Doctor Blue and Sister Robinia

novembre 29, 2011

GEORGE HARRISON – A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA

Filed under: canzoni — vbinaghi @ 1:43 pm
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Stamattina, dopo aver letto questo post di Davide Sapienza su La poesia e lo spirito, mi sono chiesto quali sono le mie canzoni preferite di un musicista che veramente, tra i primi, mi ha toccato il cuore.
Ecco la mia Top Five

novembre 25, 2011

CLAUDIO TOSCANI recensisce PERSUASORI DI MORTE

Noir col gusto per la scrittura
(da La Cronaca di Cremona, Venerdì 7 ottobre 2011)

L’esondazione narrativa di “gialli” costringe a una qualche difensiva vigilanza. Un libro in provenienza dalla rodata collana di “NerOleandri” che nelle edizioni della milanese O.G.E. è diretta da Marco Beck, già responsabile dei “Classici” Mondadori, ha in partenza i suoi buoni motivi per essere letto e consigliato.
Prima di tutto perché è scritto in ottimo italiano (non sembra vero di doversene accorgere, ma l’autrice è docente di Lettere oltre che esperta di psicologia, mitologia e immaginario creativo); secondariamente perché conserva un originale impianto e una trama soprendentemente strutturata su diversi piani come non accade che raramente al “noir” nostrano e non, alla narrativa poliziesca, insomma, alla “detective story”.
Un commissario piemontese di mezza età, il cinquantenne Realis, gran lettore di classici e appassionato coltivatore di rose, indaga sulla morte di una ragazza, uccisa con un colpo di pistola, tale Fiammetta Uslenghi, ex commessa part-time, ritrovata in uno stagno.
Una apertura che solo per un attimo sembra di stampo tradizionale, perché dietro a questo delitto si cela un’ atroce messa-in-scena sospesa tra satanità e metafisica.
Fiammetta non è che la prima di una decina di vittime che costellano il romanzo di Roberta Borsani, capace di creare una suspence di assoluta novità, tra imprevedibili svolte di trama e sovrastante scansione drammaturgica. Sì, perché il racconto finisce su due piani: quello relativo all’indagine, non propriamente facile né chiara, ma in ogni caso secondo i codici del genere, e quello delle abissali dimensioni di un “Grande Gioco” pilotato da un misterioso Principe che con i suoi accoliti (un Filosofo, un’ Artista, uno Speziale, un Abate, una Generalessa e un Dottore), ordisce efferati intrighi tendenti a incriminare degli innocenti e a spingerli sino all’autoannientamento.
“Il Grande Gioco era costruito come una partita di caccia: scegli un uomo di cui hai studiato bene abitudini, passioni, debolezze, fino a individuare il suo cosiddetto tallone di Achille. Lo fai assistere al crollo del pilastro su cui si regge l’intero edificio della sua esistenza e poi lo stai a guardare. Lo scopo è vedere se e quanto resiste al richiamo del suicidio, divertendosi intanto ad anticipare con l’immaginazione le sue reazioni e scommettendoci sopra”.
Nelle tenebre di questi infernali meandri che del divertimento di alcuni perversi attori del libro fanno la sua travolgente peculiarità narrativa, è il povero don Gabrio, un giovane prete che, accusato di una supposta relazione con la ragazza uccisa, viene arrestato in seguito a una serie di testimonianze e coincidenze ordite dalla occhiuta congiura dei “persuasori di morte”. A cominciare da monsignor Serpini, uno del “clan”, che potendo visitare in carcere il disgraziato sacerdote, lo avvolge in una ragnatela di dubbi pragamtici e religiosi a un passo dal fargli perdere la ragione.
Sulla sua reazione, sulla sua capacità di resistenza alle pressioni del prelato, che trasmettono la corale immoralità del “gruppo”, si snoda un racconto di tesa dialettica esistenziale e spirituale, di vita e di fede, tanto più orrorosa quanto più intenzionalmente condotta in qualità di partita assassina sul destino del malcapitato, indecente metafora di un’onnipotenza del Male sul Bene che, nelle pagine del libro, riserva dialettici affondi tra lo psicologico e il trascendentale.
Al commissario Realis, che via via si impadronisce della realtà delle cose, la terra sembra franare sotto i piedi. Il caso è troppo grande per lui? Fuori misura per un funzionario di polizia confinato in una cittadina di provincia fino ad ieri sonnacchiosa e tranquilla?
” Si sentì d’improvviso molto piccolo, come si era sentito in certi notti d’estate davanti allo spettacolo del cielo stellato. Piccolo rispetto all’immensità del Creato, piccolo rispetto al Male, quello vero, che si scrive con la maiuscola. Un male così non l’aveva mai incontrato”.

novembre 22, 2011

L’ULTIMO LIBRO DI LUIGI DI RUSCIO

E’ appena uscito per SenzaPatria Editore il libro postumo di Luigi Di Ruscio, il poeta della condizione operaia morto a Oslo il 23 febbraio scorso. Si chiama Memorie immaginarie e ultime volonta’ e costituisce il resoconto spesso amaro di un’attivita’ letteraria semiclandestina. Il libro si rivela un coacervo di pagine velenose e febbrili, in cui si rincorrono di continuo gli atteggiamenti di sfida dell’autore, la sua cupa aggressivita’, l’avversione contro tutti i poteri, la sua fragilita’. Poesia e prosa vi si distinguono solo per convenzione. Come ebbe a dire il critico Massimo Raffaeli in una precedente occasione “suo referente e destinatario e’ l’uomo in quanto tale, sottoposto a un dominio di classe cosi’ prolungato nello spazio-tempo da essere percepito, oramai, come eterno e naturale. Pertanto il riso travolgente che promana dai testi e’ un gesto di liberazione e ritorsione, un atto salvifico perche’ insofferente della cosiddetta condizione umana, che altro non e’, nella propria metafisica, se non l’accettazione dello sfruttamento e di un dominio secolare”
Questa che segue è la chiusa del libro, quasi un testamento

“Siate più lieti, leggermente più disinteressati, sorridete! Spero che concorrano alla vostra gioia le scritture più sconclusionate, anche nella situazione più insostenibile la certezza e la resistenza sono ancora possibili. Per un pubblico numeroso è necessario il ripetuto, la verità trafitta in pieno dalla poesia, il «tu» dedicato a tutti senza discriminazione alcuna. Vivere e morire senza accorgerci di niente, correndo come matti dietro improbabili onorificenze letterarie, inseguendo addetti regionali alla varie culture. Avessero ammazzato gli ebrei con l’idea di mangiarseli avrebbero pensato prima a ingrassarli, scrivo dunque un elogio al cannibalismo. Beati quelli che vivranno dopo di me. È così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari si abbassano, le parole stentano ad esser pronunciate, i figli ammutoliscono. Divorato dalla febbre preparo la valigia per andare in ospedale. Le mani indugiano sulla cerniera, la paura è la stessa di quel giorno di maggio del 1957. Allora vi disponevo con cura i miei libri, con gli angoli delle pagine tutti arricciati; adesso i calzini, le mutande, i pigiami, perfettamente stirati e ricamati. Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custodia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da dove sono venuto. Nei miei versi è la mia resurrezione”.

Potete leggere anche l’incipit del libro su Nazione Indiana

novembre 19, 2011

LA SCUOLA AL TEMPO DELLA BCE di Girolamo De Michele

1. S’ode a destra uno squillo di banca…

Tra un’Emma Marcegaglia che nel nominare il “baratro” nel quale saremmo sprofondati replica (inconsapevole?) lo sketch della signorina Vaccaroni dell’Ufficio Imposte Dirette (era il 1991), e il partito-Repubblica che ricorre a frame da fantascienza di bassa lega per evocare scenari da panico sociale – i bancomat che si rifiutano di rispondere agli utenti per effetto del default [1]; e mentre il titolo di International Advisor della banca Goldman Sachs scompare dalle biografie di Mario Monti, è iniziato il battage mediatico a sostegno del Governo di Unità Nazionale (nella variante vendoliana: Governo di Scopo per la Patrimoniale). Il fine della campagna è evidente: spargere messaggi terroristici improntati al frame “Cosa succederebbe se non…”. Che, oltre a generare quel sano collante sociale che è la paura, impedisce di pensare a “Che cosa succederà quando…”: ad esempio, alla scuola.

Una risposta arriva dalla nuova tornata epistolare BCE-Governo, resa nota da “Repubblica”. Che, attenzione!, non detta il programma del nuovo Governo: si limita a chiedere in che modo il Governo attuerà ciò che è già stato promesso alla BCE. Come, quando, in che modo, con quali esiti contabili intendete fare ciò che ci avete promesso di fare, chiedono i 39 quesiti di questa lettera. Grazie alla quale veniamo a sapere, per deduzione, cosa il Governo Berlusconi ha promesso che verrà fatto: dal Governo Monti.
Sulla scuola, alla voce “Capitale umano” (Human capital), i quesiti sono due:
13) Quali saranno le caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno conseguito un risultato insoddisfacente nei test INVALSI?
14) Come il governo intende valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Che tipo di incentivi intende usare?

Leggi l’intero articolo su Carmilla

novembre 18, 2011

PASSAGGI

Qualcuno si sarà meravigliato del fatto che, dopo anni passati a denunciare su questo blog le nefandezze e lo stile miserevole di Berlusconi, io non abbia ancora scritto tre righe almeno per festeggiarne la sospirata dipartita.
In effetti, non mi pare interessante infierire sul potente disarcionato (anche se in questo sport gli italiani eccellono: dopo Piazzale Loreto e le monetine a Craxi abbiamo avuto il concertino di giubilo l’altro giorno al Quirinale).
In secondo luogo, non è che ci sia molto da festeggiare: con la sua aria da bravuomo Monti farà digerire agli italiani il rospo che nè Prodi nè Berlusconi hanno osato portare in tavola (non per bontà ma per pura demagogia, sia chiaro), e la presenza di uno come Passera nel governo non lascia dubbi su quale sia la mission del governo stesso: rassicurare la finanza, in primis, con una cura da cavalli per il paese – se poi il malato non crepa, meglio.
In terzo luogo, chi politico di professione non è e di economia capisce quel minimo, ma non ha mai abdicato a una vocazione di educatore, forse è meglio che si preoccupi del costume e della società civile.
In questo senso non trovo di meglio che citare le parole di uno dei nostri migliori scrittori, Walter Siti, pronunciate in altra occasione ma che trovo assai degne di essere prese come viatico in questo momento:

«In questi vent’anni la cultura umanistica è completamente crollata e noi che insegnavamo alle facoltà di lettere non ce ne siamo occupati. E penso che questa sia stata la colpa più grave della nostra generazione. Io credo che fare gli storici dei sentimenti, cioè capire che cosa ne è stato dei sentimenti in questi anni televisivi, mediatici, sia un lavoro fondamentale. Che ne è stato dell’amore? Capirlo diventa un lavoro politico. Ed è un lavoro che si può fare soltanto con il romanzo. Per quanto riguarda il mondo letterario, quello ormai non mi interessa più: sono troppo vecchio. Preferisco bazzicare le borgate».
(Da un’intervista a Peppe Fiore, che si può leggere integralmente qui)

Quanto a Berlusconi, dice che non si ritira dalla politica, non ha nessuna intenzione di andare a fare il nonno ai giardini pubblici.
Meglio, così le bambine potranno giocare tranquille.

novembre 15, 2011

LA VERA STORIA DI PENELOPE di Roberta Borsani

Con questo racconto Roberta ha vinto il primo premio per la sezione “Racconti inediti” nella VII edizione (2011) del Concorso “Guido Gozzano

Sopra la quiete smeraldina delle acque increspate dal soffio di Zefiro, è comparsa dal nulla una nave. Scintilla a trecento piedi dalla riva, con i fianchi panciuti rivestiti d’oro e d’argento.
Barche leggere vanno e vengono dalla spiaggia alla nave, trasportando gente di cui non riesco a immaginare il volto. Intorno fiocca una luce candida che tutto esalta e penetra, il mondo è giovane come una rosa dopo la notte.
Domando all’ancella fedele: “A chi appartiene la nave? E’ un uomo o un dio colui che si promette in simile splendore?”. Lei sorride ma non sa.
Faccio schermo con le mani sopra gli occhi e scruto. Intravedo una sagoma vagamente umana, straordinaria nelle dimensioni e dai contorni di fuoco, simili a quelli del cocchio di Febo quando Ecate notturna lo copre. E’ un istante. Il vento mi getta sul viso spruzzi d’acqua marina…

Mi sveglio.
La visione è perduta, la nave scomparsa, la luce mangiata dalla bruma che nei giorni pacati d’autunno, verso il crepuscolo, sale dal mare. Rammento con dolcezza chi sono: Penelope, la vecchia Penelope. Colei che perse due volte lo sposo. Ulisse.
La prima me lo rubò la guerra e dovetti aspettare vent’anni. Vent’anni a tessere e attendere, tessere e attendere. Almeno, questo è ciò che si tramanda. .
Tessevo – com’è noto – il lenzuolo funebre del suocero: ai Proci che assediavano la reggia pretendendo la mia mano (Ulisse era dato per morto), avevo promesso che al termine del lavoro avrei scelto lo sposo. Di notte sfacevo le trame perché il lavoro non avesse fine. Uno stratagemma neanche tanto astuto, non avrebbe persuaso una ragazza. E una ragazza infatti – Melanto bel viso, l’ancella che avevo accolto bambina, colmandola di doni come una figlia – rivelò ai Proci il segreto.
Fu Atena, la dea occhio-azzurro, madre dei disegni della mente, che mi lasciò cadere nel sangue, alla nascita, una goccia della sua accortezza, e io ne feci buon uso. Lo riconobbe rabbiosamente Antinoo, il più ambizioso dei pretendenti. Da dietro le tende intrecciate con arte finissima lo udii maledire il mio ingegno, che mi rendeva diversa da ogni altra donna di stirpe achea, più scaltra delle tracie che covano segreti. Capace di tenere lui, il figlio forte di Eutipe, sulle corde. Quel giorno, rammento, freddamente risi nel cuore, ma non dissi nulla: piuttosto, ringraziai la dea.
Non una parola d’ammirazione mi giunse invece da parte di Ulisse, il quale, al suo ritorno, dopo avermi lasciata per vent’anni in balia dell’altrui brama come una cerva davanti alle fauci sbavanti dei segugi, volle provare la mia fedeltà, celandosi sotto le spoglie di un mendicante. Preferì rivelarsi all’anziana nutrice, di cui aveva succhiato le poppe: la fida Eubea. Più sensibile al richiamo del latte assaggiato quarant’anni prima, che alla libera complicità degli sposi. Un vezzo senile che non mi piacque e m’insospettì: non era da Ulisse, l’uomo che avevo sposato, pazza d’amore, contro la volontà del padre.
Di quanto male parlarono di me i posteri, dietro ammiccanti parole di lode per la mia fedeltà, dirò più innanzi. Ma crediate fin d’ora che il mio genio non fu, come s’insinua, tessere e attendere semplicemente, contando sul ritorno di Ulisse. Si dica invece: tessere e fare la regina, trasformando il cortile vociante di Proci nella migliore difesa della casa di Laerte. Preservandola, perché lo sposo, nel caso di un ritorno, vi riposasse in pace. Nessuno infatti, tra i molti sovrani delle isole sparse intorno, osò avventurarsi con le navi fino alle rive sassose di Itaca. Ogni pretendente aveva un nobile padre pronto ad accorrere al comando di uno stuolo di uomini in armi: troppo pericoloso!
Inoltre, tacendo i segreti propositi anche alle ancelle fedeli, m’ impegnai perché l’assenza di Ulisse assumesse agli occhi dell’Olimpo il senso dell’ineluttabile. Quello che nessun potere può combattere: il Fato. Il Fato incombeva sulla casa di Laerte, sorvegliandola, simile a un’aquila dalle immense ali, sguardo acuto del dio delle nuvole. La lontananza di Ulisse, anziché danneggiare la reggia, costringeva le divinità a vegliare – come io, Penelope (una donna!), volevo.
Non uno avrebbe osato disonorare la mia persona o il mio nome. Ero la moglie dell’esule, l’ideatore del cavallo che confuse Ilio, perdendola. Neppure Antinoo l’avrebbe fatto. Bello d’aspetto e non privo di senno, ma volgare e aspro nell’anima: conversare con lui era come nutrirsi di acini verdi.
Ulisse tornò per salvare me e la reggia dai Proci, così si racconta.
Io, che lo conobbi a vent’anni, parco e prudente nel dire, ostile alla guerra ( tutti sanno come cercò di evitare d’arruolarsi, fingendosi pazzo), dico che un altro ritornò al suo posto. Tornò un’Ombra, che del re aveva le fattezze e l’astuzia, e certo la mandò lui, Ulisse, per non disobbedire agli dei assetati di giustizia. Un’Ombra suscitata, credo, con la magia. Non può forse quasi ogni cosa, nel campo delle arti oscure, chi è penetrato nel corpo misterioso di Circe uscendone indenne?
Fu l’Ombra, non Ulisse re di Itaca, a fare strage dei Proci, impregnando di sangue i graniti e i marmi delle colonne. L’Ombra spietata condannò alla spada schiave ancora adolescenti per aver giocato un gioco di carezze con il fiore di Itaca, cui esse, di origine oscura, non avrebbero comunque potuto negarsi. E sempre l’Ombra impiccò le ancelle traditrici perché soffrissero una morte dolorosa e lenta, godendo empiamente dei loro tormenti.
Il vero Ulisse non avrebbe commesso azioni tanto atroci. Dell’odore di sangue, carne e frattaglie umane ne aveva certo abbastanza. Dopo Scilla e Cariddi, il Ciclope, i Lestrigoni… quale altro orrore? Non era il Mirmidone lui, affamato di mischie e di sangue e di gemiti alti. Non i campi di battaglia, ma i piani contorti della guerra abbozzati accanto al fuoco lo attiravano.
Mandò avanti l’Ombra, per non doversi ribellare agli dei, e fra tutti a Dike, la dea caparbia e senza sorriso che brama la vendetta. Quell’ecatombe che lasciò a terra, spezzandoli, i corpi di tanti giovani principi, gloria futura di Itaca, fu così esagerata rispetto all’offesa. Perché né i capi di bestiame arrostiti, né i vini tracannati spavaldamente dai Proci furono mai, come io stessa nascostamente ordinavo, i migliori. E i doni preziosi di chi domandava la mia mano compensarono lautamente le perdite. Mai Ulisse, figlio di Laerte e nipote di Acrisio, attento ai rapporti di buon vicinato, avrebbe voluto una vendetta simile.
Lui, sono sicura, rimase altrove, dove l’odore della morte e il fumo alto delle pire che bruciavano i corpi neanche giunse. Estraneo alla terra e agli affetti che legano i mortali, restò forse sull’isola di Ogigia, accanto a Calipso, o nel regno arcano dei Feaci, dove la fanciulla Nausicaa a lui, già vecchio, come un fiore si schiuse.
Io però lo cercherei altrove. Sul fondo del mare, dove credo sia, diviso in bianche ossa spolpate dalle genti degli abissi. Vegliato gelosamente dal dio che lo odiò: il superbo Poseidone, cui Ulisse accecò il figlio: Polifemo, dall’occhio unico e tristissimo.

Dopo la strage dei Proci passarono molti giorni. Rapidi come battiti d’ali, non felici. Il bel cortile ritrovò le rare venature dei marmi, l’azzurro acceso del lapislazzuli e il rosso dei coralli. Ma io vedevo Ulisse (o quel che si scambiava per lui) aggirarsi nei cortili come un folle cui la luna abbia scoperto i denti. Si volgeva febbricitante al dorso squamoso del mare e invocava le anime dei naviganti morti. Non ci misi molto a capire e agii di conseguenza, senza pensare a quel che avrebbero detto i posteri. E non mi pento.
So di essere stata compatita e biasimata, perfino disprezzata nei secoli. Citata di monito a chi invano s’affatica o nulla porta a compimento (la tela di Penelope!). Dipinta come una regina asservita, dalle dita che odorano di olive sott’olio e senza sottigliezze. Peggio: la sposa venuta a noia allo sposo, avvezzo a giacere con le dee. Voci malevoli e invidiose giunsero a calunniarmi al punto da sostenere che lui, Ulisse, mi aveva scacciata.
Stolti, le cose stanno ben diversamente e che si sappia.
Quando piangendo mi lasciò capire di come lo invitasse a sogni di piacere più l’acqua salsa dello Ionio che la conta delle greggi numerose e grasse in suo possesso o la vista delle schiave belle-gote, non feci nulla per trattenerlo. Quello che mi stava di fronte, diviso come un tronco di betulla colpito dalla scure dei Galati, uomo di carne o spirito impalpabile, troppo aveva gustato l’odore amaro delle isole e gli infusi malati d’alga.
Pensai perfino che l’incantata melodia delle sirene, udita e goduta con l’inganno delle corde, si fosse ridestata nel suo timpano, affamata di vendetta come un’Erinni. Somigliava a quei mali che si prendono giacendo con le donne dei trivi: si presentano dopo molti giri di luna, rendono odiosi ai parenti e infine sospingono nelle terre di Ade. Chiedono soddisfazione a chi si illuse scioccamente d’ingannare Eros. Pensai infine che il vero Ulisse si fosse ridestato in qualche luogo oscuro dell’Erebo e rivolesse indietro la sua Ombra. Che la invitasse a tornare da lui, imbevuta d’acqua salata.
Comunque fosse, quell’Ulisse che smaniava ogni notte al mugghiare del mare non apparteneva più alla terra, e io avevo smesso di appartenere a lui. Ero una femmina libera che si stendeva con sospetto, la notte, accanto all’uomo – o alla sua Ombra – guastato dall’aver goduto il letto e il cibo degli dei. Insensibile al piacere come chi troppo a fondo è stato toccato dal vizio.
Finsi perciò di non vedere in che modo radunava gli uomini, vecchi marinai marchiati a loro volta nel cuore dalle zanne del tempestoso dio dei flutti, arieti del suo gregge azzurro. Lo lasciai partire senza protestare e senza dire addio. Soltanto, rimasi a guardare dall’alto mentre prendeva il largo: vidi le vele gonfie di vento, soffici come funghi, il bianco ribollire dell’acqua… Attraverso i vapori dell’alba mi giunsero attutite le voci della ciurma, e – lo confesso – non distinsi la sua dalle altre. Neanche una lacrima sprecai per Ulisse, neanche una preghiera (ma se vi dico che non era lui!).
Svanì del tutto – pare – alcuni mesi più tardi, dietro l’orizzonte che sanguina a sera, oltre le terre abitate da genti dai capelli di rame e gli occhi verdi come le bisce. Più in là delle Colonne. Me lo rivelò un mercante fenicio giunto all’isola carico di perle del profondo mare: “Poseidone e il tuo signore sono una cosa sola ormai”, e sorrise.
Slegai le trecce scintillanti d’olio che portavo raccolte sulla sommità del capo. Ne tagliai una, bella, d’argento, e la gettai nel fuoco acceso nel tempio di Atena. Recitai il mio discorso funebre, assistita dalle ancelle più care, e finalmente – troppo vecchia per essere chiesta o data in sposa – assaporai la mia libertà.
D’ora in poi, vi prego, quando parlate di me, non parlate della tela, e nemmeno di cieca fedeltà canina. Piuttosto parlate di Penelope “prima figlia libera di Elleno”, padre di tutti i greci. Colei che comandò ai Proci e obbligò gli Dei a vegliare.
Colei che l’Ombra non ingannò.

novembre 13, 2011

“BAGATELLE” O DELL’IMMONDO IN LETTERATURA

Riccardo De Benedetti ci ha abituati bene. In un paese in cui l’egemonia della cultura di sinistra è frutto più di rendite di posizione (accumulate all’epoca del fattore K, quando la spartizione dei poteri prevedeva la gestione fissa dello scettro e della spesa da parte dei moderati, e ai rivoluzionari addomesticati si lasciarono la cattedra e il libro) che di meriti oggettivi, ci ha dato negli anni alcune tra le poche lucidissime disanime dell’inerzia mitologica che questa cultura ha coltivato. Con “La fenice di Marx” scavava nel consenso a costo zero che l’utopia comunista continua a mietere nonostante il fallimento storico, quando a propugnarla è una casta di tartufeschi mestieranti della rivoluzione. Con “La Chiesa di Sade” metteva allo scoperto la parentela occulta che lega i deliri del Divin Marchese all’esplosione della nuova soggettività anarchica e desiderante che nel ’68 ha tolto ogni possibilità di difesa alle comunità occidentali dalla profanazione del mercato.
Oggi, col suo nuovo libro, il bersaglio è la persistenza (ingiustificabile) di un elemento autoritario e censorio in una cultura che del “vietato vietare” in amore e in letteratura aveva fatto la propria bandiera, e per farlo si dedica ad un libello scandaloso e notissimo, quelle “Bagatelle per un massacro” in cui uno tra i maggiori scrittori del XX secolo, Louis Ferdinand Celine, aveva riversato un antisemitismo virulento e imperdonabile – del resto mai sconfessato. In particolare, De Benedetti si occupa dell’ultima traduzione italiana, quella di Giancarlo Pontiggia per l’editore Guanda, che seguì quella apparsa nel Ventennio per le edizioni Corbaccio e vide la luce nel 1982. Dopo una breve permanenza nelle librerie, il libro venne ritirato per ingiunzione della vedova di Celine, che dopo la morte del marito ha vietato la ripubblicazione e traduzione di quel pamphlet e ha intentato causa a chiunque, dentro o fuori la Francia, procedesse in senso contrario alle sue volontà.
E allora, direte, dove sta il problema?
Il problema sta nel fatto che questa vicenda possiede, come poche altre, il potere di mettere allo scoperto nodi irrisolti e ambiguità profonde della cultura contemporanea, come dimostra il dibattito che si scatenò in Italia all’uscita dell’edizione Guanda, e che De Benedetti registra puntualmente.
Il libro maledetto di cui si parla, è innanzitutto il contrario di una trattazione (pseudo) argomentata quale si potrebbe trovare in teorici del razzismo come Gobineau o Chamberlain. Qui la sostanza dello scritto è un’invettiva torrenziale e sanguigna, in cui la satira e una sorta di epica al contrario prevalgono di molto sulla dialettica, insomma lo stesso stile che fa del Celine maggiore, quello dei romanzi, un seduttore disperato e pericoloso. Anche i temi, le immagini, sembrano prolungare quelli del capolavoro “Viaggio al termine della notte”, come aveva già notato Cesare Cases: ” saltano fuori i vecchi e più plausibili oggetti del suo odio, in buona parte già denunciati in quel romanzo: l’impero del denaro, la standardizzazione, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America, l’Urss (dopo un recente viaggio che l’aveva deluso). Certo tutto questo viene etichettato come ‘ebreo’, ma un ebreo che sta per il tutto non è più nulla, è un fantoccio, un’attrazione.”
Ma allora perchè non riconoscere il carattere letterario dell’opera e smettere di scorporarla a forza dall’eredità dell’autore, facendone un oggetto immondo e intrattabile? Perchè, si potrebbe rispondere, qui ne va della cronaca oltre che dell’estetica. Alle parole seguono i fatti, al delirio dell’invettiva il fumo dei camini di Auschwitz. Ma qui, giustamente, De Benedetti solleva un dubbio grande come una montagna, perchè riguarda l’abusata connessione tra arte, mimesi e storia, che già Platone metteva in campo nella Repubblica, e che però nessuno ha mai potuto dimostrare:
“Viene prima il testo dell’orrore o l’orrore medesimo? Per la sua realizzazione occorre necessariamente un pre-testo, un testo che ne scateni l’occasione alla prima opportunità politica? E a quale ordine appartiene questa presunta necessità, ammesso che se ne possa parlare in questi termini? Non possiamo, credo, utilizzare la nozione, di carattere eminentemente pubblicistico, di clima culturale. Incarnazioni e forze storiche come il nazismo e il fascismo non possono essere ascritte all’influenza procurata da libri” E se anche fosse, aggiunge De Benedetti: “qual è l’elenco, sempre da aggiornare, credo, degli scritti dai quali è possibile tirare conseguenze tragiche? E chi stila l’elenco? Chi si prende la responsabilità? O chi la delega a chi?”
Come si vede, si tratta di interrogativi che portano dritti dalla questione morale a quella politica, e che se trovassero una disponibilità sbrigativa alla risposta condurrebbero immediatamente alla formulazione dello Stato Etico, ossia della medesima aberrazione da cui ci si vorrebbe proteggere.
Poi c’è l’opportunità psicologica della censura. Non è forse vero che proibire ed occultare è il modo migliore per suscitare intorno al rimosso un interesse morboso? “Il tratto di penna che, per mezzo del giudice, cancella dalla disponibilità pubblica un testo già a suo tempo edito, ha l’effetto paradossale di rimarcare il testo medesimo e il suo senso. È una sorta di parziale riscrittura; una sottolineatura ridondante della presenza del testo incriminato.”
In questo libro di De Benedetti si trova in realtà molto più di quello che il titolo promette. Intorno al corpo del reato (il cadavere di un testo che pubblico fu), i miti principali della nostra cultura si ritrovano, smarriti, ad un convegno forzoso: l’idolatria dello stile, la responsabilità mimetica dell’arte, la rimozione pregiudiziale dell’autorità e della pedagogia, l’estasi libertaria che non si è mai veramente misurata con il realismo liberale. Qui, come accade nella vita in quelle che Jaspers chiamava le “situazioni limite”, una cultura è chiamata alla ricapitolazione e alla definizione di se stessa, se vuole continuare a declinare una strategia coerente e percettibile. Rifiutarsi di farlo, occultare nodi irrisolti, è il modo migliore per evocare la tenebra e arrendersi alle forze oscure del mito piuttosto che aprire il discorso all’orizzonte del significato condiviso, percorrendo fino in fondo il sentiero appena aperto e ancora ingombro di rovi della democrazia.

novembre 10, 2011

L’AEREO SULLA PISTA di Michele Riccardi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 4:16 pm
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I

- Presidente, l’aereo è già sulla pista. Il pilota aspetta il suo ok.
L’unica cosa certa è che fino alla fine mi chiameranno Presidente. Non importa di cosa. Io sono nato Presidente e così me ne andrò via.
Dicono su qualche isola. Non importa quale. Per me una spiaggia vale l’altra. Sulle spiagge io mi annoio. Non so da quant’è che non mi faccio un bagno in mare. La mia villa sulla baia? Avrei preferito una finestra sul Resegone.
Dalla periferia nord di Milano il Resegone si vedeva che era una meraviglia. Sembrava lì, a un paio di chilometri. Si ammirava anche dalla strada, prima che tirassimo su i palazzi. Ora per scorgerne la sagoma bisogna salire più in alto dei miei palazzi.
L’ultima volta che l’ho visto è stato in occasione del mio ultimo ricovero. Un controllo di routine, dopo l’ultima operazione. Mi avevano dato la camera suite all’ultimo piano dell’ospedale. L’unico edificio che supera i miei palazzi. Che sopravanza la torre con i ripetitori delle mie televisioni. Lo potevo consentire solo a lui. L’unico uomo di Dio di cui mi fidi veramente.
- Presidente, lei camperà fino a 110 anni
Non ne avevo dubbi. Ho guardato il dottore. Era l’ennesimo. Non c’era bisogno che me lo ripetessero. Ne sono sempre stato certo. Ma quel giorno mi sono girato dall’altra parte. E dalla finestra ho scorso il profilo delle montagne sopra la Brianza. Inaspettatamente. Il Resegone. Ricomparso, senza preavviso. E quella visione, all’improvviso, ha incrinato la mia certezza. Non saprei spiegare perché, ma quella bellezza mi ha rivelato la fine.
Ogni tanto ne parlavo. Ne parlavo solo con lui, sia chiaro, con l’unico uomo di Dio di cui mi fidi davvero: “E’ solo alla fine che siamo capaci di ammirare la bellezza, vero?” gli chiedevo. E lui non rispondeva. Sorrideva e mi dava una pacca sulla spalla, con una piccola pressione, vicino all’omero.
Ma la mia fine non riesco nemmeno a immaginarmela. Figuriamoci se voglio vederla. Per questo non accetto edifici che siano più alti dei miei palazzi. Davanti a me non voglio nulla: per non scorgere la fine. Ecco le ville sulla baia. I residence sulla spiaggia: davanti a me una distesa, infinita, di nulla. Non voglio ostacoli, non voglio vedere niente. Niente, a meno che non sia mio.
- Presidente, mi scusi se la disturbo di nuovo. Il pilota… il pilota sta aspettando il suo ok per accendere i motori.
- Si, gli dica di attendere.
E’ che sto aspettando una telefonata. Doveva chiamarmi due ore fa. Non so cosa sia successo. Non so perché non chiami.
Squilla il telefono. Forse è lui, l’avvocato.
- Presidente, sulla linea interna, la cercano
Invece no. E’ Gianni. Mi dice che il capo del governo delle Isole Pacifiche Orientali sarebbe lieto di ospitarmi. Ci mancherebbe. E chi cazzo si crede di essere? E’ vent’anni che comando il paese con la storia più lunga del mondo, e devo avere l’approvazione di un negro in giacca e cravatta eletto da 150 persone solo sei mesi fa? E a Gianni, cosa viene in mente di farmi sapere una cosa del genere? Cosa mi vuole dire? Cosa vuole insinuare? Un tempo i suoi silenzi erano solo assensi. Ora i suoi silenzi sono solo pieni di vuoto, e pungono sulla schiena come i coltelli.
- Presidente, c’è una ragazza qui sotto. Dice di chiamarsi Valentina.
- La faccia salire. Ma per poco.
Vado in bagno. Devo rinfrescarmi il viso. Hanno ancora sbagliato a comperarmi la camicia. Deve avere una misura in meno di collo. Mi fa soffocare. Però mi affila gli occhi. Sono gli occhi più affilati della mia vita. Dal giorno in cui mi hanno tradito non fanno che affilarsi. I miei occhi sono diamante e granito. Sono sempre più affilati e faranno a brandelli questa pianura.
Ma poi c’è la mia pelle. La mia pelle, a cui si sono aggrappati in tanti, fa fatica ad aggrapparsi alle mie ossa. Sta solo aspettando il mio ok per lasciarsi andare. E’ brutto sapere, quando governi milioni di persone, che il primo a non rispondere più ai tuoi ordini è il tuo corpo.
Dicono che anche con il corpo si arrivi ad una certa età e poi ci sono solo le dimissioni. Ma non le posso nemmeno immaginare. Nessuno me le chiede. Riuscite a immaginare le mie donne che mi chiedono di dimettermi, di dimettere il mio corpo? Perché nessuna delle mie donne me le ha mai domandate. Anche se a volte magari ne avrei voglia. Ma io per loro sono solo il Presidente. Il capo.
- Presidente!
Valentina. Non me la ricordo. Forzo un sorriso, ma non ne ho voglia. Cerca di dirmi qualcosa. Le faccio un gesto con la mano. Le dico di aspettare. Guardo nel cassetto. Nel porta gioie. E’ sempre pieno. Ci sono orecchini, bracciali, pendenti. Li tengo qui, nel cassetto della mia scrivania. Ce n’era sempre bisogno. Ogni sera. Ogni notte, fino alle due. Alle tre. Quando tutte si avvicinavano alla porta, rivestite appena, dopo aver perso tutto sul pavimento freddo. Sull’uscio attendevano l’addio. Del loro papà. Cingevo loro il collo con una catenina, e poi davo loro una carezza. Mi riempivano di vita, tutte queste mie figlie.
- Presidente volevo soltanto dirle che nonostante tutto, nonostante quello che…
Zitta, perdio. Non parlare. Non aprire la bocca. Non c’è bisogno che tu parli. Non ce n’è mai stato.
Apro il cassetto. Apro il portagioie. E’ vuoto.
- Presidente, mi perdoni…
- Vattene. Vattene. E’ vuoto. E’ finita

II

- Presidente. Il pilota ha acceso i motori
- Avevo detto che doveva aspettare il mio ok
- Si, ma ha dovuto accenderli
- Gli dica di spegnerli
- Dice che non può. Per questioni tecniche
- Me ne fotto delle sue questioni tecniche. Li spenga e basta

Fisso il telefono. E’ muto. L’avvocato non chiama. Ieri mi ha detto che ormai mancava poco. C’era ancora qualche tassello da sistemare. Ma sarebbe bastato poco. Una mattinata di telefonate. Una mezza giornata di incontri. Che diavolo è successo. Lui è l’unico che non mi ha mai tradito. Non ha mai sbagliato un colpo. E anche ieri sera, fino all’una di notte. Le idee più sono semplici più sono geniali. Per questo mi piacciono le donne.
Anche questa volta l’idea è banale: il salvacondotto. Barattare il mio governo con l’immunità mia e delle mie società. Facile no? Se i giudici non mi toccano io mi dimetto subito. Domani.
E invece loro non accettano. Un calcolo errato, il calcolo più errato che potessero fare. Credono di essere più forti di me. Ma si sbagliano. Io non cedo. Sono chiuso in questa stanza da venti giorni. Non ho bisogno di bere, non ho bisogno di mangiare. Ho una resistenza che ho imparato dai rocciatori. Dai miei amici nel deserto. Vedete. Io se voglio sono immobile. Io la fine non la sfioro nemmeno. Sono l’unico in grado di non avvicinarsi alla fine. E’ la fine che ha paura di me.
E allora passa il tempo, passano i giorni. Crollano i mercati. Crollano i palazzi. Crollano le poltrone. Ma io rimango in piedi. E intanto li sfianco. E la mia strategia funziona. Saranno loro a cedere. A cedere al salvacondotto. Perché i miei occhi sono diamante e granito. Quello che accade sulla superficie del mondo non mi spaventa. I miei occhi sono gli unici che sanno andarci dietro.

Fisso il telefono. E’ dal 1977 che non alzo una cornetta. Da allora non ho mai alzato una cornetta in vita mia a meno che non fosse qualcun altro a chiamarmi. Dal 1977. Quasi mezzo secolo fa.
- Per favore, signora, mi chiami l’avvocato
- Certo Presidente. Glielo chiamo subito. Attenda un istante
Figlio di puttana. Chi ti credi di essere. Non avete mai capito niente. Mi accusavate di pensare soltanto ai miei interessi. Ma io ho sempre e solo pensato a quelli dell’Italia. Perché io non sono io. Io sono questo paese. I miei interessi coincidono con i vostri. Mi volete abbandonare? Non vi rendete conto, poveri ignari, che state rendendo un baratro la terra su cui pensate di appoggiare i piedi.
- Presidente, mi scusi
- Mi dica
- Presidente
- Mi dica, non esiti
- Il telefono dell’avvocato. E’ spento
Figli di puttana. Mi avete tradito tutti.
- Vada a prendere le carte di navigazione e faccia salire il co-pilota.
Fuori dalla finestra si avverte appena il tremolio della tramontana, il rollio della mia partenza. Il riflesso sull’asfalto delle luci rosse e verdi alle estremità delle ali del mio aereo privato. Questo silenzio mi fa male alla gola. L’intermittenza mi pulsa nella testa, si irradia nel collo e lo piega.

- Ecco le carte presidente
- No. Di qui. Non passeremo qui, ma qua sopra.
- Presidente, mi perdoni, questa rotta non è consentita
- Non mi interessa. Dobbiamo passare qui sopra
- Presidente, mi scusi, non ce la faremmo. Non riusciremmo ad alzarci in tempo, ci schianteremmo contro il Resegone
- Ce la faremo invece, ci passeremo sopra
- Anche se riuscissimo, Presidente, ci chiederebbero subito di cambiare rotta
- Noi non lo faremo
- Presidente, ci abbatteranno
- Non ho paura. L’hanno già fatto, e in me non è cambiato niente.

novembre 8, 2011

MARINO MAGLIANI intervista ROBERTA BORSANI

Persuasori di morte (OGE, 2011) è il secondo romanzo di Roberta Borsani. Un racconto di potere regolato dal male, narrato da una Borsani che predilige per le sue storie una provincia piemontese che sa di corteccia e odori di muschio e pioggia. Ma qui la storia è grande ed è come se non si parlasse solo di provincia, ma come se l’Italia intera fosse una provincia. La provincia d’Italia. Il commissario Realis ama curare le sue rose, come una specie di salvacondotto, di vaccino contro l’orrore che va conoscendo, mentre indaga sulla morte di Fiammetta Uslenghi, ragazza fragile.

Cosa si può raccontare, Roberta, di questo romanzo popolato dal male, senza rivelare troppo?

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novembre 6, 2011

UN RACCONTO di Valter Binaghi

L’ITALIA S’E’ DESTA

– Insomma, quello che so è che il figlio di Pippo, che è ingegnere, è rimasto a spasso. Lavorava alla Motorola di Torino, un centro ricerche della multinazionale. Pensa che il sindaco di Torino gli ha fatto ponti d’oro a quei bastardi: miliardi di euro per ristrutturare l’edificio che doveva ospitarli. Questi hanno aperto e dopo pochi anni hanno chiuso: il centro è più conveniente aprirlo in India o in posti così, dove un ingegnere gli costa cento dollari al mese. Risultato, questi non solo sono a spasso, ma senza uno straccio di cassa integrazione, perché Motorola non ha versato agli enti assistenziali e a loro la cassa integrazione non spetta. Capito che figata la globalizzazione?
– Bastardi sul serio – mi esce spontaneo.
– E perché? – dice lei. – Dovresti ammirarli, invece. È gente della tua razza. Clic. Con un colpo di mouse cancellano quattromila posti di lavoro. Clic. Un altro colpetto e spostano capitali da Torino a Calcutta, navigando nell’aria come se il mondo sotto fosse letame da schivare.
A Silvana non piace il mio lavoro alla Goldman Sachs, e da un tot di anni non le piaccio nemmeno io. Non dico che la cosa mi sconvolge, però un po’ mi addolora. Io a lei ho voluto bene: mio padre è rimasto vedovo a quarant’anni e lei gli ha scaldato il letto per tutto questo tempo, impedendogli di uscirsene pazzo. E poi, lo confesso, quand’ero alle medie ci ho fantasticato anch’io su quelle tettone lentigginose, ma non più di troppo, mi pareva brutto.
– Adesso basta, Silvana. Sono qui per sapere cos’è successo a mio padre.

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