Tra i sassi in riva al mare ne trovi uno strano, blu, levigato, non proprio trasparente ma capisci che un tempo lo è stato. Ecco, hai realizzato, è un coccio di bottiglia che il mare ha coccolato a lungo fino ad addolcirne i bordi taglienti. Ti chiedi che bottiglia era, forse l’acqua di rose, dal vetro blu, come quella di mamma che sta sulla mensola in bagno. Non importa se non racconterai a nessun altro la tua scoperta e la tua ricostruzione.
In effetti, già questo è narrazione.
Sei piccolo, la tv è ancora quella in bianco e nero, un solo canale, c’è Alberto Manzi che insegna a leggere e scrivere a un’Italia semianalfabeta, padre Mariano il cappuccino con la barba lunga per il buon pensiero della sera, poi c’è Carosello col pirata Salomone e Calimero il pulcino nero, e finalmente dopo il fumettone Hollywoodiano, Erroll Flynn nei panni di capitan Blood o Tyrone Power che fa Zorro. Il giorno dopo sei nel portico, con una spada di legno a menare fendenti e a pronunciare battute di dialogo ricordate dalla sera prima, in una storia che è quella e non è quella, perchè quelle sono le parole e i gesti ma tu, tu sei l’eroe. Che importa se solo i conigli del nonno assistono masticando imperterriti alla rappresentazione? Questo, già lo sai, è narrazione.
Sei grande, vai al liceo. Gli empiristi inglesi insegnano che la mente è solo le sue immagini, frattaglie d’esperienza si susseguono e in questo susseguirsi presumiamo uno schermo, ma lo schermo (l’io, il soggetto) è un’illusione. Tu fingi di mangiare tutto, ripeti ben benino e prendi otto nell’interrogazione, ma in cuor tuo hai già deciso che questa roba non vale la carta su cui è scritta. Perchè la cosa più evidente (tranne per chi non vuol vedere) è che senza narratore non esiste narrazione.
Sei vecchio, pensi a come hai vissuto e a quante sottotrame hai dovuto rinunciare per scrivere il romanzo della tua esistenza. Avresti potuto essere un buon venditore (con le parole te la cavi eccome), o un cuoco, o un musicista, ma la cosa più attraente sarebbe stata dimostrare, da biologo, che ciò che tesse la trama della vita, dall’ameba all’elefante, non è un genoma a disposizione, ma il misterioso impulso a dare forma a ciò che è sparso, come il romanziere assembla coincidenze per far incontrare i suoi personaggi, adunando il visibile e restando invisibile, insomma che la vita è narrazione, e che dice di più una favola sull’essenza delle cose della scoreggia cosmica che avrebbe dato inizio al tutto secondo quella strega di Margherita Hack.

Valter, come al solito, ma in questo caso l’aggettivo è anche etimologicamente giustificato, sei favoloso
Commento di Saverio Simonelli — ottobre 27, 2011 @ 6:23 pm |
Ma dai. E’ che quella lì dice delle cose ogni tanto che mi scatenano….
Commento di vbinaghi — ottobre 27, 2011 @ 6:25 pm |
maga magò ne ha combinata un’altra delle sue
epperò c’è il problema che non ci sono nuove narrazioni “universali” se non quel continuo discorso interiore che ci fa parlare da soli
Commento di Da — ottobre 28, 2011 @ 6:45 am |
… dialogo interiore, e c’è modo e modo di intenderlo. Potremmo intenderlo come intento meditativo, oppure come riaffermazione del nostro establishment concettuale inossidabile. Tutto e il contrario di tutto. Qualcuno ad esempio, il cui nome non voglio citare apposta, affermava che il dialogo interiore, inteso come fatto collettivo più che individuale, non ha altro scopo che mantenere ferma una visione del mondo e questo, più che nelle idee, ha un effetto determinante dal punto di vista energetico.
Detto ciò, non mi impressiona molto l’articolo dell’ Uccr citato da Valter. Ha un che di stile pravda rovesciato; come fosse lo stesso Uccr l’antagonista del suo contrario Uaar (l’unione atei agnostici razionalisti). Lascerei alla ragione il compito che le spetta, in altri ambiti (per farla breve diciamo la spiritualità) fa solo cilecca. Abbiamo già visto che il sonno della ragione genera mostri, ma abbiamo visto anche il suo contrario.
Ciao
Commento di aiace — ottobre 28, 2011 @ 11:22 pm |
Secondo me la narrazione non è solo dialogo interiore, o meglio il dialogo interiore (la storia che raccontiamo a noi stessi e dà una forma alla nostra esistenza) è un modo della narrazione, quello primordiale. Ma l’incontro con un testimone esterno e la narrazione condivisa è qualcosa di più. Quello che manca al tuo discorso, Aiace, è la questione del valore di verità della narrazione, senza il quale, certo, diventa solo un “lavoro” che produce e consuma energia, comunque capace di consolidare relazioni sociali. Ma è il terzo passo, cioè il giudizio sulla sua verità, che introduce la narrazione in un universo propriamente spirituale.
Commento di vbinaghi — ottobre 29, 2011 @ 1:44 am
Signor Binaghi, complimenti. Il pensiero ateo – ma è un pensiero o, piuttosto, un rigurgito cerebrale? – sta seminando zizzania, confusione. Non si deve nemmeno identificare la scienza con l’ateismo, come vorrebbero convincerci quella befana della hack o quel cretino di Odifreddi. La scienza, quella senza scopo di lucro, è aperta, fluida, ricettiva ad ogni impulso e, sotto sotto, canta la grandezza e magnificenza di Dio.
Commento di Angelo Ciccarella — ottobre 28, 2011 @ 8:48 am |
Prossimamente proverò a dimostrare che in un certo senso tutte le storie sono vere, purchè portate a termine.
Commento di vbinaghi — ottobre 28, 2011 @ 1:10 pm |
… non capisco perché il sistema non consenta di rispondere ad una risposta; si incasina la comunicazione se finisce in coda ad altre risposte.
Valter capisco quello che dici ed anche io tengo alla tradizione (magari, diversamente da te, non una sola). Ma io penso che sia “l’esperienza” il fatto fondamentale. Per esperienza non intendo certo “l’esperimento” ovvero quella cosa che pare indispensabile ai razionalisti materialisti ed anche non. Ripeto, siamo in un altro campo. Nella mia accezione l’esperire è un fatto che coinvolge l’intero corpo e la mente arriva da buona ultima. Potrei dire che si avvicina solo maggiormente al termine intuizione che ad altri. Ma non è semplice spiegare l’intuizione e il suo percorso (cos’è una folgorazione? no. Un’emozione? no…); quella che tu chiami verità, se esperita, cambia te stesso, puoi constatarne l’effetto ma non puoi confutarla. Con il linguaggio della ragione puoi confutare “cose ragionevoli” insomma. Ma qui siamo da un’altra parte!
C’è una sola narrazione? Io credo che una narrazione introduca ad un percorso, una mediazione, un ponte. Il giudizio “sulla verità” implica pericolosamente il fatto di farti scivolare nuovamente al di fuori di quel che è campo spirituale. E qui ritorno a quel che io intendevo come domanda sul significato del dialogo interiore: lo usiamo per tener fermo il mondo?
Spero di essermi spiegato almeno un pochino. Ciao
Commento di aiace — ottobre 29, 2011 @ 4:22 pm |
Si. Sinteticamente, io credo che esistano tre forme fondamentali del vissuto: una, quella che tu chiami esperienza o intuizione, è la coscienza pura del presente. L’altra è la rappresentazione del vissuto “non più presente” che io chiamo narrazione. La terza è la dis-posizione che accoglierà l’evento del futuro, qualcosa che ha a che fare con l’orientamento spaziale, l’abitare, il principio del mandala. Non si può far senza di nessuna di esse e non vanno confuse.
Commento di vbinaghi — ottobre 29, 2011 @ 6:57 pm |
A me torna in mente il finale de “La leggenda del pianista sull’oceano”
“Non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla…”
Commento di Dockinoke — novembre 1, 2011 @ 9:05 pm |