Doctor Blue and Sister Robinia

ottobre 31, 2011

CONTRO LA DISTRUZIONE DEL SENSO COMUNE di Roberta Borsani

(Da: La fata centenaria)

Secolo della rete. Comunicazione planetaria. Una ragnatela dai fili invisibili ci stringe tra le sue maglie. Il linguaggio è ovunque. In ogni istante, in ogni luogo, in ogni punto del nostro essere siamo emittente, significato, significante, canale, destinatario, e non possiamo tirarci indietro. Eppure dialogare, capire e capirsi, non è mai stato così difficile.
Prima ragione, basta fare un giro tra social forum e blog: per troppi parlare significa parlare di se stessi. Quasi che nell’intrico della rete, ciascuno cerchi la sua salvezza facendo come l’uomo del Paleolitico minacciato dalla giungla: costruendosi una capanna, dove si possa ancora riconoscere e dire “io”. Il timore di essere annientato dalla tempesta di messaggi di cui siamo investiti (e dove smettiamo di essere persone riducendoci a semplici occasioni di un logos ipertrofico più simile a una macchina infernale che a una comunità dialogante) fa gridare più forte, ancora più forte: io ci sono, esisto (anzi, resisto)! Non serve. A salvarci dalla nientificazione sarà chi ha saputo sottrarre alla rete qualcosa di prezioso: il cuore, dove il silenzio di una notte spalanca spazi siderali, troppo freddi, troppo profondi,troppo rischiosi (personalmente rischiosi) in cui la rete preferisce non entrare.
Secondo, dove regna la rete sembra che ogni problema sia innanzitutto un problema di nomenclatura. Troppe parole messe in quarantena su cui non si può più far conto. Esempio: “naturale”, “normale”, “sano”: scompaiono le categorie a cui tradizionalmente afferivano. Quando psichiatri come Laing con L’Io diviso cercarono negli anni ’70 di metterci in guardia dai pericoli di un concetto di normalità intollerante e autoritario (incapace di comprendere il diverso da sé: l’anormale, il patologico), il disegno era lodevole. Chiedeva la chiusura del manicomi, sostituiti nelle intenzioni da comunità terapeutiche. Il risultato lo conosciamo: poche comunità, i malati scaricati sulle spalle delle famiglie. Nel mondo delle teorie però, certe idee germinavano alla grande. Cos’è normale, cosa è sano e cosa naturale? Malattia e salute, normalità ed eccezione, natura e convenzione o artifizio…non ci si limitava ad avvicinare i confini che correvano tra un elemento e l’altro di queste coppie di concetti.I confini dovevano essere cancellati. E cancellandoli non restava che spazio. In quello spazio senza segni, come una tabula rasa, le generazioni di intellettuali degli ultimi trent’anni si sono affannate e ancora si affannano per imporre ciò che per ciascuno di loro era ed è sola legittima mappa semantica. Da lì non ci si muove. Prima di partire, per costruire un mondo migliore di questo, bisogna mettersi d’accordo. Cosa intendi tu per norma, natura, norma, valore…se non si trova un significato comune, non si va da nessuna parte. Ed è così infatti, non si sta andando da nessuna parte.
Terzo, i problemi di punteggiatura e di sintassi. Questo è il regno della semiotica. I rapporti umani ricondotti a un sistema di segni, il che si potrebbe anche accettare. Ma in questo sistema la persona è ricondotta sic et simpliciter al punto in cui si incrociano i segni, segno essa stessa, diversa dagli altri nella misura in cui diverso è il luogo del suo posizionarsi. La persona come l’onda senza consistenza e senza forma, oppure lo scoglio, la cieca resistenza, di questo tempestoso mare nostrum, che è il linguaggio.

Alla base di queste immagine dell’uomo e del suo mondo, c’è la sfiducia nei confronti del senso comune. Ridotto in effetti, dopo cinquant’anni di televisione e trenta di berlusconismo (perché il berlusconismo si è fatto strada ben prima del ’94, con le TV private), alla scimmiottatura di ciò che è stato in passato. Ridicolizzato dagli ambienti radical chic di una sinistra che è lontanissima dai ceti popolari (rinnovando la sfiducia che il bolscevismo nutrì nei confronti del populismo), come si fa a fidarsi? Eppure è il senso comune il solo fondamento su cui si può edificare una civiltà.
Scriveva William Butlers Yeats nel 1904, “Se vogliamo creare una grande comunità – e quale altro gioco vale un simile fatica?- dobbiamo ricreare le antiche basi della vita (…) come devono sempre esistere quando le menti raffinate, Ned il mendicante e Sean il matto, pensano alla stessa cosa, anche se magari non hanno la stessa opinione in merito”.
Come Yeats noi potremmo facilmente identificare il momento del divorzio definitivo tra weltanschauung elitarie delle minoranze intellettuali e visione del mondo popolare nel XVIII secolo. Strano vero? Proprio quella cultura illuministica a cui generalmente si attribuisce il merito di aver introdotto ai grandi diritti e al liberalismo, è nata volgendo le spalle al senso comune, affermando al contempo il carattere tutto elitario di quel pensiero politico che vuole il popolo (umilmente imbevuto di senso comune) sovrano. Ci viene il sospetto che il popolo venga dichiarato sovrano nella misura in cui si dispone dei mezzi per poterlo controllare, povera bestia. Ma, ripetiamo sulle orme di Yeats, senza basi comuni non si va in nessuna direzione. La sinistra questo lo dovrà capire.

ottobre 27, 2011

PENSIERI SULLA NARRAZIONE di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 6:18 pm
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Tra i sassi in riva al mare ne trovi uno strano, blu, levigato, non proprio trasparente ma capisci che un tempo lo è stato. Ecco, hai realizzato, è un coccio di bottiglia che il mare ha coccolato a lungo fino ad addolcirne i bordi taglienti. Ti chiedi che bottiglia era, forse l’acqua di rose, dal vetro blu, come quella di mamma che sta sulla mensola in bagno. Non importa se non racconterai a nessun altro la tua scoperta e la tua ricostruzione.
In effetti, già questo è narrazione.

Sei piccolo, la tv è ancora quella in bianco e nero, un solo canale, c’è Alberto Manzi che insegna a leggere e scrivere a un’Italia semianalfabeta, padre Mariano il cappuccino con la barba lunga per il buon pensiero della sera, poi c’è Carosello col pirata Salomone e Calimero il pulcino nero, e finalmente dopo il fumettone Hollywoodiano, Erroll Flynn nei panni di capitan Blood o Tyrone Power che fa Zorro. Il giorno dopo sei nel portico, con una spada di legno a menare fendenti e a pronunciare battute di dialogo ricordate dalla sera prima, in una storia che è quella e non è quella, perchè quelle sono le parole e i gesti ma tu, tu sei l’eroe. Che importa se solo i conigli del nonno assistono masticando imperterriti alla rappresentazione? Questo, già lo sai, è narrazione.

Sei grande, vai al liceo. Gli empiristi inglesi insegnano che la mente è solo le sue immagini, frattaglie d’esperienza si susseguono e in questo susseguirsi presumiamo uno schermo, ma lo schermo (l’io, il soggetto) è un’illusione. Tu fingi di mangiare tutto, ripeti ben benino e prendi otto nell’interrogazione, ma in cuor tuo hai già deciso che questa roba non vale la carta su cui è scritta. Perchè la cosa più evidente (tranne per chi non vuol vedere) è che senza narratore non esiste narrazione.

Sei vecchio, pensi a come hai vissuto e a quante sottotrame hai dovuto rinunciare per scrivere il romanzo della tua esistenza. Avresti potuto essere un buon venditore (con le parole te la cavi eccome), o un cuoco, o un musicista, ma la cosa più attraente sarebbe stata dimostrare, da biologo, che ciò che tesse la trama della vita, dall’ameba all’elefante, non è un genoma a disposizione, ma il misterioso impulso a dare forma a ciò che è sparso, come il romanziere assembla coincidenze per far incontrare i suoi personaggi, adunando il visibile e restando invisibile, insomma che la vita è narrazione, e che dice di più una favola sull’essenza delle cose della scoreggia cosmica che avrebbe dato inizio al tutto secondo quella strega di Margherita Hack.

ottobre 26, 2011

Cosa ne pensa MARTINO DONI

(Da: “Il Manifesto”, 21 ottobre 2011)

Etiamsi omnes… ego non, «Se anche tutti… io no». Questa formula evangelica (Matteo 26, 33) definisce l’atteggiamento di chi non intende far parte di un gregge disciplinato ma vuole seguire la verità con fede e coscienza. Purtroppo queste parole furono pronunciate per la prima volta da quel Simon Pietro che di lì a poco si sarebbe triplicemente smentito, e se non fosse stato per il gallo, forse, avrebbe continuato imperterrito a rinnegare e a scandalizzarsi. Questo per dire che gli slogan sono importanti ma non bastano a forgiare il martire. Pietro dovrà piangere amare lacrime sul proprio inciampo, prima di mostrarsi all’altezza dei proponimenti che avventatamente aveva dichiarato.
Con queste stesse parole si apre un bel libretto di Valter Binaghi e Giulio Mozzi, Dieci buoni motivi per essere cattolici, Laurana 2011, euro 11.90, con una densa e appassionata introduzione di Tullio Avoledo, dove appunto con passione è riportata questa massima come linea guida per una buona condotta cristiana. Sì perché, innanzitutto, questa formula è un modo che i cristiani adottano per manifestare e difendere la propria differenza specifica, il proprio perseguire un regno che «non è di questo mondo» (Giovanni 18, 36). Facendo leva su tale differenza, la teologia del Novecento ha messo in discussione la stessa condizione del cristianesimo come «religione».

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ottobre 25, 2011

LA COMMEDIA DEL DEBITO. CARLO GOLDONI ECONOMISTA di Raffaele Alberto Ventura

Lasciate stare Marx, Pound, Stieglitz o Gallino. Per capire la crisi, rileggete Goldoni. Rileggete la Trilogia della villeggiatura e La Bottega del caffé. Perché lì dentro c’é tutto: dal credito al debito, dalla società del consumo alla bancarotta…

Il problema è che non abbiamo ancora preso la misura di Carlo Goldoni. A noi pare d’avere a che fare con un Molière minore, e per giunta tardivo; con un giocoso dipintore dei vizi della società del suo tempo; e un poco persino con un venditore di gondole, che ci accompagna nelle pittoresche atmosfere del Settecento Veneziano. Tutto questo basterebbe a tenerci lontani dalla sua opera, come alcuni stanno ormai lontani dalla città di Venezia. E tuttavia sarebbe un errore, perché Carlo Goldoni fu molto di più. Più di un venditore di gondole, beninteso; più di un moralista o d’un immoralista; e più di Molière, se vogliamo. Con Goldoni siamo già piuttosto dalle parti di Honoré de Balzac, ovvero alla nascita di un’arte intesa come scienza, come paradigma conoscitivo, e in particolare come modello dei rapporti economici. Ma Balzac nasce cinque anni dopo la morte di Goldoni, perché scomodarlo? Andiamo con ordine, e scomodiamo di conseguenza. Nato nel 1707, morto nel 1793, Carlo Goldoni fu contemporaneo di Adam Smith, nato nel 1723, morto nel 1790. (Nonché di William Hogarth, che dipinge nel 1733 la serie “La carriera di un libertino“, storia di eccessi debiti e follia…)

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ottobre 24, 2011

Un’intervista a STEFANO COSTA per I-libri.Com

Filed under: recensioni — vbinaghi @ 10:30 am
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La tua produzione è molto variegata: annovera diversi saggi, tra gli ultimi Johnny Cash. The man in black (Arcana edizioni) e 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana edizioni, scritto insieme a Giulio Mozzi) e molti romanzi, tra i maggiori sicuramente I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi editore). Scrivi anche sulla rivista on-line «Torno Giovedì». E questo solo per citare la tua ultima produzione, una produzione in cui la vera cifra stilistico-contenutistica sta, secondo me, nella riflessione filosofica. Puoi dire che nel tempo il tuo approccio nei confronti della letteratura sia cambiato o è rimasto sempre identico?

Direi che, nei fondamentali, sono rimasto fedele a un’ispirazione iniziale. Concepisco la letteratura come costruzione di simboli, forme articolate in cui si allude come si può all’indefinibilità del mondo. Non didascalia, cioè allegoria a chiave, dove la forma letteraria sarebbe traducibile in un qualche tipo di teoria filosofica del reale, ma intuizione estetica, che prova precisamente a trascendere l’ordine puramente logico del discorso. La mia formazione e professione risalgono più alla filosofia che alla letteratura, e questo ha certamente avuto la sua importanza, ma anche la percezione di vivere nel guado di una crisi epocale, dove le categorie della rappresentazione sociale tradizionale risultano inadeguate, e ci si chiede più un’anticipazione del futuro che una sintesi del presente. Nei miei romanzi però ho messo sempre al centro il paesaggio italiano, la mutazione italiana, non per amore di provincia, ma perché fa parte della responsabilità dello scrittore la dichiarazione di un radicamento concreto, e poi perché si scrive bene solo di ciò che si conosce.

Tra le tue attività vi è anche quella del blogger, non solo ne gestisci uno tuo, Doctor Blue and Sister Robinia, ma sei molto presente in rete. Che influenza ha avuto (se ne ha avuta, ovviamente) sulla tua letteratura questo tipo di attività? Intendo: tra le opportunità offerte dalla rete vi è anche quella di poter intervenire in tempo reale in discussioni su piazze virtuali, di confrontarsi con gente con cui difficilmente si potrebbe interagire. Per molti, quest’opportunità è qualcosa di estremamente positivo. Come credi quindi che l’attività di blogger possa influire oggi su chi scrive?

Indubbiamente può influire, ma non tanto sul contenuto della narrazione (anche se mi è capitato di scrivere un capitolo ambientato a Odessa dove non sono mai stato ma di cui ho facilmente acquisito informazioni e immagini nel Web), bensì proprio sulla conoscenza dell’interlocutore cioè del lettore, e anche del collega, cioè dello scrittore, da cui si può imparare o prendere distanza. La sindrome narcisistica da esibizione, il livore furibondo di certi scontri, la libidine dell’onnipresenza sono forme del contagio che coinvolgono un po’ tutti noi, ma che lo scrittore può studiare (anche sulla propria pelle), e provare a rappresentare la mutazione antropologica cui stiamo partecipando.

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ottobre 23, 2011

Cosa ne pensa ELIO PAOLONI

(Su: Stilos.it)

(…)L’intento dichiarato di Mozzi, com’è giusto per uno scrittore, è quello di esporre un immaginario; per un paio di capitoli espone soprattutto il suo di immaginario, influenzato da quello ebraico, e anche quando passa all’immaginario cristiano lo fa, appunto, da cristiano immaginifico, più che da cattolico ortodosso: le sue rappresentazioni sono coinvolgenti, suggestive, stimolanti ma spesso in contrasto con l’immaginario cattolico tradizionale.
Binaghi è più concreto, il suo approccio è filosofico, si sofferma sui nodi teologici e porta efficaci affondi contro il post illuminismo ma neppure lui è immune da certe timidezze e si affretta a citare Illich per criticare l’Istituzione. Il fatto è che molti cattolici di penna si vergognano dell’appartenenza: trovano ingombrante “questa adorabile puttanona che Cristo non cessa di lavare con il suo sangue per farne una sposa immacolata” (rubo la definizione a Gianni De Martino) e mettono sempre le mani avanti, ansiosi di distinguersi, ovvero di rinnegare. Ma essere cattolici, mettendo da parte accezioni inessenziali, significa far parte della Chiesa romana, accettando umilmente il magistero del Santo Padre. Senza se e senza ma. Sottilmente Binaghi sottopone il suo pensiero al magistero della “tradizione ecclesiale”, che è cosa un po’ diversa. (…)

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ottobre 21, 2011

ADESSO LO SANNO di Giulio Mozzi

(Da: Vibrisse)

Adesso lo sanno. I nostri governanti – quelli di oggi e quelli di ieri – ora sanno che tra le possibilità della loro vita c’è quella di finire scannati come bestie. Muhammar Kadafi (o Gheddafi) era loro amico; lo avevano toccato e abbracciato; avevano mangiato alla stessa tavola; si erano reciprocamente mostrati le foto di famiglia; ci avevano scherzato insieme; forse, chissà, avevano condiviso qualche ragazza in una di quelle cene eleganti che vanno tanto di moda ultimamente.
Muhammar Kadafi non è un Saddam Hussein. Saddam Hussein era lontano, astratto, mostruoso, inattingibile. Era con Tarek Aziz che i governanti occidentali parlavano: e infatti per l’ammazzamento di Hussein ci fu in Occidente solo qualche flebile protesta di principio, o addirittura esplicito compiacimento (Usa, ovviamente); quando anche Tarek Aziz fu condannato a morte, le reazioni furono più convinte e decise, tant’è che la condanna non è stata finora eseguita. Diversamente, molto diversamente da Saddam Hussein, Muhammar Kadafi è – è stato – uno dei loro, dirò di più: uno come loro. Un corpo della stessa specie.

Scrivo di seguito il commento che ho lasciato sul blog di Giulio.
Purtroppo il rituale barbarico del capro espiatorio da eliminare a tutti i costi (il colpo di pistola alla tempia di uno che chiede pietà) per “purificare” i veleni della comunità (che invece restano eccome: ingenuo chi crede a un’immediata pacificazione del tribalismo in Libia), dimostra esattamente il contrario di quel che fa apparire. La violenza del potere non è rimossa, cambierà il suo simbolo. Sappiano anche gli italiani: dopo piazzale Loreto e le monetine del ’92 presto vedranno nella polvere un altro despota (fino a ieri idolatrato da molti) ma il suo declino non sarà catartico per nessuno. Non c’è redenzione per chi passa dagli “osanna” al “crucifige!” restando ben lontano da una conversione personale. Continuerà a specchiare i propri vizi in quelli del potere, senza mai prenderne coscienza, condannato a riprodurre gli uni e l’altro. (V.B.)

ottobre 20, 2011

IL NUOVO FEUDALESIMO di Valter Binaghi

Una lezione di storia contemporanea gratis e tutta per voi, che vi confermerà l’utilità di aver studiato storia medioevale.
Dicesi feudalesimo il declino dei poteri pubblici, sostituito da rapporti di vassallaggio di un potente coi suoi clienti. Pensavamo fosse una caratteristica del medioevo tenebroso, ma non è così.
Ecco un esempio.
Nel ridente paesotto padano di Busto Garolfo, a circa venti chilometri da Milano (paesotto in cui ho il discutibile onore di risiedere), il 2 ottobre scorso tre consiglieri del gruppo di maggioranza (amministrazione di centro-destra) hanno diffuso il seguente comunicato:

A fronte delle esigenze della Fondazione Figini-Naymiller di effettuare opere di manutenzione dell’edificio che ospita la Scuola dell’Infanzia e l’Asilo Nido, in particolare, il rifacimento del tetto, il Gruppo Consiliare “Il Popolo della Libertà” di Busto Garolfo, composto dai Consiglieri Emanuele Bottini, Silvano Caglio e Andrea Greco, si è interessato per trovare dei finanziamenti che potessero permettere di affrontare il problema.
Il Gruppo Consiliare PdL è oggi lieto di annunciare che, grazie alla sensibilità del Sottosegretario Sen. Mario Mantovani, è stato possibile accedere ai Fondi per la ristrutturazione degli edifici scolastici ed ottenere un contributo dal Ministero delle Infrastrutture pari a € 150.000, che verrà erogato nel prossimo periodo.(…)
Mario Ingrassia, coordinatore del “Popolo della Libertà” di Busto Garolfo, ringrazia vivamente il Senatore Mario Mantovani per essersi adoperato, sulla richiesta avanzata dal sottoscritto e dal Gruppo Consiliare Popolo delle Libertà (Bottini, Caglio, Greco), per far ricevere alla Fondazione Figini-Naymiller un contributo di € 150.000 per le opere di rifacimento del tetto della Scuola Materna.

In seguito il coordinatore del Popolo della Libertà di Busto Garolfo diffonde un comunicato in stile egualmente encomiastico, specificando che il bel gesto giunge nonostante l’amministrazione di Busto Garolfo “abbia sempre espresso un atteggiamento ostile e mai di collaborazione e programmazione” con il munifico senatore.

Dal che si dovrebbe desumere che il senatore Mantovani, amico personale di Silvio Berlusconi nonchè sindaco di un paese limitrofo (Arconate) nonchè proprietario di strutture assistenziali private (scuole, case di riposo ecc.) settore nel quale è veramente un pezzo da novanta (il che fa di lui una specie di feudatario locale), è non solo un benefattore e un amministratore attento alle esigenze del territorio, ma anche un fervente cristiano, disposto a porgere l’altra guancia a chi lo offende e a restituire bene per male.

Peccato che i suoi vassalli omettano di comunicare che:

a) Mantovani è stato trattato con “ostilità” dall’attuale amministrazione semplicemente perchè non gli è stato permesso di collocare uomini a lui graditi nella medesima

b) L’asilo che è stato oggetto della sua elargizione è una struttura privata, cui il comune già corrisponde 140.000 euro annui per l’abbattimento delle rette e nessuna richiesta aveva formulato di ulteriori contributi

c) L’amministrazione comunale di Busto Garolfo aveva sì chiesto contributi, ma per la scuola pubblica, cioè la scuola elementare Giulio Tarra, le cui strutture versano in gravi condizioni e risultano insufficienti alla bisogna. A fronte di questa richiesta più volte esplicitata il senatore, sottosegretario al ministero delle infrastrutture, non ha elargito nemmeno un euro.

d) I tre consiglieri più il coordinatore PdL hanno più volte dimostrato di agire da cavallo di troia all’interno dell’amministrazione, per favorire gli interessi del senatore mettendo più volte in seria difficoltà la Giunta, che manifestava diverso orientamento.

Dal che si desume che:

1) Gli amici di Berlusconi sono tali e quali a Berlusconi: molto bravi a fare gli affari PROPRI. Quel poco di politica reale che svolgono è perfettamente coerente con quella nazionale: distruzione della scuola pubblica a beneficio della privata

2) Il servilismo e clientelismo in cui versa la politica italiana dopo il ventennio berlusconiano è giunto a livelli intollerabili

3) Se non si vuole che dal feudalesimo in guanti bianchi si giunga presto alla barbarie della faida e dell’ordalia, bisogna che di questa gente ci si sbarazzi il prima possibile

4) Se gli attuali amministratori di centro-destra hanno un minimo di dignità dovrebbero sciogliere la giunta non prima di avere preso a calci in culo i vassalli del Mantovani

5) Se la parrocchia che è proprietaria dell’asilo privato avesse un minimo di senso civico dovrebbe rifiutare l’elargizione giunta per il tramite di un simile personaggio. La connivenza di ambienti ecclesiastici con il berlusconismo grida vendetta al cielo.

ottobre 19, 2011

E LA RIFORMA DELLA FINANZA? di Luciano Gallino

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 3:58 pm
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Il presidente Nicolas Sarkozy e il cancelliere Angela Merkel si sono incontrati a Berlino giorni fa (del presidente del Consiglio italiano nella Ue si son perse le tracce) e hanno annunciato che i loro paesi faranno il possibile per salvare le banche dell’eurozona. Innanzitutto punteranno a ricapitalizzarle, cioè ad accrescere il capitale di cui esse dispongono come riserva, a fronte d’una montagna di crediti a rischio e di debiti da pagare. Detto altrimenti, le banche sono riuscite a convincere gli amici che siedono nel consiglio direttivo della Bce a creare al computer tutto il denaro che occorre per toglierle dalla situazione in cui si sono cacciati da sole, contraendo debiti in misura di molto superiore a quanto permetterebbero le loro riserve.

Di sicuro non si tratterà di spiccioli. Le stime del capitale necessario per ricapitalizzare le banche si collocano tra i 250 e i 700 miliardi di euro. Ma non pochi analisti ritengono che anche la cifra più elevata rappresenti una sottovalutazione. Infatti alcuni gruppi bancari dell’eurozona hanno un rapporto tra debiti e riserve di 30: 1. Ciò significa che su ciascun miliardo di riserva poggia una piramide rovesciata di 30 miliardi di debiti. Ammettiamo pure che al punto in cui è giunta la crisi non c’erano alternative al salvataggio delle banche. Anche se non è vero, perché se l’aiuto della Bce equivale o supera il valore d’una banca tanto varrebbe nazionalizzarla. Tuttavia il passo più rischioso cui Sarkozy e Merkel stanno spingendo la Ue consiste nel salvare le banche senza compiere alcun tentativo per avviare una vera riforma del sistema finanziario. È una seconda grande occasione che va perduta.

Leggi l’intero articolo su Altre corrispondenze

ottobre 18, 2011

FUORI DA FORT APACHE di Valter Binaghi

Filed under: Cronache,Pensiero — vbinaghi @ 4:02 pm
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Poche riflessioni, non molto ordinate, raccogliendo commenti che ho disseminato negli ultimi giorni su un paio di blog amici.
Per capire quel che è successo la parola chiave è: vuoto di rappresentanza. La prima vittima dei fatti di Roma è proprio la legittima protesta: le masse rifiutano l’impoverimento e la precarietà imposti da un sistema che spende i suoi denari per garantire i banchieri, senza distinguere tra istituti di credito sani e malati. Le masse, però, sono lasciate senza rappresentanza: destre e sinistre appaiono prone ai diktat della finanza (anche il TG3 ha eletto a propria icona Mario Draghi), e gli stessi sindacati si sfilano il giorno prima dal corteo, dimostrando una volta di più di difendere la quota di iscritti già garantita.
Berluscones e Sinistra fanno il gioco ormai sempre più autoreferenziale dell’assedio di Fort Apache (dove Fort Apache è il parlamento) e nessuno prova a interpretare il disagio diffuso. Le masse, prive di soggettività e strategia politica, producono quel che le “moltitudini” han sempre prodotto, cioè sfascio, a beneficio di soggetti che restano cautamente invisibili (a meno che qualcuno sia ancora disposto a credere ai romanzi globalisti di Toni Negri, e pensare che basti essere tutti contro qualcosa per essere e fare qualcosa).

Spiace ricordarlo, ma non è un fatto nuovo: accadeva anche in passato. L’ultima volta che sono stato in manifestazione, orgogliosissimo d’esserci stato, una volta a casa in televisione ho scoperto che nella coda del mio stesso corteo alcuni (allora si chiamavano “autonomi”, si era negli anni Settanta) passando davanti a un negozio avevano rotto la vetrina per fregare macchine fotografiche di lusso. Ho deciso che da quel momento non avrei partecipato più a nulla che potesse trasformarsi sotto i miei occhi nel contrario di quello che doveva essere.
Siccome sono tutt’altro che misantropo, ho cercato di capire la differenza tra comunità, società, massa.
Comunità è da sempre che provo a costruirne, la società è solo un posto di passaggio che può diventare “Stato” se soggetti politici consapevoli contrattano regole di convivenza, la massa è pura inerzia di movimento, attraversata da forze telluriche o eterodiretta, meglio starne lontani se si vuole restare un soggetto responsabile (su questo sarebbe da leggere “Massa e potere”, di Elias Canetti, gran libro).

Può darsi che io non sia immune da un certo snobismo, o da pregiudizi legati alla mia storia personale, ma credo che oggi, dopo questi fatti di Roma, la conclusione sia d’obbligo: il linguaggio della protesta che si sta ancora usando (la manifestazione di piazza) è quello elaborato in un’altra epoca. Oggi ha perso il suo significato politico per acquisirne uno puramente rappresentativo, in ultima analisi spettacolare, un feticcio tutto sommato, come “il marchio” che ci fa sentire tutti dalla parte giusta.
Se lo spettacolo è il luogo di gestione del potere, il trauma a reti unificate che serve solo ad invocare un nuovo stato di polizia, allora la vera lotta dovrebbe innanzitutto prevedere un’astensione da questo luogo, in secondo luogo assumere le caratteristiche di un atto responsabile e firmato, piuttosto che di una testimonianza fisica, ridotta alla propria immagine videotrasmessa e manipolata. Forse la Rete, andando al di là di appelli e sottoscrizioni, potrebbe fornire strumenti diversi. Come quando si manda in tilt un sito istituzionale o si chiude un rapporto di commercio e di consumo con soggetti imputati di frode, ecc.

Un’altra vittima della manifestazione di Roma è stato Pannella, insultato e preso a sputi. Sembrava la star di un altro show, che vuole per forza mettersi al centro anche di questo e viene spernacchiato: un vecchio guitto d’avanspettacolo in cerca d’attenzione in un rave party. Come i lettori del blog sanno bene, Pannella non è tra i miei preferiti, d’altro canto non mi piace che la gente sia presa a sputi.
Sicuramente non in base al modello “black bloc”, ma è evidente che le forme della protesta DEVONO evolvere. Per esempio il linguaggio storicamente praticato dai Radicali lo definirei “traumatico”. La pornostar in Parlamento, il ricatto morale del digiuno, l’hashish distribuito in pubblico, corrispondevano a un’epoca in cui il problema era costringere il pubblico ad ammettere quello su cui si fingeva di chiudere gli occhi (l’aborto clandestino, la sessualità come bisogno, la tossicodipendenza come realtà sociale). Oggi viviamo nei tempi del Panopticon, tutti vedono tutto di tutti, il trauma di denuncia si perde in quello che Perniola definisce l’universale miracolismo e traumaticità della comunicazione.
Se si accetta questo mio “storicismo”, forse bisognerebbe anche accettare di parlare del senso odierno delle manifestazioni di piazza, oggi che la soggettività di classe o di progetto che ne garantiva un tempo l’indirizzo risulta irreperibile o quanto meno non componibile in quell’universo frantumato che è la massa globalizzata.
Stando bene o male a sinistra penso che, senza averne la “colpa” morale, si è seminato vento ottenendo tempesta negli ultimi anni, ostinandosi ad usare i termini di un antagonismo storicamente superato, per quello che invece è un antagonismo inedito. Se c’è qualcuno che crede di combattere lo strapotere della finanza tirando sassi ai vetri della Goldman Sachs di Roma, c’è un problema di dispercezione prima che di ordine pubblico.
Se invece fossi un elettore di destra, chiederei con veemenza all’Immondo che ha sequestrato il parlamento con una manciata di parlamentari comprati, non avendo più fiducia nè consenso nel paese, di dimettersi e lasciare la possibilità a un governo di larghe intese di interpretare la gravità della situazione. Non possiamo nasconderci dietro un dito: manifestazioni ce n’è state in tutto il mondo, ma solo a Roma è finita così. Un disoccupato, un cassintegrato, un precario trentenne senza futuro, che rappresentanza politica possono chiedere in un paese dove il potere è ciecamente blindato nella propria difesa, inetto ad agire e ostinato a permanere tuttavia?
La rabbia monta, i pochi furibondi diventano molti: si sono viste donne e ragazzi unirsi ai neri mascherati, e alla fine non erano pochi, erano migliaia, mentre la polizia a cui il governo di destra taglia i fondi (per non inimicarsi gli elettori irriducibili con la patrimoniale) prende botte e assiste impotente alla distruzione.
Troppo facile dare dei fascisti o dei terroristi ai facinorosi, quando povertà e disperazione si diffondono rapidamente, come un contagio. Quando sarà la moltitudine intorno ai palazzi del potere, e ognuno di essi avrà un sampietrino in mano, il satrapo di turno si troverà a rimpiangere le monetine del ’92.

ottobre 17, 2011

CONTRO L’ACCIDIA di Roberta Borsani

Filed under: Pensiero,Scritture — vbinaghi @ 12:40 am
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“Più che l’urlo dei violenti, io temo il silenzio degli indifferenti”, parole pronunciate da un uomo che proprio a causa del suo impegno civile appassionato, com’è noto, fu ucciso. Certo l’aveva messo in conto, Martin Luther King, e non si era tirato indietro. Ma non è il suo l’atteggiamento più comune, piuttosto quello contrario, portatore di una visione del mondo per cui la ragione sta sempre nel mezzo e, come dice don Abbondio, “a un galantuomo, il quale badi a sé, e stia nei suoi panni, non accadon mai brutti incontri”. Già, l’atteggiameno più comune, davanti all’ingiustizia, alla sopraffazione, e alla sofferenza altrui, è l’indifferenza.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

ottobre 15, 2011

DETTI DEGLI ANTICHI MAESTRI

Disse il maestro Feng-Tzu:
Il Tao è come avviene nell’arte marziale.
Lo scopo è battere oggi, non distruggere per sempre l’avversario.
Un’avversario onorevole reca valore al guerriero, almeno quanto un sincero amico. Entrambi gli sono necessari, per continuare ad essere quello che egli è.
Il signore di Chou, dopo avere incalzato i soldati di Lin Piao fino al Fiume Giallo, ebbe la possibilità di distruggerli, chiusi com’erano nella valle che dava sulla sponda, senza barche e con pochi cavalli. Lin Piao gli andò incontro, disarmato e senza scorta. “Prendi me in ostaggio”, disse al signore di Chou, “i miei soldati sono quasi tutti gli uomini del mio regno. Lasciali tornare a casa, o le loro donne dovranno unirsi ai padri per mantenere in vita il popolo”.
Il signore di Chou li rimandò tutti, con il loro signore.
Sapeva che Lin Piao avrebbe prima o dopo di nuovo varcato i confini, ma preferiva quel nemico a un uomo infido e senza cuore, che forse un giorno avrebbe invaso quelle terre.
Così il Tao suggerisce senza istruire, persuade senza costringere.
La lotta nasconde l’armonia, l’armonia nasconde la forma.
Quando tutto è manifesto a entrambi i contendenti, l’avversario non si distingue dall’amico.

Disse il maestro Xiao-Li:
Il maestro Feng-Tzu è candido come una colomba, o stupido come una talpa.
Quale onore? Quale armonia?
I signori giocano a scacchi, mossa dopo mossa, nel sobrio rituale della stanza del the. Sacrificando pedine o guadagnando posizioni, restano seduti su comodi cuscini.
Intanto fuori piove da giorni, i raccolti sono rovinati, il popolo è affamato ma nessuno se ne cura. L’acqua sale nell’invaso, traboccherà tra poco.
Travolgerà ogni cosa, anche la casa del the.
Rovescerà la scacchiera, sommergerà i libri delle leggi.
Sulle rovine del regno tornerà la foresta.
Chiameranno questo “devastazione”, ma anche questo è l’eterno Tao.

ottobre 14, 2011

UN RACCONTO di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 2:33 am
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L’INSONNE

“Che cos’hai, non ti senti bene?”
Mi affretto a rassicurarla, prima che si svegli del tutto: “No, niente. Solo non riesco a dormire”.
Si gira dall’altra parte con un: “Ah” moderatamente partecipe.
L’insonne non è un solitario per vocazione, ma non necessariamente è angosciato dall’incombenza di fare da testimone all’altrui serenità. Guardare la tua donna dormire, può essere anche un’esperienza tonificante, quando a poco a poco il suo volto si rilascia nella tranquilla fiducia infantile che a te è preclusa. E se si agita, se qualche immagine onirica perturba la piega delle sue labbra, puoi allungare il braccio, carezzarle la schiena, in un gesto di pura prossimità animale che blandisce i capricci del sangue e scioglie l’intrico di rovi in cui si è impigliato il sognatore.
Quanto all’insonne, se restare immobile per più di due ore risulterà intollerabile (d’altra parte lei ha il sonno leggero, e non puoi svegliarla in continuazione), potrà sempre trovare rifugio sul terrazzo, almeno d’estate, dove una sdraio e un posacenere lo attendono complici, per la quasi quotidiana rivisitazione dei propri appunti di psicologia spicciola.

Leggi l’intero racconto su Tornogiovedì

ottobre 12, 2011

FACCIAMOCI DEL BENE(7) CON UN ROMANZO IMPORTANTE

PICCOLO TESTAMENTO di Gabriele Dadati, Laurana Editore 2011
(una recensione di Valter Binaghi)

Se non ci trovassimo di fronte all’opera di uno scrittore tanto anagraficamente giovane quanto maturo nell’arte, capace di osare il nitore e la precisione nella prosa senza mai rischiare il calligrafismo, potremmo banalizzare la sostanza di questo romanzo, dicendo che tratta dell’elaborazione di un lutto (un duplice lutto). E banalizziamo pure, visto che inevitabilmente ci si avvicina a una vicenda narrata per il suo soggetto, e lo stile è premio e percezione assoluta del lettore integrale, mentre il recensore può alludervi solo maldestramente.
Il protagonista è un giovane scrittore, apparentemente identificabile con Gabriele Dadati, ma sulla stucchevole questione dell’”autofiction” non vorrei spendere neanche una virgola, visto che non riesco mai a terminare un libro che non parli almeno un poco di me, e questo l’ho riletto due volte.
Lo vediamo impegnato nella rifinitura della sua opera, mentre il suo letto non deserto accoglie alcune compagne occasionali, puntualmente descritte e risolte nel profilo e nella prestazione. Dice di se stesso: “Il mio interesse per le donne è ormai perfettamente pornografico, lo è diventato soprattutto negli ultimi mesi”. Per pornografia dobbiamo intendere qui lo sguardo che si pretende totale, capace di svelare tutto (“si vede tutto!” annunciava il compagno ripetente che aveva accesso ai cinema di periferia durante la proiezione dei film vietati ai minori, nei primi anni Settanta), o meglio l’incontro già identificato e rubricato, prima ancora di svolgersi, nella soddisfazione di un impulso ben definito, senza misteri nè strascichi. Ma non è stata sempre di questo tono la vita sentimentale del protagonista. Sappiamo di Marta, l’amore verace, lasciato sfinire per pigrizia o presunzione, colei che chiedeva un dialogo interminabile a chi sapeva fornire solo battute ineccepibili. Persa lei, l’innocenza vitale è perduta: “Camilla, Paola, Aniela, quelle che verranno dopo se ce ne saranno, mi sembrano altrettanti tradimenti del mio rapporto con lei, perchè è stato l’ultimo scampolo di felicità a mia disposizione e così non si cancella dai ricordi”. Ricordi divoranti, per scampare dai quali resta la pornografia, appunto: l’eros ridotto alla propria letteratura.
Se il primo lutto è quello di Marta, il secondo è quello di Vittorio. Vittorio è il maestro, colui che ha accolto il giovane intellettuale nel proprio laboratorio critico ma anche nella propria cerchia famigliare, ne ha affinato le capacità di lettura, ne ha chiesto la collaborazione, ne ha incoraggiato il talento assistendo al suo primo successo professionale. Vediamo il giovane al funerale del maestro, ma, si chiede: “Perchè quando all’ingresso trovo il libro delle firme, che ho già visto in camera ardente, neanche per un momento prendo in considerazione l’idea di scriverci su?” Forse perchè quella firma seppellirebbe un passato, ma come si può seppellire chi era diventato il testimone della propria vita e ricerca, senza seppellire se stessi? Come può Vittorio essere morto se il discepolo, ancora vivo, non sa vivere che con lui? “Lui che più di ogni altra cosa aveva amato le parole ora era stato abbandonato dal linguaggio e tutto era volato via trasformandolo in una porta spaccata”, e adesso che le sue parole non corrispondono più all’essere dialogante dell’allievo, il giovane sa che quel rapporto non sarà mai concluso, non nell’unico modo in cui avrebbe dovuto esserlo. “Mi sento privato del diritto che ogni allievo ha di uccidere il proprio maestro”, ossia di incamerarne la memoria dopo averne guadagnato interamente il riconoscimento, come di un padre che chiude gli occhi per l’ultima volta sul figlio, e del figlio compiutamente si compiace, e alla memoria del figlio, compiutamente, si affida (proprio così: c’è mimesi trinitaria in ciò che Agostino chiamava “l’uomo interiore”). Qui quello che resta è l’opera del giovane, intessuta da un’arte che gli viene pubblicamente riconosciuta, anche se qualcuno vi nota un’amministrazione fin troppo controllata della forza vitale. “Potrebbe essere un perfetto insegnante di scrittura creativa”, dicono di lui, ma “nel nucleo della forma non ci sono scossoni tellurici. Ogni cosa è tiepida. Volutamente tiepida”.
Schiettamente, il giovane ne è del tutto consapevole (“non ero riuscito a cambiare la vita a nessuno”) ma al di là dei propri limiti caratteriali e artistici, sa bene quali siano le coordinate esistenziali della letteratura, più trascendenza dalla vita che generazione vitale: “Non si riesce mai a raccontare niente, a dire niente, nessuna realtà è trasmissibile, si rimane soli senza via di scampo”. Sapendo questo, che la letteratura è alleanza con la morte, esorcismo e incantamento del rischio di vivere, si può affrontare l’arte senza equivoci: “a quel punto sarò uno scrittore, un uomo, che apre bocca ma non ha più nessuno a cui rivolgersi”.

Si rilegge un buon romanzo due volte: la prima per seguirne la vicenda al ritmo della voce narrante, la seconda per specchiarvisi, per riconoscere nel simbolo plasmato dall’autore una cifra della condizione umana e della propria soprattutto. E allora viene il sospetto che questo Dadati, quatto quatto, con l’aria di raccontarci l’educazione sentimentale e l’iniziazione alla vita pubblica di un giovanotto qualsiasi, abbia messo a nudo la tentazione abissale del nostro tempo, qualcosa che dormiva nelle profondità virtuali dell’anima collettiva ed è esploso nei giorni della vita in diretta e dei social network.
Perchè non sappiamo più vivere se non nei nostri avatar? Perchè ogni passione si scolpisce in una posa pornografica? Cosa ha trasformato l’homo sapiens che eravamo nell’homo videns che siamo diventati? Orrore della morte, o meglio della vita che muore, rifugio nella scrittura che è posa e scultura, compiutezza concessa in supplenza della fede nell’immortalità?
Dadati, come ti sei permesso di parlare così tanto di ME?

ottobre 11, 2011

Cosa ne pensa ANTONIO MACCIONI

(…) L’allusione di Mozzi e Binaghi – che in ogni caso sanno bene come si fanno i libri dentro e fuori – è paradossalmente questa: ritorniamo alla lettura. Ritorniamo lettori, anche se dovessimo fare una fatica nera. Anche se il cicaleccio di un cattolicesimo politicante continuasse a spingere irrimediabilmente alla distrazione di massa: il racconto dell’amore tra il creatore e le sue creature parla ancora del possibile fallimento del nostro essere presenti alla narrazione di oggi, ed è tutto scritto dentro un libro fatto bene. (…)

Leggi l’intero articolo su BENECOMUNE.net

ottobre 10, 2011

FACCIAMOCI DEL BENE(6) CON UN BEL DOLCETTO

Filed under: Divagazioni — vbinaghi @ 5:26 pm
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LA PANNA COTTA DI CASA GIOLITTI

INGREDIENTI
(dosi per 4 persone):

500 ml. di panna
100 ml. di latte
100 g. di zucchero semolato
12 g. di colla di pesce
Una bustina di vanillina
Una bustina di zucchero a velo
Caramello (quanto basta per il fondo di 4 stampini)
rhum

Mettere a bagno i fogli di colla di pesce in acqua fredda una decina di minuti per farli ammorbidire.

In un pentolino scaldare il latte a fiamma moderata senza farlo bollire, quindi toglierlo dal fuoco ed immergervi i fogli di colla di pesce sgocciolati e strizzati, mescolando di tanto in tanto per farli sciogliere bene.

Versare la panna in un tegamino insieme allo zucchero ed alla vanillina e, a fiamma moderata, mescolando continuamente, portare il tutto a bollore; ritirare quindi immediatamente il tegamino dal fuoco ed unirvi il latte con la colla di pesce amalgamando bene gli ingredienti.
A questo punto sempre mescolando aggiungere una bustina di zucchero a velo e una fiala di rhum per dolci

Versare il composto in quattro stampini dove avrete precedentemente versato del caramello denso, e dopo averlo fatto raffreddare a temperatura ambiente metterli in frigorifero per alcune ore affinche’ il composto si rassodi.

Per sformare piu’ facilmente, immergere per trenta secondi ogni stampino in acqua bollente, quindi scuoterlo leggermente per staccarne i bordi e capovolgerlo sul piatto di portata dando dei colpetti sul fondo.

ottobre 8, 2011

FACCIAMOCI DEL BENE(5) CON UN OMAGGIO ALL’INTELLIGENZA

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:56 pm
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Che quest’uomo abbia cambiato la storia delle comunicazioni e la vita di tutti è un fatto. Che l’intelligenza umana non consista nel creare (non creiamo nulla, è Dio per chi ci crede che crea dal nulla, noi al massimo mettiamo insieme cose diverse, a partire dall’intuizione di un possibile) è un altro fatto. Poi quando muore un vincente tutti salgono sul carro, e pochi lo fanno con sobrietà, come mi scrive l’amico Riccardo De Benedetti, irritato:

…per il grottesco martirologio dei gazzettieri su Steve Jobs, io macintoshiano da sempre (vent’anni di militanza, mai un pc, non come gli ultimi fighetta dell’iPhone): non c’è giornale che non citi il discorso di Jobs agli studenti… ma se i giovani italiani ne applicassero una minima parte l’Italia scomparirebbe in un battibaleno… altro che secessione! Chi mai in questo paese vive la giornata come se fosse l’ultima (peraltro pensiero cristianissimo oltre che stoico, del tutto assente dagli orizzonti culturali del berlusconismo come di ogni altro ismo italico)…
Dimenticavo: i nostri giovani non applicherebbero mai e poi mai nulla che non sia già stato usato e provato dai loro genitori… iPod iPhone e iPad compresi (non i Mac che erano pochi e nessuno se li filava perché alle conferenze stampa di presentazione Apple non ha mai regalato alcunché a nessun giornalista e quindi nessuno ne parlava). Partecipai dieci anni fa alla presentazione del primo iPod: che delusione nella faccia dei giornalisti tecnologici (sic), gli iPod erano saldamente in mano agli addetti di Apple, nella cartella stampa c’erano due fogli con le specifiche e neppure la penna per prendere gli appunti. Sugli stessi giornali che oggi parlano del visionario Jobs uscirono pochi articoli pieni di dubbi (“non avrà successo”) abituati com’erano alla marchetta tecnologica (o automobilistica) pensavano: che razza di azienda è quella che neppure fornisce l’oggetto che occorre recensire! Poi anche la tecnologia è diventata simile a quella che, nel settore dei libri, Giuseppe Bonura chiamava l’industria del complimento, ma Apple ne ha ricevuti pochini… ovvio, non li faceva provare! Quando poi si è imposta attraverso quel vibratore per i poveri che è il telefonino allora ha preso forza e anche il più rigoroso dei marchettari ha dovuto cedere all’evidenza dei fatti… Se poi capita che l’ideatore dell’oggetto ci muore… allora: che genio… che simpatico… fiato alle trombe e largo ai panegirici. Qui si rivela l’altra prevalenza italica: l’industria del post mortem. Più uno è stecchito e meglio si può parlar bene, ma prima valeva il sempiterno “dare moneta vedere cammello”.
Qualche fesso di commentatore è riuscito a citare il maglioncino di Marchionne come derivato da Jobs… ohibò!!! Ma lui mica si prende un dollaro all’anno da FIAT… ha la residenza fiscale in Svizzera, ha lo stipendio – lo stipendio! e se se ne va anche la liquidazione – non ha inventato il motore a scoppio, vede solo quello e non se ne immagina un altro: una ciofeca col pulloverino, gli manca il tumore al pancreas e il discorso alla Stanford University…
Il Tg3, tanto per non far nomi, ieri sera ha parlato anche del viaggio in India e le esperienze di Jobs con la droga…. ti sembra il caso? Se anche le avesse provate cosa c’entra con il suo lavoro?
E comunque mi pare chiaro che gli USA sono riusciti a trasformare il 68 e la ribellione giovanile in un ulteriore balzo in avanti… noi, invece, abbiamo prolungato la farsa della ribellione stiracchiandola per un decennio cosparso di morti e sangue senza cavarne un ragno dal buco, infarciti di puttanate ideologiche e cinismo politicante, ora stiamo tirando le somme o meglio qualcun altro le tira per noi…
Un’ultima osservazione: Zucconi ier sera si è ben guardato da ricordare cosa fece il suo datore di lavoro e mio omonimo nel cognome, il Carlo De Benedetti.
Il Corriere di oggi riporta: «Carlo De Benedetti in una recente puntata di «Correva l’anno» di Rai 3. «Avevamo un laboratorio a Cupertino come Olivetti. Sono andato una sera a visitarlo in un garage. Se avessi messo allora 100 mila dollari, cifra che lui stava cercando, oggi sarei famoso per essere uno degli uomini più ricchi del mondo». Certo, erano altri tempi: era il ’76.»
Non mi tornano gli anni… Nel 76 De Benedetti, secondo Wikipedia, stava entrando in FIAT dopo la Gilardini. Abbandona dopo quattro mesi ed entra in Olivetti nel 78… la richiesta di finanziamento, secondo quello che ha detto Paolucci di Microsoft, è subito dopo la rentrée di Jobs e quindi nel 1997. Infatti Microsoft partecipa al risanamento di Apple, ma non vi partecipa Olivetti da cui peraltro era uscito nel 1996 rimanendo presidente onorario fino al 99. È nel 97 che Apple ha urgente bisogno di soldi… se Olivetti avesse partecipato Apple nel 76 credo che avrebbe perso tutto o quasi… i profitti sono successivi al 97 e con l’introduzione dell’iMac… Olivetti, o ciò che ne rimaneva, entra in MacOSX con non so quale righe di codice ma c’è… se andava fatto l’investimento era in quel momento… e comunque nelle parole di De Benedetti c’è solo il rammarico per non essere diventato l’uomo più ricco del mondo, non certo per non aver reintrodotto l’Italia in un settore strategico: un’accorta bugia o una mezza verità?
Giusto per non credere che nella merda ci siamo finiti solo a causa del nano sibarita di Arcore.
Un saluto affettuoso. Riccardo

In realtà il buon Riccardo su una cosa si sbaglia: non tutti innalzano peana al genio. C’è anche chi non manca di ricordarci che nella società capitalistica l’invenzione tecnologica si realizza a costo di sfruttamento di manodopera e si traduce in plus valore.
(Ma va!)
I Wu Ming per esempio, gran contestatori di marchi ma bravissimi nell’elaborarne di alternativi per alimentare quel tipo particolare di commercio che è la controcultura, dopo Luther Blissett e Wu Ming ne hanno scoperto uno nuovo di zecca, un “detournement” tardo-situazionista in aperto spregio alla memoria di Steve Jobs. Ecco qua:

Così scrivono oggi sul loro blog:

Se il nome di Steve Jobs si poteva tradurre con “Stefano Lavori”, Steve Workers è Stefano Lavoratori. C’è una bella differenza: Steve Workers è il rovescio di Steve Jobs sul versante del lavoro vivo in rivolta. E’ il guru collettivo della sovversione operaia, appare ovunque vi sia uno sciopero, una lotta, un’occupazione, e con un travolgente keynote presenta i prodotti di Bad Apple: iClasswar, iStrike, iStruggle, iRevolution.
Se quello di Steve Jobs era uno dei volti più riprodotti del pianeta, Steve Workers è solo un berretto alla giovane Mao, una mela rossa capovolta, un paio d’occhiali… e un colletto rigido, da stoico soldato della rivoluzione. Steve Workers è senza volto perché è tutti i volti del proletariato. Il suo nome è moltitudine.
Continua su Giap

Non sono certo un difensore del sistema capitalistico, ma questa liquidazione del genio individuale a favore della perpetua esaltazione delle moltitudini è antropologicamente deprimente e politicamente sbagliata. Anzichè additare ad esempio la fantasia di uno che ha pensato fuori dagli schemi e ha dato al mondo qualcosa che non c’era (e Dio sa se i giovani di oggi avrebbero bisogno di esempi del genere) si preferisce risucchiare tutto nello statuto vittimario delle rivendicazioni di massa, che hanno certo ragione di esistere in termini redistributivi di ricchezza, ma non produrranno mai una virgola da distribuire.
C’è poco da fare: l’antropologia marxista-leninista è una tara che, oltre a vanificare le fini analisi economiche del filosofo di Treviri, pesa come una zavorra sui tentativi di lasciarsi alle spalle il XX secolo. Quando la rivoluzione diventa una retorica e un mestiere, produce solo parassiti.
Cari presunti interpreti della moltitudine, grande è chi sa riconoscere la grandezza. Il resto è risentimento e un disco rotto che nessuno vuol più ascoltare. Se volete capire perchè un paese si vota al berlusconismo per disperazione, guardatevi allo specchio.

ottobre 7, 2011

FACCIAMOCI DEL BENE(4) CON LA MEMORIA STORICA

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 12:28 pm
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Ieri l’Osceno & Inguardabile ha dato un altro sfoggio della sua volgarità e del suo minimo spessore umano e politico, prospettando per il prossimo partito teleguidato da Arcore il nome di “Forza Gnocca”, che a suo dire sarebbe il più gradito agli italiani.
Inutile commentare, se non per dire che molti fra coloro che oggi si stracciano le vesti a sinistra farebbero bene invece a recitare un “mea culpa”

Dagli anni Ottanta in poi, si è assistito infatti alla degenerazione morale e civile di questo paese con colpevole indulgenza, se non complicità.
Abbiamo dato per scontato quello che ci sembrava conquistato una volta per sempre, non la civiltà, macchè, solo il minimo sindacale di semplice buon gusto. Un modo come un altro per prestar fede alla cosa più sbagliata e demenziale che la cultura occidentale abbia mai prodotto: la fede nelle magnifiche sorti e progressive. E invece, senza l’ostinata difesa del buono che deve restare (si chiama tradizione, ma per qualcuno la parola era ed è una bestemmia), tutto si corrompe.
Con oscena allegria, abbiamo esaltato la “modernizzazione” come se il cambiamento d’aria fosse a tutti i costi un valore, anche se l’aria nuova che arriva può essere quella di una scoreggia. Chi è più colpevole, lo scoreggione o quello che non capisce quando è l’ora di aprire e quando è l’ora di chiudere le finestre?

Per esempio, chissà quanti di quelli che oggi s’incazzano per il “Forza gnocca” che ha ridicolizzato il Parlamento italiano si ricordano di chi la gnocca in parlamento ce l’ha portata per primo, cioè Marco Pannella, proprio lui, l’eroe del libero pensiero, che nel 1987 ha favorito l’elezione a parlamentare della pornostar Ilona Staller (nota come Cicciolina), nelle liste del Partito Radicale.

Ma già, quella era un’operazione di finissima strategia libertaria e progressista. “Paragoni del genere”, mi dicono gli indignati di sinistra, “sono pretestuosi e del tutto infondati storicamente”
Invece io credo che in un’epoca in cui l’immagnario è politico e la politica si fa con l’immagine, quell’operazione abbia creato per così dire le premesse estetiche del berlusconismo, con lo sfregio istituzionale che comportava.
Aggiungo inoltre che, senza entrare nel merito dei contenuti, lo strepito mediatico chiesto e ottenuto da Pannella per il suo terrorismo morale a base di digiuni, salutato a sinistra come liberatorio scardinamento del politichese stantio che dominava il linguaggio istituzionale, ha istruito Berlusconi su come si diventa da venditori di elettrodomestici demagoghi professionali.

Per non parlare dell’ingenuo entusiasmo con cui si salutò un tempo l’avvento di radio e tv commerciali (come se il loro scopo fosse diverso da quello di strumentalizzare intrattenimento e informazione a fini pubblicitari). Eppure è con quelle che Berlusconi ha creato i suoi elettori.
Ve lo ricordate Finardi?
“Una radio libera, ma libera veramenteeee…
mi piace anche di più perchè libera la mente”
Sembra passata un’era geologica, e invece al Parco Lambro del ’76 la cantavamo in coro pure noi.
Oggi suona sinistro, ma a sinistra non piace più.

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