Doctor Blue and Sister Robinia

dicembre 2, 2011

UNA TEOLOGIA ZOOLOGICA di Valter Binaghi

Filed under: Scritture — vbinaghi @ 5:19 pm
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Dopo la lunga camminata andammo in una di quelle trattorie valdostane, dove servono un piatto unico ma abbondante e saporoso, in quel caso capriolo in salmì con la polenta. “Per tutti”, dissi, “e un paio di bottiglie di Dolcetto o quel che avete di simile”
C’eravamo noi due (i nostri figli no, erano al campeggio), i Brambati col figlio minore che fa il liceo linguistico e i Pigazzi con la piccola Irene, di anni dieci.
Quando portarono lo spezzatino fumante Irene chiese che cos’era e, alla risposta della madre, disse con fermezza che lei no, il piccolo capriolo con le cornine appena spuntate, scannato per sollazzare le famigliole borghesi in gita domenicale non l’avrebbe neanche toccato. Assolutamente.
I genitori mi guardarono con occhi grandi e supplici come a dire: “Scrittore, fai il tuo mestiere, inventa due palle a buon mercato che se no questa ci rovina la domenica”.
Io, con la compunzione di un becchino, dissi alla piccola che no, il capriolo non era affatto un tenero cucciolo proditoriamente sacrificato, ma un vecchio quadrupede carico d’anni, figli e nipoti, per giunta ridotto all’immobilità dai reumatismi, e suicidatosi per la noia dopo aver appreso il licenziamento di Michele Santoro dalla RAI.
Irene ascoltò senza batter ciglio. Poi, senza nemmeno degnare la mia stronzata di un commento, citò a memoria da Genesi VI, 19: “Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro”
Recitò i versetti con tale solennità che intorno a noi a poco a poco si fece silenzio, il cicaleccio dei commensali si spense all’improvviso e perfino i camerieri rimasero lì, fermi al centro del salone, con i vassoi in mano.
Irene continuò: “Dio nessuno l’ha mai visto, si dice. Ma è solo perchè gli uomini sono ciechi. Infatti Dio è tutto intorno a noi, nelle forme viventi che popolano la terra. Non in una o alcune di esse, ma tutte insieme. Ogni animale infatti porta uno dei milioni di nomi di dio. L’elefante la grandezza, il leone la fierezza, la formica la pazienza, la farfalla la grazia. Il libro della natura è un libro sacro, forme viventi sono le sue lettere, nessuna è inutile, tutte sono necessarie per leggere il messaggio completo”
“Anche i bacherozzi?” chiese il Brambati Junior, liceale.
“Anche i bacherozzi” disse Irene.
Poi cominciò a recitare uno a uno tutti nomi, in ordine alfabetico, come aveva imparato sull’Enciclopedia degli Animali che le avevano regalato il Natale scorso, senza dimenticarne nemmeno uno: “Acaro della frutta, Afide della rosa, Aié aié, Ape, Aquila, Aracnidi….”
Erano centinaia, forse migliaia. Nessuno osò interromperla, nel salone calava la penombra, dopo il tramonto nessuno accese le luci, lei continuava a recitare, tutti restavano immobili in ascolto perchè, meravigliosamente, ad ogni sua parola si accendeva sullo sfondo della mente silenziosa l’immagine evocata, ed era come se ognuno di noi vedesse quell’animale domestico, o parassita, o forma esotica, come la prima volta, e la processione risultava lenta e solenne, felicemente interminabile, e Irene recitava, instancabile, e i più stanchi avevano appoggiato i gomiti al tavolo e il mento sulle mani giunte, e pendevano dalle sue labbra, e Irene sembrava proprio Gesù tra i Dottori nel Tempio.

13 commenti »

  1. Carissimo, i giardini di marzo di Battisti potrebbero comparare tale bellezza…?
    che nostalgia Valter
    siamo così sentimentali, così vulnerabili, così fragili…
    così maledettamente uomini…

    ciao

    Commento di carla — dicembre 2, 2011 @ 10:50 pm | Replica

  2. Scusa valter, non c’entra con questo post, ma consideriamo concluso il trattato sulla narrazione?

    Commento di fabio painnet blade — dicembre 3, 2011 @ 9:16 pm | Replica

  3. Forse manca una conclusione riepilogativa, ma nella sostanza direi di si.

    Commento di vbinaghi — dicembre 4, 2011 @ 3:40 am | Replica

  4. Ok, grazie. Mi premeva scrivere un commento interrogativo, però dal momento che stigmatizzerà aspetti rimasti celati alle mie esigue facoltà di comprensione (forse, anzi sicuramente, dovuti alla mia scarsa dimestichezza con la materia) temo ne venga fuori un pasticciaccio polemico. Tengo dunque a sottolineare il mio pieno gradimento per l’oggetto della trattazione e il taglio scelto dall’autore, da me – lo ribadisco- veramente apprezzato: magari in rete si trovasse più spesso ‘roba’ simile…
    Tuttavia, siccome gli elementi che vorrei elaborare in questa sede sono piuttosto complessi, non credo vi sia
    spazio per un commento equo sull’intera opera. Cercherò di attenermi ai limiti di un esposizione essenziale.

    Gentile e paziente Valter Binaghi ABBIAMO già concordato sull’idea che l’ambiente telematico non si presti agli sviluppi di un dibattito, ciononostante scardinandone un pochino l’ordine riusciremo forse ad abbozzare i termini di uno confronto gradevole con la speranza possa anche rivelarsi un poco utile.
    Do il via alle mie considerazioni arpionando un capitolo centrale del tuo saggio in cui ci si interroga sulla efficacia della prospettiva critica dello scrittore Antonio Scurat riguardo le motivazioni storico-sociali responsabili della netta frattura fra la narrazione e il suo contenuto realistico. Ritengo che i profili aperti dai due orientamenti (A.Scurati esprimeva una causa e Valter Binaghi la negava in virtù di una analisi formulata a ritroso nella cronologia del pensiero filosofico) conducano a soluzioni differenti, pertanto il problema che mi si è posto riguarda essenzialmente la modalità adottata dal Binaghi per porre i giusti ancoraggi alle sue, per altro iperdocumentate, conclusioni. Ritengo però che l’equazione analitica in questione nasconda incognite particolarmente insidiose.
    Nella lunga carrellata di venti densi capitoli ho in realtà ritrovato vizi e virtù (poche) di una schematicità presa a prestito dai metodi dell’analisi scientifica tradizionale. L’approccio e i successivi sviluppi della questione di fondo poggiano in realtà su un contributo bibliografico ben ardiglionato allo zoccolo delle conclusioni con precisa e puntuale linearità.
    In sostanza ogni elemento concettuale risulta ben strutturato sul passaggio antecedente, cosicchè nell’esposizione dei vari capitoli del trattato appare dominare il principio di causa-effetto in un flusso storico diviso in fasi condizionanti. Si è asserito, ad esempio, che “ l’allegoria rappresenti una fase ulteriore rispetto alla metafora/simbolo” e via dicendo per le altre. Nei primi passi s’è parlato di ‘mimesi’ (imitazione) per poi proseguire su parallelismi analoghi, attraverso i quali l’evoluzione logica del concetto di ‘narrazione’ è parsa conformarsi di volta in volta sul calco di una fase precedente. Dall’ imitazione si è passati pertanto alla forma ‘metaforica’ e da questa a quella ‘analogica’ (analogia di proporzionalità), fino alla definizione dell’elemnt simbolico, ritenuto di fondamentale importanza nella distinzione fra metafora e allegoria. Ecco, di questo passo le valutazioni proposte hanno seguito una progressione storica in avanti accettando o censurando, autori, tematiche, condizioni culturali disegnati sul concetto conclusivo a cui l’approccio analitico avrebbe dovuto portare.
    Ho sottolineato che questo modo di procedere sia tipico dell’analisi scientifica moderna, proprio per ribadire polemicamente come poi, gli studi nobilitati da un falso principio di metodo , abbiano potuto promuovere imbarazzanti derive ideologiche (l’ evoluzionismo anticreazionista ne è una riprova). Non ho motivo di dubitare della buona fede dell’autore di questi magnifici trattati, tuttavia tengo ad ammonirlo dei limiti insidi nel principio metodogico da lui adottato, senza addurre alcuno scetticismo sugli elementi storici fin qui forniti. E’ bene però sottolineare che questo sistema non abbia in definitiva portato soluzioni attendibili nemmeno nella pratica scientifica. E’ in questa pretesa di coerenza all’opposto che hanno trovato naufragio le più nobili costruzioni teoriche come il darwinismo meccanicista o, più di recente, il progetto genoma (ricordate l’imbroglio?). L’analisi sistematica di fasi legate da una connessione di causalità non rappresenta quindi il migliore dei meccanismi d’indagine ma , in certe sedi, solo un espediente di autoreferenziazione accademica.
    Terrei a sottolineare soprattutto la mancanza di una connessione di fondo col valore di elementi troppo facilmente marginalizzati, per non dar corpo ad una stonatura sulla costruzione generale della tesi delineata a priori. La teoria evoluzionistica è piena zeppa di queste ‘dissonanze’ che la coerenza di una costruzione espressa in linguaggio ‘scientifico’ (ma non necessariamente razionale) ha troppo spesso spostato, o cancellato integralmente, dalla loro reale posizione di dominanza. Il valore di molti reperti non coerenti alla costruzione ufficiale è stato così ( nell’antropologia, per citare un caso caro ai creazionisti) del tutto ignorato.
    Nel saggio di V:Binaghi, ad esempio, ho rilevato davvero poca considerazione per le acquisizioni della scuola pitagorica, e per un bagaglio di nozioni e concettualizzazioni, del tutto accantonate o poste in secondo piano rispetto alle necessità della posizione critica generale.
    Tenevo a far notare come, in casi analoghi qui riportati sia stata promossa una selezione arbitraria di elementi altrimenti inconciliabili con la prospettiva di riferimento; ma è proprio la scelta di un particolare indirizzo analico (che immagino però inconsapevole) a fomentare i miei dubbi.
    Proverò ad illustrare ulteriori profili del cosiddetto paradigma ‘pitagorico’ nella speranza di fornire un compendio ai dati già menzionati dal Binaghi.
    Mi parso di aver inteso che, dal superamento del paradigma pitagorico (5) il senso del rapporto numerico sia stato inglobato nello schema narrativo dell’ ‘allegoria’. Esso – sostiene Binaghi – configura una sintesi di precisi elementi quantitativi e “diventa strumento irrinunciabile della ‘conoscenza universale’ “. Qui mi preme precisare però che aldilà di trascendenze esoteriche, ciò che ci tramanda il pensiero di Pitagora di Samo sembra essere soprattutto il costante rapporto dell’elemento numerico con quello naturale. Pitagora in fondo comprese che i numeri sono celati in tutte le cose, dalla musica ai pianeti, ma ne trovò piena conferma nella realtà geografica, elemento su cui si impianta la vita e che può essere efficacement riproposto nella perpendicolarità delle tre rette (piani ortogonali) con cui viene rappresentato lo spazio. La matematica attraverso l’angolo retto definisce allora proprio la struttura dello spazio in cui viviamo. Il suo celebre teorema che raccoglie una regola universale, valida cioè per tutte le forme esistenti e appartenenti allo spazio geografico, non sembra allora frutto di speculazioni esoteriche, ma di una forte congiunzione teorica. Qui vi è dunque un primo fattore di raccordo con l’esperienza diretta di cui parla Scurati il cui pensiero di Pitagora, nelle sue linee concettuali di base, mi è sembrato del tutto collimante ( C’è da domandarsi piuttosto che ‘uso’ ne abbiano fatto i filosofi greci delle epoche successive). Ed ancora:
    la venerazione del numero dieci, che viene supposta, come rappresentazione del kosmos (attraverso i quattro elementi di cui il numero dieci fa somma), è un esempio irriverente nei confronti della matematica pitagorica che risulta altresì molto più importante di quanto si pensi nel linguaggio che avrebbe permesso l’indagine della natura e dei fenomeni dell’universo. In seguito agli studi sui rapporti musicali della lira riportati negli scritti del filosofo Giambico
    ( IV sec DC), gli studiosi concordano oggi nell’affermare che egli, attraverso la scoperta di un principio matematico che governa un fenomeno fisico egli abbia dimostrato nessi fondamentali fra matematica e la scienza della natura. In ciò non sembrano esserci relazioni con l’esoterismo di cui – come scrive Binaghi – si fa incetta in seguito.
    A questo punto la risposta alla domanda del post sul paradigma pitagorico(5), torna spontanea ed è la seguente: le pretese delle speculazioni esoteriche su Pitagora non riguardano nè appartengono alle implicazioni relative alle sue acquisizioni teoriche, dobbiamo piuttosto imptarle all’ennesimo espediente mistificante volto a confondere il significato di un pensiero rivelatosi, fin dall’antichità, del tutto antitetico rispetto ai principi di una logica standardizzante votata alla tecnologia dell’assoluto e che, spesso a torto, è stata equiparata alla logica matematica con grande imbarazzo dei ‘veri’ matematici. […continua- VB permettendo- nei prossimi giorni, per ora auguro una buona domenica a tutti.]

    Commento di fabio painnet blade — dicembre 4, 2011 @ 12:27 pm | Replica

  5. Bene, Fabio.
    Intanto grazie per l’attenzione che stai dedicando al mio testo. Sulla disanima di fondo che ne fai, aspetto il resto per discuterla in completezza.
    Intanto ti faccio osservare che
    1) Lo svolgimento dell’interpretazione filosofica della narrazione che evolve nel tempo è legato non tanto a una sequenzialità causale ma a un percorso storico (post hoc, non propter hoc) che mi limito a constatare
    2) Gli accenni sul pitagorismo riguardano solo il modo in cui in occidente è stato prevalentemente recepito (vedi per esempio la citazione di Sabbatucci sul passaggio Pitagora-Platone, secondo me molto acuta). Il mio vero interesse riguardo alla tradizione pitagorica si sta esprimendo in un romanzo ambientato all’epoca, che conto di completare entro la primavera del 2012

    Commento di vbinaghi — dicembre 4, 2011 @ 1:57 pm | Replica

  6. Giusto per dire: commovente. Io avrei risposto l’uomo onora la virtù del creato non sprecando le risorse messe a sua disposizione dal creatore, non facendone un idolo intoccabile. Comunque avercene, di bambini cosi profondi e consapevoli!!!

    Commento di Paolo E. — dicembre 5, 2011 @ 6:35 pm | Replica

  7. E dunque nessuno ha più mangiato? Vi siete anche spogliati delle vesti magari ottenute scuoiando povere bestiole discendenti dell’Arca? Oltre che farle imparare la Bibbia a memoria spero che alla ‘piccola Irene’ venga insegnata un po’ meno saccenteria e un briciolo in più di inclinazione all’ascolto delle posizioni altrui. Così come spero che Gesù, ai Dottori del Tempio, risparmiasse certe sciorinature mnemoniche buone giusto per il sinedrio di una trattoria valdostana in assenza dei telequiz: dubito altrimenti che gli avrebbero dato molta corda.
    Il risultato del raccontino, o parabola, è che il capriolo, ormai freddo, è finito nella spazzatura. Che spreco…
    “Ma restano pur sempre i bacherozzi!” – esclamò il Brambati Jr., che tanto liceale in fondo non era.
    Fu così provveduto a imbavagliare la piccola e tutti poterono finalmente cenare in letizia. Deo Gratias!

    Commento di jona — dicembre 15, 2011 @ 11:23 pm | Replica

  8. Alla faccia della metafora.
    Qua arriva nientemeno che Voltaire in sedicesimo.
    Troppa grazia.

    Commento di vbinaghi — dicembre 16, 2011 @ 12:48 am | Replica

  9. Come sempre risposte articolate e pungenti, eh Binaghi? A prova di illuminismo…
    Del resto quando ci si avventura a raccontar parabole qualche rischio lo si corre, ma non è il caso di scomodare Voltaire per così poco! Basterebbe Paolo Villaggio…
    Buon appetito!

    Commento di jona (eric) — dicembre 16, 2011 @ 2:04 pm | Replica

  10. La cosa che non capisco è perchè uno si accanisce non solo a censurarti come cattolico su Vibrisse (da posizioni anti.cattoliche ovviamente) ma poi ti insegue sul tuo blog per vedere cosa dici dell’aborto (ma si accorge che non sei un integralista e non vuoi abrogare la 194, peccato!) e infine fa le pulci a un raccontino. Cosa ti attrae Saulo, pardon, Jona?
    Non è che tra un po’ ti vedremo sulla via di Damasco?

    Commento di vbinaghi — dicembre 16, 2011 @ 2:13 pm | Replica

  11. Ti delegittimi da solo, sistematicamente. Dunque, io NON ti censuro (come vedi ti ho sempre risposto) come cattolico (e piantala di premere furbescamente su questo tasto, fai pena), ti ho rivolto delle critiche in base a tue precise affermazioni e sulla mia personale opinione su cosa dovrebbe comportare realmente l’essere cattolico: tu se vuoi buttala pure sul personale, tanto a quanto pare non sai fare altro, oltre a stupide battutine e commenti vuoti e offensivi questi sì ‘ad personam’. Ti ho INSEGUITO solo per farmi un’idea se altrove ti esprimessi in maniera più urbana e convincente, invece è bastata un pò di ironia per farti scattare come una molla e riprendere col consueto tono da bulletto di canonica. Dici che non lo sei, ma non sai fare altro che difendere posizioni preconcette col fucile in mano. Se il tuo era un raccontino (e non fare il finto modesto, che lo stile era alquanto compiaciuto) allora si meritava un commento altrettanto semplice e dissacrante. Io non ti consideravo affatto un integralista per quello che dici sulla 194 o sulla recensione della signora Murgia (sei astuto nell’estrapolazione delle cose, eh? prendi solo quello che ti interessa – da bravo apologeta) ma per COME lo dici, per come neghi autorevolezza a chiunque la pensi diversamente. Ti ho esposto le mie opinioni e le hai tutte gettate subito nel cassonetto del sofismo (?!), del vetero-femminismo e altre comode categorie utili per dipingere come dei coglionazzi gli altri a uso e consumo del proprio uditorio senza mai spiegare perché: un atteggiamento non da integralista, ma da ottuso intollerante. Comunque chiamami pure Eric Rittatore, e tranquillo che a differenza di certi intellettualini ‘credenti’ (in se stessi più che altro) non mi avventurerò su nessuna comoda strada che mi porti a diventare simile a te – il rischio lo si corre ogni giorno, visti i tempi, ma per fortuna ho interlocutori migliori e più saggi. Tu continua pure a frignare e a lanciare invettive ogni volta che qualcuno ti chiede conto delle cose che scrivi, continua a credere che ‘sia tutto lì’, in quelle quattro banali ideuzze che ti coltivi devotamente nel cranio. Non ti inseguirò più, ti lascio al tuo autocompiacimento e alla tua autorevole parrocchietta, e scusa se ho osato in qualche modo turbare la quiete del tuo getsemani prefabbricato. Tanti saluti, doc Blue: in effetti è azzeccato, metti davvero tanta tristezza.

    Commento di jona (eric) — dicembre 17, 2011 @ 12:30 pm | Replica

  12. Se metti insieme tutto quel che hai scritto su questo blog negli ultimi tre giorni vien fuori quasi un romanzo. Spiega a te stesso (non a me, che come giustamente dici non sono nessuno) il motivo di tanto accanimento e poi va in pace, che tra poco è Natale.

    Commento di valter binaghi — dicembre 17, 2011 @ 1:13 pm | Replica

  13. Non mi aspettavo altra replica: vuoto assoluto. Eviterò anche di chiederti dove avrei detto che saresti ‘nessuno’ ma sarebbe di nuovo pretendere che tu esca dal tuo soliloquio. Chiama pure le mie opinioni contrarie ‘accanimento’ e risparmiami ‘ste benedizioni del menga.Comunque hai ragione: chi me lo fa fare di perdere tempo con chi non ha nulla da dire? Meglio dedicarsi al presepio, và, ti lascio alla tua ‘pace’.

    Commento di jona (eric) — dicembre 17, 2011 @ 2:57 pm | Replica


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