Doctor Blue and Sister Robinia

ottobre 31, 2011

CONTRO LA DISTRUZIONE DEL SENSO COMUNE di Roberta Borsani

(Da: La fata centenaria)

Secolo della rete. Comunicazione planetaria. Una ragnatela dai fili invisibili ci stringe tra le sue maglie. Il linguaggio è ovunque. In ogni istante, in ogni luogo, in ogni punto del nostro essere siamo emittente, significato, significante, canale, destinatario, e non possiamo tirarci indietro. Eppure dialogare, capire e capirsi, non è mai stato così difficile.
Prima ragione, basta fare un giro tra social forum e blog: per troppi parlare significa parlare di se stessi. Quasi che nell’intrico della rete, ciascuno cerchi la sua salvezza facendo come l’uomo del Paleolitico minacciato dalla giungla: costruendosi una capanna, dove si possa ancora riconoscere e dire “io”. Il timore di essere annientato dalla tempesta di messaggi di cui siamo investiti (e dove smettiamo di essere persone riducendoci a semplici occasioni di un logos ipertrofico più simile a una macchina infernale che a una comunità dialogante) fa gridare più forte, ancora più forte: io ci sono, esisto (anzi, resisto)! Non serve. A salvarci dalla nientificazione sarà chi ha saputo sottrarre alla rete qualcosa di prezioso: il cuore, dove il silenzio di una notte spalanca spazi siderali, troppo freddi, troppo profondi,troppo rischiosi (personalmente rischiosi) in cui la rete preferisce non entrare.
Secondo, dove regna la rete sembra che ogni problema sia innanzitutto un problema di nomenclatura. Troppe parole messe in quarantena su cui non si può più far conto. Esempio: “naturale”, “normale”, “sano”: scompaiono le categorie a cui tradizionalmente afferivano. Quando psichiatri come Laing con L’Io diviso cercarono negli anni ’70 di metterci in guardia dai pericoli di un concetto di normalità intollerante e autoritario (incapace di comprendere il diverso da sé: l’anormale, il patologico), il disegno era lodevole. Chiedeva la chiusura del manicomi, sostituiti nelle intenzioni da comunità terapeutiche. Il risultato lo conosciamo: poche comunità, i malati scaricati sulle spalle delle famiglie. Nel mondo delle teorie però, certe idee germinavano alla grande. Cos’è normale, cosa è sano e cosa naturale? Malattia e salute, normalità ed eccezione, natura e convenzione o artifizio…non ci si limitava ad avvicinare i confini che correvano tra un elemento e l’altro di queste coppie di concetti.I confini dovevano essere cancellati. E cancellandoli non restava che spazio. In quello spazio senza segni, come una tabula rasa, le generazioni di intellettuali degli ultimi trent’anni si sono affannate e ancora si affannano per imporre ciò che per ciascuno di loro era ed è sola legittima mappa semantica. Da lì non ci si muove. Prima di partire, per costruire un mondo migliore di questo, bisogna mettersi d’accordo. Cosa intendi tu per norma, natura, norma, valore…se non si trova un significato comune, non si va da nessuna parte. Ed è così infatti, non si sta andando da nessuna parte.
Terzo, i problemi di punteggiatura e di sintassi. Questo è il regno della semiotica. I rapporti umani ricondotti a un sistema di segni, il che si potrebbe anche accettare. Ma in questo sistema la persona è ricondotta sic et simpliciter al punto in cui si incrociano i segni, segno essa stessa, diversa dagli altri nella misura in cui diverso è il luogo del suo posizionarsi. La persona come l’onda senza consistenza e senza forma, oppure lo scoglio, la cieca resistenza, di questo tempestoso mare nostrum, che è il linguaggio.

Alla base di queste immagine dell’uomo e del suo mondo, c’è la sfiducia nei confronti del senso comune. Ridotto in effetti, dopo cinquant’anni di televisione e trenta di berlusconismo (perché il berlusconismo si è fatto strada ben prima del ’94, con le TV private), alla scimmiottatura di ciò che è stato in passato. Ridicolizzato dagli ambienti radical chic di una sinistra che è lontanissima dai ceti popolari (rinnovando la sfiducia che il bolscevismo nutrì nei confronti del populismo), come si fa a fidarsi? Eppure è il senso comune il solo fondamento su cui si può edificare una civiltà.
Scriveva William Butlers Yeats nel 1904, “Se vogliamo creare una grande comunità – e quale altro gioco vale un simile fatica?- dobbiamo ricreare le antiche basi della vita (…) come devono sempre esistere quando le menti raffinate, Ned il mendicante e Sean il matto, pensano alla stessa cosa, anche se magari non hanno la stessa opinione in merito”.
Come Yeats noi potremmo facilmente identificare il momento del divorzio definitivo tra weltanschauung elitarie delle minoranze intellettuali e visione del mondo popolare nel XVIII secolo. Strano vero? Proprio quella cultura illuministica a cui generalmente si attribuisce il merito di aver introdotto ai grandi diritti e al liberalismo, è nata volgendo le spalle al senso comune, affermando al contempo il carattere tutto elitario di quel pensiero politico che vuole il popolo (umilmente imbevuto di senso comune) sovrano. Ci viene il sospetto che il popolo venga dichiarato sovrano nella misura in cui si dispone dei mezzi per poterlo controllare, povera bestia. Ma, ripetiamo sulle orme di Yeats, senza basi comuni non si va in nessuna direzione. La sinistra questo lo dovrà capire.

9 commenti »

  1. io sono sicuro che è in questi momenti che il nucleo razionale più fondato può davvero ritornare a contenerci in tanti

    Commento di Da — ottobre 31, 2011 @ 11:57 pm | Replica

  2. Anch’io. Come Tommaso d’Aquino, ho molta fiducia nella ragione naturale, una volta sfumate le nebbie dell’ideologia. Quel che temo è che alla fine del ciclo di decadenza si debba ricominciare da un cumulo di rovine.

    Commento di vbinaghi — novembre 1, 2011 @ 12:11 am | Replica

  3. siamo 7 miliardi in un mondo che era abituato a crescere e ora non è più capace – per i bric i guai iniziano ora

    bisognerà sostituire crescita a crescita

    Commento di Da — novembre 1, 2011 @ 12:27 am | Replica

  4. Non vorrei fosse letto con banalità, ma il mio pensiero è questo: stiamo scontando le conseguenze dell’ennesimo tentativo dell’uomo di dar una giustificazione al suo essere viziato.

    Le persone sono semplicemente terrorizzate dal dare il giusto peso alle cose, alle azioni ed alle parole… si semplifica perchè più facile e meno coinvolgente… si alimenta il vizio a 360° difendendolo anche.

    Maturità da ricostruire… rieducarsi alla vita semplice…

    Commento di Dockinoke — novembre 1, 2011 @ 3:19 pm | Replica

  5. Lo trovo interessante. La decadenza implica il vizio.
    Dovresti definire cosa intendi esattamente, cioè quale è il vizio (abitudine a valutazioni sbagliate e scelte consequenziali) in cui è incorso l’iccidente.

    Commento di vbinaghi — novembre 1, 2011 @ 4:12 pm | Replica

    • Io prediligo il parlar semplice… ma ecco il ragionamento che m’ha portato fin qui.

      Per la formazione di un senso comune è anche necessario che esista un’abitudine ad usarlo. Come ben sappiamo, una buona abitudine è una virtù, una cattiva abitudine un vizio.
      Se siamo “viziati” al non dare il giusto peso alle cose, come possiamo apprezzare i gesti del prossimo, quale ad esempio il dare giusto valore alla fatica del prossimo?
      Se siamo “viziati” al non dare il giusto peso alle nostre parole, come possiamo parlare in modo consapevole? (senza scappar tanto lontano nei discorsi, basti pensare a quanto sia difficile comprendere il concetto di rispetto reciproco, ma discuterò dopo di questo)
      Se siamo “viziati”, più semplicemente, a prediligere (e quindi dar il nostro assenso) alle modalità che l’abitudine errata (vizio) ci detta, per forza di cose ci ritroviamo senza più gli strumenti per poter invece “essere” veri e, anche qualora li vedessimo, risulta faticosissimo e sconveniente per il soggetto ri-educarsi.

      La consapevolezza da che cosa nasce? Il saper parlare ed agire con cognizione di causa da dove deriva? Dall’abitudine a farlo… cos’è invece più comodo? Qual’è il vizio spesso? Imbrogliare, fingere o, più semplicemente, non avventurarsi proprio in esperienze che esulino dalle nostre capacità di essere presente consapevolmente.

      Una persona mi insegnò che nella vita ciò che conta è saper bilanciare vizi e virtù. L’uomo è un essere dinamico, la mentalità semplicistica del web invece tende a creare icone, stereotipi, mode, tendenze, ripetitività a 360°. Ripetitività = abitudine = cattiva abitudine (nel nostro caso) = vizio.

      Concretamente parlando, un esempio semplice e banale: l’uso delle ” K ” nel linguaggio degli sms e della chat… il deturpamento della lingua italiana per un mero sfizio di praticità e velocità nell’invio di un sms. Che effetti produce?

      Con ciò però non bisogna incorrere nel generalizzare… perchè fin’ora sembra il tipico discorso da “ecco! demonizziamo internet e gli strumenti dell’attuale presente perchè ci abituano al male!” quasi a voler cercare una colpa.

      Non c’è colpevole, c’è solo consapevolezza assente, tantissima incoscienza, tantissimo non curarsi di se stessi e delle conseguenze di certi gesti e, soprattutto, manca il saper prendere una posizione responsabile.

      Concludendo, quindi, il vizio di cui parlo è lo scegliere di dire “Si” alle comodità a discapito delle “necessità”. Esempio fra tutti: andare a casa di chi ha un mutuo e trovar televisore piatto ed abbonamento sky.

      Ciò che temo è quando la gente avrà fame e sarà esasperata… nell’assenza del vizio=comodismo allora ci si ritroverà di colpo buttati nella realtà e con moltissime persone che non avranno strumenti esperienziali tali da poterne capire la meccanica.

      Detta semplice: il senso comune lo erediti dal confronto… agisci, sbagli, ragioni ripensando a come ti sentiresti e come faresti sentire il prossimo (o, più semplicemente, riflettendo sulle conseguenze delle tue azioni) e sulla base di ciò ti costruisci un’impalcatura di inferenze (diremmo “precetti/principi”) cui dai il tuo assenso riconoscendoli come “Realtà: così è fatta la vita, ed io vivo guardando la vita per ciò che è realmente.”

      Spero di essere stato sufficentemente chiaro… senza tutto questo papillone kilometrico avrei semplicemente scritto “Il vizio odierno non è altro che assuefazione alla comodità a discapito della necessità.”.

      Commento di Dockinoke — novembre 1, 2011 @ 8:28 pm | Replica

  6. …dimenticavo solo questo: percepisco forte anche l’assenza del concetto di “Responsabilità di se stessi” nella società odierna.

    Commento di Dockinoke — novembre 1, 2011 @ 8:32 pm | Replica

  7. Sei stato chiaro. Ma non dimenticare che l’imperativo consumistico è stato somministrato negli ultimi cinquant’anni praticamente da tutte le autorità politiche e culturali, e anche oggi c’è gente che pensa che la salvezza del sistema-mondo sia nell’aumento dei consumi. Detto questo, all’origine di un ciclo perverso c’è sempre il rifiuto dell’intelligenza e la sua autogiustificazione (ciò che in genere si dice “ideologia”), che si diffonde a tal punto da sostituire il “buon senso”. Si arriva al paradosso per cui ciò che appare come “senso comune” è in realtà qualcosa di perverso, e chi lo accusa passa per “aristocratico” o “snob”.
    Letteralmente: il mondo alla rovescia.

    Commento di vbinaghi — novembre 1, 2011 @ 9:00 pm | Replica

    • Concordo, effettivamente il capitalismo riassume tantissimo la situazione che tentavo di spiegare.

      Oggi ho cominciato a leggere “Winston Churchill – La seconda guerra mondiale”.

      Notavo paurose analogie con l’attuale presente: il coinvolgere direttamente il popolo in certe questioni consente alla classe dirigente di gestire le emozioni semplici per generare il senso comune distorto di cui si parla anche qui.

      Churchill denuncia proprio questo dell’americanismo che si diffuse in Europa, praticamente fu una delle tante cause concorrenti alla strumentalizzazione delle masse, l’insinuare l’idea modernista del taglio netto con il passato: monarchie, nobiltà, tradizioni, religione, etc …un tabula rasa.

      Educare le nuove generazioni penso sia l’unica via rimasta, a parte ritornar ad avere fame nera…

      Commento di Dockinoke — novembre 2, 2011 @ 2:26 am | Replica


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