che rinchiudere il santo nella stessa torre del silenzio dell’eresiarca.

NOTE

1) Lo Smithfield Market è stato l’ultimo mercato all’ingrosso di Londra, specializzato nella vendita di carne. Teatro di molte esecuzioni di eretici e di
oppositori politici, vi hanno trovato la morte anche il patriota scozzese William Wallace (1305) e il capo della rivolta dei contadini inglesi Wat Tyler (1381).
2) La Royal Humane Society, fondata a Londra nel 1774, premia le persone per i loro atti di coraggio, in particolare per il salvataggio di vite umane grazie alla tecnica della rianimazione.
3) Charles Bradlaugh (1833-1891). Attivista politico e ateo militante inglese, diresse il giornale laicista «The National Reformer», accusato di blasfemia ed eversione, e nel 1866 fondò la National Secular Society, organizzazione per la promozione del secolarismo laico e della libertà religiosa. Sostenitore del repubblicanesimo, dell’antimperialismo e di cause sociali come il suffragio femminile e il controllo delle nascite, fu il primo ateo a diventare membro del Parlamento inglese. Espulso dalla Camera dei Comuni per essersi rifiutato di giurare sulla Bibbia, condusse una grande campagna per consentire anche agli atei di sedere in Parlamento.

settembre 13, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (12)

UNO GNOSTICO ALLA MODA: VITO MANCUSO

Si comincia così (negando o ritenendo indifferente alla salvezza dell’anima Gesù venuto nella carne e risorto dai morti)

“Io aderisco alla risurrezione quale evento accaduto a Gesù, ma nego che tale evento accaduto a lui abbia il valore salvifico assoluto per noi e per gli uomini di tutti i tempi che gli si attribuisce. Io penso che la vita eterna non dipenda dal fatto che Gesù è risorto, ma che il fatto che Gesù è risorto sia un segno della vita eterna nella sua effettiva realtà.”
Vito Mancuso, “Il Foglio”, 23 marzo 2008.

Si continua così, negando la possibilità stessa di qualsiasi oggettività storica o concettuale, con circonlocuzioni pseudo-filosofiche new age vagamente ubriacanti, degne de “La profezia di Celestino”

“Essendo tutto dominato dalla logica evolutiva, non esiste alcun punto fermo, se con fermo si intende qualcosa di statico e di immobile [...]. Dio è un punto fermo [...] nel senso di immutabile quanto alla dinamica del suo movimento vitale che è l’amore [...]. E va da sé che, non essendo Dio, a maggior ragione non sono punto fermo né la Bibbia [...] né la Chiesa con il suo magistero dottrinale [...], il quale parla veramente nel nome del Dio vivo solo se consente e incrementa il creativo dinamismo della libertà”.
Vito Mancuso, La vita autentica, Raffaello Cortina Editore 2009

E si finisce così, naufragando nel sentimentalismo della notte in cui tutte le vacche sono nere, attribuendo all’unica intima certezza di una gnosi personale facoltà di autoredenzione.

«Il mio assoluto, il mio dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me. (…) Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie (…), capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà».
Vito Mancuso, Io e dio, Garzanti 2011

Scegliendo come compagni di strada e anfitrioni nei salotti buoni della cultura anime belle come Corrado Augias, Gad Lerner, Paolo Flores D’Arcais, o Gustavo Zagrebelsky, che fregandosi le mani commenta:

“Il passo decisivo è forse il rigetto dell’idea di un dio come “persona”: un Dio che comanda, giudica, condanna, cioè esercita un potere esterno, assoluto e irresistibile. Il sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di sgozzare il figlio, vittima sacrificale; Abramo non obbietta; Dio all’ultimo ferma il coltello) è di solito presentato come esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l’immagine d’un dio spietato (la mano omicida, comunque, viene trattenuta in tempo), sia per la disumanità d’un padre capace di tanto delitto. Quel padre, però, è immagine della perfetta fedeltà al “divino”, lodata nei secoli da una tradizione in cui fede e violenza si danno facilmente la mano. Quando poi sulla parola di Dio (il “Dio lo vuole”) si crea il potere d’una chiesa, la violenza sulle coscienze è sempre di nuovo possibile da parte di “uomini di Dio”.
Gustavo Zagrebelsky,“La Repubblica” del 9 settembre 2011

Dunque siamo pronti per la totale apostasia? Non ancora, non prima almeno di avere intossicato col fumo delle proprie speculazioni qualche altro centinaio di lettori, convertiti direttamente alla gnosi senza più nemmeno passare per un’autentica catechesi cristiana.Come scrive Pietro De Marco, sull’inserto fiorentino del Corriere:

Da anni, leggendo Mancuso, sono diviso tra lo stupore per una cultura, filosofica e teologica, approssimativa ed esibita, e la riflessione sul suo successo. Che Augias abbia catturato Mancuso in un libro a due, che si vende molto, e che se lo porti dietro in un inesausto calendario di incontri, ha una sua logica. Mancuso produce, infatti, più danni nella religiosità comune e cattolica che la cultura ottocentesca del giornalista de “la Repubblica”. (…) Ma che la minoranza cattolica che legge di “teologia” accetti enunciati vitalistici che Max Weber avrebbe detto da rivista salottiera (“la vera fede si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita”); e li accetti come “metodo” e come via d’uscita da quello che il nostro “teologo” definisce le incapacità teologiche della dommatica cattolica (che non conosce), produce allarme. Chi ha decostruito l’intelletto cattolico a questo punto?
Pietro De Marco, Corriere della Sera Firenze, 18 febbraio 2010

settembre 12, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (11)

TRE PASSI FUORI DALLA GNOSI: IL FILOSOFO, IL TEOLOGO, IL POETA

La finalità della natura

Nessuna filosofia si è occupata meno della natura di quanto abbia fatto l’esistenzialismo, il quale non concede ad essa alcuna dignità; questo disinteresse non va però confuso con l’atteggiamento di Socrate, il quale si asteneva dalla ricerca fisica perché pensava che fosse al di sopra della comprensione umana.
La considerazione di ciò che c’è, della natura come è in se stessa, dell’Essere, era chiamata dagli antichi col nome di contemplazione, theoria. Ma la differenza ora sta nel fatto che se la contemplazione ha come oggetto solo l’ec-stante, di nessun rilievo, allora perde la nobile condizione che aveva una volta – come pure il riposo nel presente, al quale trattiene l’osservatore, mediante la presenza dei suoi oggetti. La theoria aveva quella dignità per le sue implicanze platoniche – perché possedeva gli oggetti eterni sotto forma di cose, una trascendenza dell’essere immutabile che riluceva nella trasparenza del divenire. L’essere immutabile è eterno presente, nel quale può esserci contemplazione durante i brevi periodi del presente temporale.
Perciò è l’eternità, non il tempo, che garantisce un presente e gli conferisce uno stato proprio nel fluire del tempo; ed è la mancanza di eternità che spiega la mancanza di un autentico presente. Tale perdita dell’eternità è la sparizione del mondo delle idee e degli ideali, nella quale Heidegger vedeva il vero significato della frase di Nietzsche «Dio è morto »: in altre parole la vittoria assoluta del nominalismo sul realismo. (…) Se i valori non sono considerati nella visione dell’essere (come il Bene e il Bello di Platone), ma sono posti dalla volontà come progetti, allora l’esistenza è consegnata ad un continuo futuro, che ha la morte come termine ultimo; ed una risoluzione di (voler) essere puramente formale, senza un nomos per quella risoluzione, diventa un progetto dal nulla al nulla. (…)
Ancora una volta la nostra indagine ci conduce al dualismo tra uomo e physis come fondamento metafisico della situazione nichilista. Non bisogna trascurare una differenza molto importante tra il dualismo gnostico e quello esistenzialista: l’uomo gnostico è gettato in una natura antagonista, antidivina e perciò antiumana, l’uomo moderno in una natura indifferente. Soltanto il secondo caso rappresenta il vuoto assoluto, l’abisso senza fondo. Nella concezione gnostica l’ostile, il demoniaco, è’ ancora antropomorfo, familiare anche nella sua estraneità, e il contrasto stesso dà una direzione all’esistenza: una direzione negativa, certamente, ma una direzione che ha dietro di sé la sanzione della trascendenza negativa a cui corrisponde qualitativamente la positività del mondo. Alla natura indifferente della scienza moderna non è concessa nemmeno questa qualità anntagonistica e da quella natura non ci si può aspettare nessuna direzione.
Questo rende il nichilismo moderno infinitamente più radicale e disperato di quanto sia mai stato il nichilismo gnostico con tutto il suo terrore panico del mondo e il suo insolente disprezzo per le sue leggi. Che alla natura non importi in un modo o nell’altro, è il vero abisso. Che soltanto l’uomo importi, posto nella sua finitezza di fronte a nient’altro che la morte, solo con la sua contingenza e l’insignificanza oggettiva delle sue intenzioni e progetti, è una situazione realmente senza precedenti.
Ma questa stessa differenza, che rivela la maggiore profondità del nichilismo moderno, ne mostra anche l’incoerenza. Il dualismo gnostico, per quanto fantastico, era almeno coerente. L’idea di una natura demoniaca contro cui la persona deve lottare, ha un senso. Ma quale senso può avere una natura indifferente che tuttavia contiene in sé ciò per cui la sua esistenza significa qualcosa? La frase «essere gettati in una natura indifferente» è un residuo di metafisica dualistica, che un punto di vista non metafisico non ha diritto di usare. Che cosa significa essere gettati senza colui che getta e senza un al di là da dove è partito? Piuttosto l’esistenzialista dovrebbe dire che la vita – coscienza, «preoccupazione », conoscenza di sé – è stata «buttata all’aria» dalla natura. Se ciecamente, allora il vedere è un prodotto della cecità, la preoccupazione è prodotto dell’incuria, la natura teleologica è generata in maniera non teleologica.
Un simile paradosso non fa nascere dei dubbi sul concetto stesso di natura indifferente, quell’ astrazione della scienza fisica?
(Hans Jonas, Lo gnosticismo, S.E.I.)
(continua…)

settembre 9, 2011

LA GNOSI O DELL’ANTICRISTO (10)

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:38 pm
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VENUTO NELLA CARNE

Mentre mi accingo a terminare questa serie di post anti-gnostici, bisognerà che dia finalmente giustificazione del titolo: perchè proprio lo gnosticismo dovrebbe essere la culla dell’anticristo? Perchè un’ideologia o una forma di pensiero che si pretende salvifica e comunque eleva l’anima umana al di là dell’opacità materiale di questo mondo dovrebbe rappresentare per il cristianesimo il nemico peggiore, più di quanto non sia, per esempio, una sanguinosa persecuzione che colpisca i cristiani stessi, come è avvenuto già in passato e come ancora oggi avviene in diverse parti del mondo, dove imperversano fanatismo religioso o statolatria laica?
Sarebbe troppo facile rispondere che dalle persecuzioni antiche e moderne il cristianesimo è uscito più robusto di prima, (perchè la fortezza dei testimoni della fede e il sangue dei martiri hanno contribuito maggiormente alla conversione dei non cristiani di quanto non abbiano fatto le prolusioni dei teologi) mentre proprio un certo intellettualismo, che stempera il paradosso cristiano nelle acque tiepide della “cultura” o della “filosofia” ne minaccia la consistenza spirituale.
Fortunatamente, ad indirizzare la riflessione dei credenti su questo mistero dell’iniquità ci sono le lettere apostoliche. Tra i testi che trattano dell’Anticristo si cita spesso la Seconda ai Tessalonicesi, dove Paolo descrive il figlio della perdizione come “colui che si oppone e si innalza sopra tutto ciò che viene detto dio” il che farebbe pensare a qualche forma di potere temporale che provi ad usurpare il trono dell’Altissimo, se il testo non continuasse così: “ed è oggetto di culto fino al punto da sedere lui stesso nel tempio di Dio e proclamarsi dio”. Il che toglie ogni dubbio circa il fatto che l’Anticristo si presenta non come colui che nega la religione e il culto, ma come colui che ne perverte il senso.
I riferimenti più evidenti al fatto che questa perversione si identifichi con una forma di gnosticismo, si trovano nelle due lettere di Giovanni, di cui riporto qui sotto i brani indicativi.

PRIMA LETTERA DI GIOVANNI 2, 18-22
Figlioli è l’ultima ora e avete udito che l’Anticristo deve venire, ebbene ora sono sorti molti anticristi: da ciò conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti dalle nostre file, ma non erano dei nostri; ché se fossero stati dei nostri sarebbero restati con noi. Ma ciò è accaduto perché fosse manifesto che nessuno [di loro] è dei nostri. Voi però avete l’unzione dal Santo e avete tutti la conoscenza. Non vi ho scritto che non conoscete la verità, ma che la conoscete e che nessuna menzogna è dalla verità. Chi è il mentitore se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Questo è l’Anticristo: colui che nega il Padre e il Figlio.

PRIMA LETTERA DI GIOVANNI 4, 1-3
Carissimi, non credete ad ogni spirito, ma esaminate gli spiriti se sono da Dio poiché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. Da questo conoscete lo spirito di Dio: ogni spirito che confessa Gesù venuto nella carne è da Dio e ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio. Anzi è quello dell’Anticristo il quale avete udito che deve venire, e ora è già nel mondo.

SECONDA LETTERA DI GIOVANNI 7
Molti seduttori sono venuti nel mondo, i quali non confessano Gesù Cristo che viene nella carne. Questo è il seduttore e l’Anticristo.

Si può notare come in primo luogo Giovanni dichiari mentitore chi separa la persona umana e storica di Gesù dalla salvezza che viene da Dio, e come in seguito ribadisca per due volte l’espressione “venuto nella carne”, mentre è propria della gnosi di tutti i tempi la negazione del carattere storico e incarnato di Gesù, per trasformarlo in un simbolo più o meno evanescente dell’elevazione morale e metafisica dell’anima oltre la tenebra di questo mondo.
Che da questa negazione derivino tutta una serie di conseguenze psicologicamente e culturalmente nefaste, riassumibili nella disintegrazione della “forma” naturale e sociale e nel nichilismo di un desiderio senza oggetto, è quello che ho cercato di mostrare con questa serie di post, aiutandomi con testi di diversa ispirazione.
Che per reazione a questo gnosticismo invivibile il senso comune ripieghi su un materialismo crasso, sull’esaltazione di una carne irredenta e allegramente irredimibile, è altrettanto pacifico: solo uno sprovveduto può meravigliarsi del fatto che dopo un ventennio di egemonia della gnosi marxista l’Italia sia finita in balia del berlusconismo.
Come viatico anti-gnostico, vorrei lasciare ai lettori di questo blog non parole, ma una potente immagine artistica, uno di quei casi rari in cui la sacra rappresentazione si è sottratta alla degenerazione idealistica o crudelmente espressionistica degli ultimi cinque secoli.
Grazie a Fabio D’Amico che l’ha (splendidamente) fotografato, ecco un crocifisso di Felipe de Vries o Filipo na Brias, del 1550. Si trova nel Monastero dei Gerolimitani di Lisbona.

settembre 7, 2011

GENITORI IMMATURI, FIGLI SCRITTI SULL’ACQUA di Roberta Borsani

Genitori insufficienti, anaffettivi, distanti e distratti, crescono figli insicuri, ansiosi, depressi, incapaci di riconoscere il proprio valore e di percorrere il cammino della propria vocazione iniziatica (quella che ogni esistenza degna di questi nome porta in sé). La fiaba della Bella Addormentata ce lo racconta con il suo linguaggio intessuto di simboli poetici variamente interpretabili, eppure pregnanti e incisivi.
La nascita di Rosaspina (perchè così si chiama alla nascita la futura Bella Addormentata) viene annuciata alla madre da una rana che salta fuori dall’acqua del bagno. Piuttosto insolito, e anche sospetto. Come se la regina madre avesse bisogno di un mediatore terra-acqua (gli anfibi sono creature della soglia) ad annunciarle una nascita che invece avrebbe dovuto lei stessa avvertire in grembo (terra-acqua appunto), dentro di sé.
Più tardi il Re, ci dice la fiaba, decide di festeggiare alla grande il lieto evento, ma solo dopo aver verificato l’aspetto piacevole (l’immagine sociale, quindi) della piccina: “La vide così bella che…” Sorge il dubbio che Rosaspina non avrebbe trovato accoglienza tra le braccia sospettose di suo padre se la sua immagine sociale fosse stata meno attraente. E anche adesso l’accoglienza non è di quelle rassicuranti e riposanti: resta sotto condizione.
Una madre fredda, anaffettiva e un padre schiavo delle convenzioni e dei suoi sogni di grandezza: questi sono i genitori “regali” della principessina. Ci si chiede: ma di quale regalità sono portatori simili sovrani? Non c’è generosità, coraggio, amore. Nulla di augusto o di buon augurio in una regalità che diffida e non dà benessere. Solo corona, scettro e trono.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

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