Doctor Blue and Sister Robinia

dicembre 7, 2011

MEA CULPA

Filed under: Senza Categoria — vbinaghi @ 5:21 pm

Questo blog chiude a tempo indeterminato.
Non dispiacetevene, sono un cattivo soggetto, uno da non frequentare.
Vi ho preso in giro, tutti quanti.
Anti-berlusconismo e indignazione morale a buon mercato, tanto per cominciare. Lasciandovi pensare che forse c’è di meglio in questo paese, e che sia politicamente praticabile. Poi arrivano il professore in grigio e la professoressa con la lacrima di scorta, e in tre giorni ci aprono il culo col beneplacito di sinistra e destra. Così è chiaro a tutti che la democrazia è una finzione, a comandare sono le banche e le mie e le vostre sono chiacchiere al vento, giusto per convincerci che è rimasto un soffio d’anima nel guscio vuoto del mondo.
Anima, vita dello Spirito, sequela di Cristo, una bella storia, per carità, ma ogni tanto si confonde ciò che si ama credere con ciò che si è: la verità è che raramente faccio niente per niente, temo la morte come l’ultimo dei disperati e delle canaglie, e le mie scritture sono barchette lanciate nel mare della sopravvivenza, in mancanza di res gestae di maggior valore da scolpire sulla lapide.
Amore, famiglia, figli: mi dicono che negli ultimi dieci anni ho dedicato più tempo ai miei libri e al blog che alle persone che dicevo di amare. L’Edipo ha i suoi diritti e pure i suoi obblighi generazionali, ma qualcosa di vero ci sarà senz’altro e, in effetti, scrivere è un’uscita di sicurezza: quel che si scrive è una vita di riserva, senza il sudore e le spine della vita vera.
Qualche scrittore che val la pena di conoscere c’è in giro, e qualcuno di loro mi chiama amico, ma la schiettezza è difficile quando c’è di mezzo un’immagine pubblica da difendere; quanto alla cosiddetta società letteraria, è una congrega di sfigati con la sindrome del successo, a uno come me frequentarla ha fatto più male che bene.
Meglio tagliare, meglio il silenzio, se le illusioni sono il sale della vita c’è sempre qualcuno disposto a seminarne, io ho finito le parole e la benzina, vado in cerca di una spiaggia dove arenare la balena dei ricordi della mia prima vita, e che i gabbiani se la mangino in fretta, magari dalla carcassa qualcosa di nuovo prenderà il volo.
Se succede ve lo dico.
Per adesso, addio.

dicembre 5, 2011

QUELLO CHE NON C’E’ di Alessandro Gilioli

(Da: Piovono Rane)

Quello che non c’è, prima di tutto, è una patrimoniale. Per carità, i patrimoni non si toccano, in questo paese dove il cinquanta per cento della ricchezza è in mano al dieci per cento dei cittadini.

Quello che non c’è è un’imposta sulle attività finanziarie: e suona patetico gabellare per tale (come ha fatto Grilli) l’aumentino del bollo di Stato sul conto titoli.

Quello che non c’è è un taglio alle spese militari: continuiamo a comprare armi come se stessimo preparandoci a un’invasione aliena.

Quello che non c’è è un passo qualsiasi per abolire i privilegi della Chiesa, dall’Ici in giù: e ci mancherebbe, con l’asse cattolico che ha portato Monti a Palazzo Chigi.

Quello che non c’è è un taglio vero ai privilegi e alle spese della politica: unico punto pervenuto, il dimagrimento delle province, per il resto ciccia.

Quello che non c’è è un passo deciso verso la banda larga e la green economy: solo belle parole e vaghi propositi.

Quello che non c’è è il coraggio di aumentare l’Irpef almeno a chi prende più di 100 mila euro l’anno, e che se pure ne scuce un paio alla comunità in crisi non si suicida di certo.

Quello che non c’è è una severa legge penale tributaria, davvero curioso per un governo i cui membri hanno tutti studiato o lavorato negli Usa, dove le pene per gli evasori fiscali arrivano a 15 anni.

Quello che non c’è insomma è il coraggio di cambiare passo, di mostrare una nuova visione, una cultura diversa, un’ipotesi alternativa di futuro.

E quello che non c’è mi sembra, purtroppo, più importante e brutto di quello che invece c’è.

dicembre 4, 2011

IL SIMBOLISMO DEL SANGUE NELLA FIABA di Roberta Borsani

Alcune settimane fa sono stata invitata a Collecchio, in provincia di Parma, nell’ambito della bella iniziativa Consonanza di voci, per una riflessione attorno all’immagine del sangue nella fiaba e nel mio romanzo Sangue del suo sangue.
Riassumo qui il mio intervento.

I

Il sangue ha ispirato miti e leggende della nostra tradizione più antica insieme all’acqua, al fuoco e a tutti quegli elementi che s’impongono alla nostra coscienza con una forza particolare.
L’immagine del sangue compare abbastanza di frequente nella fiaba, generalmente all’interno di un percorso iniziatico di cui scandisce il momento iniziale.
Un percorso inziatico è per esempio l’ esistenza, quando la si consideri gradualmente orientata alla manifestazione (epifania) delle energie creative del singolo: alla liberazione dell’oro, cioè, che si cela nella pietra grezza. Un percorso costellato di prove.

Leggi l’intero articolo su La fata centenaria

dicembre 2, 2011

UNA TEOLOGIA ZOOLOGICA di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 5:19 pm
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Dopo la lunga camminata andammo in una di quelle trattorie valdostane, dove servono un piatto unico ma abbondante e saporoso, in quel caso capriolo in salmì con la polenta. “Per tutti”, dissi, “e un paio di bottiglie di Dolcetto o quel che avete di simile”
C’eravamo noi due (i nostri figli no, erano al campeggio), i Brambati col figlio minore che fa il liceo linguistico e i Pigazzi con la piccola Irene, di anni dieci.
Quando portarono lo spezzatino fumante Irene chiese che cos’era e, alla risposta della madre, disse con fermezza che lei no, il piccolo capriolo con le cornine appena spuntate, scannato per sollazzare le famigliole borghesi in gita domenicale non l’avrebbe neanche toccato. Assolutamente.
I genitori mi guardarono con occhi grandi e supplici come a dire: “Scrittore, fai il tuo mestiere, inventa due palle a buon mercato che se no questa ci rovina la domenica”.
Io, con la compunzione di un becchino, dissi alla piccola che no, il capriolo non era affatto un tenero cucciolo proditoriamente sacrificato, ma un vecchio quadrupede carico d’anni, figli e nipoti, per giunta ridotto all’immobilità dai reumatismi, e suicidatosi per la noia dopo aver appreso il licenziamento di Michele Santoro dalla RAI.
Irene ascoltò senza batter ciglio. Poi, senza nemmeno degnare la mia stronzata di un commento, citò a memoria da Genesi VI, 19: “Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro”
Recitò i versetti con tale solennità che intorno a noi a poco a poco si fece silenzio, il cicaleccio dei commensali si spense all’improvviso e perfino i camerieri rimasero lì, fermi al centro del salone, con i vassoi in mano.
Irene continuò: “Dio nessuno l’ha mai visto, si dice. Ma è solo perchè gli uomini sono ciechi. Infatti Dio è tutto intorno a noi, nelle forme viventi che popolano la terra. Non in una o alcune di esse, ma tutte insieme. Ogni animale infatti porta uno dei milioni di nomi di dio. L’elefante la grandezza, il leone la fierezza, la formica la pazienza, la farfalla la grazia. Il libro della natura è un libro sacro, forme viventi sono le sue lettere, nessuna è inutile, tutte sono necessarie per leggere il messaggio completo”
“Anche i bacherozzi?” chiese il Brambati Junior, liceale.
“Anche i bacherozzi” disse Irene.
Poi cominciò a recitare uno a uno tutti nomi, in ordine alfabetico, come aveva imparato sull’Enciclopedia degli Animali che le avevano regalato il Natale scorso, senza dimenticarne nemmeno uno: “Acaro della frutta, Afide della rosa, Aié aié, Ape, Aquila, Aracnidi….”
Erano centinaia, forse migliaia. Nessuno osò interromperla, nel salone calava la penombra, dopo il tramonto nessuno accese le luci, lei continuava a recitare, tutti restavano immobili in ascolto perchè, meravigliosamente, ad ogni sua parola si accendeva sullo sfondo della mente silenziosa l’immagine evocata, ed era come se ognuno di noi vedesse quell’animale domestico, o parassita, o forma esotica, come la prima volta, e la processione risultava lenta e solenne, felicemente interminabile, e Irene recitava, instancabile, e i più stanchi avevano appoggiato i gomiti al tavolo e il mento sulle mani giunte, e pendevano dalle sue labbra, e Irene sembrava proprio Gesù tra i Dottori nel Tempio.

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