
UNO GNOSTICO ALLA MODA: VITO MANCUSO
Si comincia così (negando o ritenendo indifferente alla salvezza dell’anima Gesù venuto nella carne e risorto dai morti)
“Io aderisco alla risurrezione quale evento accaduto a Gesù, ma nego che tale evento accaduto a lui abbia il valore salvifico assoluto per noi e per gli uomini di tutti i tempi che gli si attribuisce. Io penso che la vita eterna non dipenda dal fatto che Gesù è risorto, ma che il fatto che Gesù è risorto sia un segno della vita eterna nella sua effettiva realtà.”
Vito Mancuso, “Il Foglio”, 23 marzo 2008.
Si continua così, negando la possibilità stessa di qualsiasi oggettività storica o concettuale, con circonlocuzioni pseudo-filosofiche new age vagamente ubriacanti, degne de “La profezia di Celestino”
“Essendo tutto dominato dalla logica evolutiva, non esiste alcun punto fermo, se con fermo si intende qualcosa di statico e di immobile [...]. Dio è un punto fermo [...] nel senso di immutabile quanto alla dinamica del suo movimento vitale che è l’amore [...]. E va da sé che, non essendo Dio, a maggior ragione non sono punto fermo né la Bibbia [...] né la Chiesa con il suo magistero dottrinale [...], il quale parla veramente nel nome del Dio vivo solo se consente e incrementa il creativo dinamismo della libertà”.
Vito Mancuso, La vita autentica, Raffaello Cortina Editore 2009
E si finisce così, naufragando nel sentimentalismo della notte in cui tutte le vacche sono nere, attribuendo all’unica intima certezza di una gnosi personale facoltà di autoredenzione.
«Il mio assoluto, il mio dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me. (…) Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie (…), capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà».
Vito Mancuso, Io e dio, Garzanti 2011
Scegliendo come compagni di strada e anfitrioni nei salotti buoni della cultura anime belle come Corrado Augias, Gad Lerner, Paolo Flores D’Arcais, o Gustavo Zagrebelsky, che fregandosi le mani commenta:
“Il passo decisivo è forse il rigetto dell’idea di un dio come “persona”: un Dio che comanda, giudica, condanna, cioè esercita un potere esterno, assoluto e irresistibile. Il sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di sgozzare il figlio, vittima sacrificale; Abramo non obbietta; Dio all’ultimo ferma il coltello) è di solito presentato come esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l’immagine d’un dio spietato (la mano omicida, comunque, viene trattenuta in tempo), sia per la disumanità d’un padre capace di tanto delitto. Quel padre, però, è immagine della perfetta fedeltà al “divino”, lodata nei secoli da una tradizione in cui fede e violenza si danno facilmente la mano. Quando poi sulla parola di Dio (il “Dio lo vuole”) si crea il potere d’una chiesa, la violenza sulle coscienze è sempre di nuovo possibile da parte di “uomini di Dio”.
Gustavo Zagrebelsky,“La Repubblica” del 9 settembre 2011
Dunque siamo pronti per la totale apostasia? Non ancora, non prima almeno di avere intossicato col fumo delle proprie speculazioni qualche altro centinaio di lettori, convertiti direttamente alla gnosi senza più nemmeno passare per un’autentica catechesi cristiana.Come scrive Pietro De Marco, sull’inserto fiorentino del Corriere:
Da anni, leggendo Mancuso, sono diviso tra lo stupore per una cultura, filosofica e teologica, approssimativa ed esibita, e la riflessione sul suo successo. Che Augias abbia catturato Mancuso in un libro a due, che si vende molto, e che se lo porti dietro in un inesausto calendario di incontri, ha una sua logica. Mancuso produce, infatti, più danni nella religiosità comune e cattolica che la cultura ottocentesca del giornalista de “la Repubblica”. (…) Ma che la minoranza cattolica che legge di “teologia” accetti enunciati vitalistici che Max Weber avrebbe detto da rivista salottiera (“la vera fede si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita”); e li accetti come “metodo” e come via d’uscita da quello che il nostro “teologo” definisce le incapacità teologiche della dommatica cattolica (che non conosce), produce allarme. Chi ha decostruito l’intelletto cattolico a questo punto?
Pietro De Marco, Corriere della Sera Firenze, 18 febbraio 2010