E’ appena uscito per SenzaPatria Editore il libro postumo di Luigi Di Ruscio, il poeta della condizione operaia morto a Oslo il 23 febbraio scorso. Si chiama Memorie immaginarie e ultime volonta’ e costituisce il resoconto spesso amaro di un’attivita’ letteraria semiclandestina. Il libro si rivela un coacervo di pagine velenose e febbrili, in cui si rincorrono di continuo gli atteggiamenti di sfida dell’autore, la sua cupa aggressivita’, l’avversione contro tutti i poteri, la sua fragilita’. Poesia e prosa vi si distinguono solo per convenzione. Come ebbe a dire il critico Massimo Raffaeli in una precedente occasione “suo referente e destinatario e’ l’uomo in quanto tale, sottoposto a un dominio di classe cosi’ prolungato nello spazio-tempo da essere percepito, oramai, come eterno e naturale. Pertanto il riso travolgente che promana dai testi e’ un gesto di liberazione e ritorsione, un atto salvifico perche’ insofferente della cosiddetta condizione umana, che altro non e’, nella propria metafisica, se non l’accettazione dello sfruttamento e di un dominio secolare”
Questa che segue è la chiusa del libro, quasi un testamento
“Siate più lieti, leggermente più disinteressati, sorridete! Spero che concorrano alla vostra gioia le scritture più sconclusionate, anche nella situazione più insostenibile la certezza e la resistenza sono ancora possibili. Per un pubblico numeroso è necessario il ripetuto, la verità trafitta in pieno dalla poesia, il «tu» dedicato a tutti senza discriminazione alcuna. Vivere e morire senza accorgerci di niente, correndo come matti dietro improbabili onorificenze letterarie, inseguendo addetti regionali alla varie culture. Avessero ammazzato gli ebrei con l’idea di mangiarseli avrebbero pensato prima a ingrassarli, scrivo dunque un elogio al cannibalismo. Beati quelli che vivranno dopo di me. È così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari si abbassano, le parole stentano ad esser pronunciate, i figli ammutoliscono. Divorato dalla febbre preparo la valigia per andare in ospedale. Le mani indugiano sulla cerniera, la paura è la stessa di quel giorno di maggio del 1957. Allora vi disponevo con cura i miei libri, con gli angoli delle pagine tutti arricciati; adesso i calzini, le mutande, i pigiami, perfettamente stirati e ricamati. Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custodia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da dove sono venuto. Nei miei versi è la mia resurrezione”.
Potete leggere anche l’incipit del libro su Nazione Indiana

Quando la società non ci ascolta perchè siamo fuori del chiaccherio quotidiano,politico,sociale,si crea distanza ed isolamento.La società,qualunque essa sia,si struttura secondo esigenze che non si possono indicare,ma generalmente secondo quelle che la fanno camminare anche a testa in giù se quella posizione è utile.L’isolamento culturale,quello vissuto ,si pone quale necessità di difesa ma vi è il rischio di fare un percorso di autoreferenzialità che potrà solamente ispessire il proprio orgoglio,sradicando completamente l’identità che nasce dal rapporto spesso competitivo con gli altri.Il libro,di cui ho solo letto una sintesi di narrazione,credo che offra un quadro della propria affermazione su se stesso enucleato dalla società
Commento di alfredo1930 — novembre 22, 2011 @ 10:41 pm |