Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i presupposti ideologici. La lettura di “Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perciò fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.
Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming discendono da un errore. L’errore è chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non è innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza, traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o più esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il suo computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena, sta nell’ambiguità di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo: se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon, nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, è il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.
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I servizi gratuiti in rete si reggono perché gli utenti producono contenuti e le corporation possono vendere i dati dei propri utenti. Su questo sei d’accordo o no?
Commento di Massi — settembre 28, 2011 @ 4:26 pm |
E’ molto vicino a quello che volevo dire l’altro giorno. Non si può accettare impunemente che qualsiasi attività di relazione su un socialnetwork venga ridotta a pluslavoro: centinaia di migliaia di persone ci mettono del loro vissuto, un una parte più o meno grande. L’utente di facebook è l’utilizzatore di un servizio molto prima che un lavoratore sfruttato, come invece avviene nelle fabbriche di computers e via diicendo.
Commento di Paolo E — settembre 28, 2011 @ 4:30 pm |
@Massi
Se la domanda è rivolta a me rispondo si, ma c’è ben altro nel discutibile profilo del “proletariato della conoscenza”. Comunque con Wu Ming1 ci ho già litigato fin troppo, Ventura è un nuovo amico e non vorrei farlo scappare subito. I due post mi sembrano interessanti per quello che ciascuno dice ma anche quello che non dice (dall’uno è assente il carattere ludico della produzione di senso in Internet, dall’altro l’oggettiva condizione dei lavoratori del Web).
Facciano a cazzotti, che sono giovani.
Io mi accomodo con birra e pop corn.
Commento di vbinaghi — settembre 28, 2011 @ 4:35 pm |
Sull’oggettiva condizione dei lavoratori in rete io posso concedere quello che vuoi a Wu Ming: persino il merito di avere sollevato il problema di fronte a una massa di lettori evidentemente convinta che gli Ipad crescano sugli alberi… Onestamente non credo di avere occultato in alcun modo la questione.
Commento di Raffaele — settembre 28, 2011 @ 4:43 pm |
Ad ogni modo non credo che WM abbia tanta voglia di dibattere, visto che mi definisce “idiota” e filtra i miei commenti e i miei trackback.
Commento di Raffaele — settembre 28, 2011 @ 4:46 pm |
Stile Robespierre, sappiamo per esperienza.
Commento di vbinaghi — settembre 28, 2011 @ 4:49 pm |
Mi riferisco all’articolo di eschaton.
…beh, innanzitutto gli sberleffi in preambolo alla risposta (così, tout court) non mi piacciono. Gusti personali, certo, ma se fossero evitati il più possibile la comunicazione ne gioverebbe, forse l’amicizia pure; fosse stato così fin dai tempi di Usenet sarebbe andata molto meglio e non rischieremmo un approdo litigata in piazza stile trash-snob-Tv alla Sgarbi anche nei blog. Alla fine il tutto si riduce sempre al “.. lei non sa chi sono io”. E’ altresì ovvio che il medesimo stile lo si ritrova presso Giap, condito magari, come Valter suggeriva, à la manière de St. Just.
Comunque eschaton dice il vero quando fa notare la reciprocità di favore fra l’utente e Facebook, ma non fa notare il sovradimensionamento di tutta la situazione. Ergo, quando il fatto ingigantisce così (tra un accumulo stramiliardario ed un rincoglionimento evidente dell’utenza giovanile che fa del mezzo l’uso peggiore e lo incentiva) l’accostamento a CopyLeft (o Open Source per dire ancor meglio) non regge più. Mi vorrebbe dire che Stallman è uguale a Zuckerberg? No, a mio avviso non stanno così le cose. Pensiamoci tranquillamente ed individuiamo il mostro.
Facciamo sempre delle belle cose all’inizio, poi le indiavoliamo sempre.
Ciao a tutti.
Commento di aiace — settembre 28, 2011 @ 10:18 pm |
Aiace: se fossi stato più conciliante, temo che non si sarebbe capita la natura della mia critica. Avrei anche potuto scrivere un post in cui mi dichiaravo sostanzialmente d’accordo con WM, e in questo modo la contraddizione sarebbe rimasta occultata. Di conseguenza la reazione di WM è la sola possibile: un po’ non capisce, un po’ non gli interessa, un po’ passa il pomeriggio a twittare quanto poco la cosa l’interessa, poi parla di Toni Negri come se fosse una cosa vera, viaggia nel suo mondo immaginario, nega e poi afferma di avermi bannato, boh. A me ste cose divertono, ma in effetti non credo che un vero dialogo sia possibile.
Riguardo al copyleft hai perfettamente ragione, non intendevo fare un paragone con Facebook. Volevo solo illustrare la scelta che un autore può fare, di abbassare (o azzerare) il costo della propria remunerazione per aumentare la diffusione dei contenuti.
Commento di Esc — settembre 28, 2011 @ 11:22 pm |
Ho ritrovato una cosa che scrivevo un anno fa, e che in questo contesto risulta piuttosto ironica: “La strategia paradossale di Mondadori, che pone il profitto prima di ogni considerazione politica, non fa che annunciare un processo di dissoluzione del ruolo di editore. Wu Ming e Che Guevara sono il suo user generated content.”
Commento di Esc — settembre 28, 2011 @ 11:48 pm |
L’articolo parte bene, facendo i distinguo che la solita arroganza di WM non fa. Poi, però, quando dice “Ma ecco un’altra delle tare psicologiche del borghese contemporaneo: scambia i propri costosi diletti — scrivere, leggere, cantare, dipingere e in generale gli studi da signorina di buona famiglia — per attività professionali, e poi si lamenta che non lo pagano.” afferma una bestialità bella e buona (e non è l’unica, a leggere altri articoli del blogger). Considero scrivere, suonare, ecc., dei lavori a tutti gli effetti: sono faticosi (provate a suonare 7 ore di fila – puliti, precisi, con dovizia di virtuosismi – a un matrimonio senza toccare cibo, o a scrivere nel giro di pochi mesi/ore, con uno standard qualitativo dall’alto in su, quel tot-centinaio di pagine/caratteri che vi vengono commissionati), richiedono studio e specializzazione, rispondono a una domanda effettiva (che GUAI se viene anche solo meno che accontentata in pieno – si sa, la gente non ama buttare i propri soldi) e che ha un intero ciclo produttivo di merce a monte.
Dice che non è un lavoro perché è “divertente” farlo? C’è gente che si diverte facendo bricolage, riparando automobili o costruendo impianti elettrici: questo significa che non dovremmo pagare falegnami, meccanici ed elettricisti perché il loro non lo si può considerare un lavoro?
E poi, è chiaro, ci dovrebbero essere selezioni alla base, questi non sono lavori alla portata di tutti, ecc. Ma non mi pare che facciano tutti i manager, i primari di ospedale o gli ingegneri della NASA.
Va bene criticare gente che le critiche se le cerca, ma l’autore di questo articolo farebbe bene a mettere da parte il rosicamento da frustrazione.
Commento di The Daxman — settembre 29, 2011 @ 3:46 pm |
Daxman, però qui sei tu che confondi due cose diverse.
Suonare a un matrimonio o in un pub E’ un lavoro (e infatti ti pagano)
Mettere una clip di una propria esecuzione su Youtube e lamentarsi che non ti paghino è diverso. Quel che definisce un lavoro non è il cosa (o il con che cosa, se con una chitarra o un martello) si fa, ma una roba che si chiama mercato, cioè se c’è qualcuno disposto a pagare per acquistare come merce quel che fai.
Commento di vbinaghi — settembre 29, 2011 @ 5:41 pm |
Ma certo : “provate a suonare 7 ore di fila”, e lo stesso vale per i costruttori di cattedrali, per i giornalisti, eccetera. Forse manca nella mia argomentazione tutto un lavoro di distinguo esplicito tra “hobbies da signorina” e veri lavori creativi, e mi scuso se questo ha potuto offendere qualcuno. Il concetto di “quarta dimensione” serviva proprio a definire la dimensione semi-hobbistica (ma la definizione é riduttiva) della creazione sulla coda lunga, per distinguerla dalle altre “tre dimensioni” nelle quali la creazione é un lavoro vero e proprio, talvolta persino sfiancante o pericoloso (pensiamo agli artisti del circo, ai musicisti di strada, eccetera).
Commento di Raffaele — settembre 29, 2011 @ 5:49 pm |
Ho aggiunto un passo al post, perché é importante :
“C’é differenza tra l’acrobata della domenica e l’artista circense, che tutti i santi giorni esercita il proprio corpo in esercizi sfiancanti e pericolosi. E c’é anche una grande zona grigia tra queste due attività, nella quale galleggiano file di disoccupati. Ma se ti posizioni sulla coda lunga del circo, le tue capriole non saranno mai un lavoro.”
Scusa ancora per il malinteso
Commento di Raffaele — settembre 29, 2011 @ 6:12 pm |
A posto. Grazie della precisazione e chiedo scusa per l’equivoco.
Commento di The Daxman — settembre 29, 2011 @ 7:28 pm |
… i maggiori social network girano su piattaforme (tipo Drupal, ad esempio) il cui codice è patrimonio open, ovvero creato dalle università, i suoi studenti, i suoi docenti, gli appassionati. Chiunque può utilizzarlo ed anche implementarlo a favore della comunità.
Arriva il giovine Zuckerberg, ha una buona idea e conosce il lato effimero e vanesio di oggi; parte proprio da quello e in pochi anni crea un social network (in continua espansione che spiazza tutti gli altri, implementa copiando da altre situazione tipo Flickr la parte immagini) dove milioni di ragazzi si annusano tra loro; a questo punto tutti si vogliono agganciare, dai politici agli scrittori.
Ognuno mette o sbatte su contenuti penosi o interessanti che siano. Il giovine Zuckerberg vende dati, crea pubblicità, crea ulteriore marketing e tendenze. Comincia a fare i miliardi e non li ridistribuisce da nessuna parte; non nella comunità da cui ha preso il codice, non tra i suoi dipendenti, certamente neanche fra gli autori dei contenuti di cui sopra. Si può permettere di sbattere la porta in faccia anche ad Apple negando lo scambio di contenuti fra Facebook e Ping (il tentativo abortito di Apple).
Ora io domando se a vostro parere, dato il pazzesco divario esistente fra il ragazzo proprietario, la comunità tecnica che gli ha dato le basi e gli utenti che creano comunque il contenuto, possiate considerare tutto questo come risultato positivo in assoluto. Un modello da seguire oppure l’ennesima riprova di un post-capitalismo vorace e senza responsabilità futura?
La comunità Open (… quella che non ha la brillante idea di marketing ma che studia, crea la tecnologia e lavora per distribuirla in modo paritario, quella che parla seriamente del Digital Divide anche in termini economici e non solo culturali) parte da presupposti diversi ed arriva a conclusioni NORMALI, ricavi normali, etici e sostenibili. (… a proposito grazie eschaton/raffaele per le tue precisazioni).
Provo a fare un esempio: con una stregoneria Valter implementa il suo blog a livelli planetari, milioni di persone accedono (… e qui almeno i contenuti iniziali li mette lui! Non come Zuckerberg), piove pubblicità, banner a valanga, Valter loga tutto e si vende i dati. Valter fa i miliardi e se li gode tutto solo. Cambierebbe qualcosa fra lui ed i nostri rapporti?
Ciao a tutti
Commento di aiace — settembre 29, 2011 @ 9:41 pm |
Sareste senz’altro autorizzati a mandarmi affanculo.
Cosa che peraltro io ho fatto con i social network in generale.
Commento di vbinaghi — settembre 29, 2011 @ 11:24 pm |