(Già postato su: La fata centenaria)
Davanti alle polemiche suscitate dalla pièce teatrale di Romeo Castellucci (che non ho visto e su cui pertanto non spendo una parola) il mio pensiero va alle grandi rappresentazioni della morte (meglio sarebbe dire dell’uomo che muore) di cui sono stati capaci grandi artisti. E’ la morte in grande stile, personale e irripetibile che firma una esistenza altrettanto personale e altrettanto irripetibile. Fra tutte ricordo in particolare la morte dello starets Zosima, figura di grande spessore spirituale del romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij.
Zosima è un uomo religioso di grande santità e tutti si aspettano che la sua dipartita sia accompagnata da un qualche evento miracoloso, pari per grandezza e dignità allo starets.
In effetti qualcosa di straordinario succede, ma tutto diverso da quanto ci si aspettava. Un odore nauseabondo di decomposizione si diffonde ovunque, penetrando ogni anfratto e ogni fessura, e martoriando i sensi di chi è costretto suo malgrado a farci i conti. E’ una puzza impossibile da ignorare ma anche da comprendere, “scandalosa”. Davanti all’evento inaspettato prevale il disgusto per la carne dell’uomo che in vita è stato amato e onorato, e, insieme al disgusto, il dubbio: possibile…?
La fragilità dell’uomo davanti alla morte è messa impietosamente a nudo da un altro scrittore russo: Lev N.Tolstoj, autore de La morte di Ivan ll’ic . Il lettore che si avventura nella lettura di questo breve, sconvolgente romanzo, accompagna a poco a poco il protagonista nella sua discesa agli inferi, raccontata lucidamente e senza abbellimenti di alcun genere. Lo sguardo del narratore è obiettivo, spietato nei confonti delle ipocrise con cui spesso il morente deve confrontarsi.
Il calvario di Ivan si può riportare tutto sotto la categoria della denudazione. Il morente progressivamente si spoglia dei panni che l’hanno finora rivestito, nascondendo a sé medesimo lo spettacolo della sua fragilità. Via la finta devozione della moglie, via quella della figlia, via la compassione degli amici…
Davanti alla morte l’uomo è nudo, e si potrebbe anche dire che un uomo nudo è un uomo morto. Per questo nei lager e in certe atroci esperienze carcerarie l’individuo viene costretto a spogliarsi e a rimanere in quella condizione per ore.
Qualche giorno fa un mio alunno mi chiedeva “Perché i prigionieri dei campi di sterminio non si sono ribellati? Erano loro, lì, i più numerosi”. La risposta ovviamente è complessa, ma una spiegazione possibile l’ha data poco dopo la lettura di una pagina di Primo Levi: i prigionieri lasciati per un giorno e una notte nudi. Ad attendere.
Nel 2010 ho assistito alla rappresentazione teatrale dell’opera di Tolstoj originalmente interpretata dal giovane regista Claudio Autelli (non ha invaso dell’ odore di cacca il teatro e quindi se n’è parlato poco). Il morente e stralunato Ivan passava attraverso l’inferno della malattia (tra perdita di autonomia e pannoloni vari) e della progressiva emarginazione, cui era condannato da rapporti umani senza amore e senza verità, dalla superficialità dei familiari troppo invischiati nelle illusorie soddisfazioni della vita per potersi avvicinare con rispetto alla morte (accompagnata per sua natura da un’imperdonabile “mancanza di decoro” che oggi fa applaudire a chiunque decida di farsi fuori da solo e tanto compostamente, da bravo), fino a trovarsi nudo. Nudo davanti allo sguardo impressionato del pubblico. Più nudo di un Cristo in croce.
Lo stupore di quanto l’uomo sia poca cosa davanti alla morte si ripete ogni giorno, qui sulla terra, soprattutto se la morte sopraggiunge al termine di una lunga agonia che priva via via l’individuo di tutti gli orpelli in cui noi (sbagliando evidentemente) facciamo concidere la nostra “dignità”.
Io credo che un cristiano non dovrebbe mai scandalizzarsi se l’immagine del disfacimento viene accostata a Cristo. Forse altre religioni possono temere l’accostamento della morte (come della sconfitta e della dissoluzione) al loro dio, il cristianesimo no. Cristo ha sudato sangue nell’orto degli ulivi, ha pianto davanti alla morte e il suo costato, trafitto da una lancia, ha dato sangue e acqua. Liquidi corporei niente affatto piacevoli. Gesù si è anche confrontato in vita con molte piaghe e malattie e il cadavere di Lazzaro che era già in putrefazione.
Possiamo anche credere che questi racconti siano un po’ come agiografie, mescolano verità e leggenda, ma la sostanza non cambia. Credenti o meno, bisogna riconoscere che la figura di Gesù non può essere sporcata dall’accostamento alla materia. E usare la materia, la bruttezza, lo schifo per squalificare il cristianesimo è inutile.
Per la stessa ragione un cristiano non dovrebbe mai scandalizzarsi, neppure se il volto di Cristo è infangato. La differenza tra il cristianesimo e altre religioni sta proprio nel fatto che il primo non teme nulla di ciò che esiste, in qualsiasi forma sia. Che profumi o che puzzi.
Come ha osservato Kierkegaard, è il cristianesimo la religione dello scandalo. Di che mai il cristiano si potrà scandalizzare?
Gli elegantoni, i figli di un umanesimo cortigiano che con il fango non si è mai confrontato, possono scandalizzarsi. Loro hanno un sacco di “dignità” da difendere. E possono gridare all’ingiustizia cosmica se l’ideale coltivato va in pezzi, cascando nella pozzanghera.
Un cristiano no. Tant’è vero che l’arte e la poesia di epoche fortemente religiose come il Medioevo o il Barocco hanno espresso senza censure (Jacopone da Todi, per dirne solo uno) il mistero della della carne, corruttibile casa dello spirito.

“Necesse est enim ut veniant scandala, verumtamen vae homini per quem scandalum venit”…
Commento di lycopodium — gennaio 25, 2012 @ 7:05 am |
@lycopodium
Non si scandalizza il libertino o il nichilista perché troppo a fondo toccato dal vizio o dall’assenza di punti di riferimento (Questo il linea teorica perché basta gettare uno sguardo in giro per scoprire come, al contrario, i sostenitori del relativismo siano spaventosamente inclini a scandalizzarsi, anzi di scandalo – e di scandali- vivano).
Non si scandalizza chi ha compreso a fondo la fragilità della condizione umana e ne ha avuto compassione. Se la compassione ha il sopravvento, lo scandalo non ha più luogo.
Capisco che provare scandalo è comunque una reazione e testimonia una coscienza ancora viva e vigile. Meglio dell’indifferenza.
In ogni caso quello che volevo dire è che il cristianesimo non dovrebbe sentirsi ferito dall’accostamento della figura di Cristo con una realtà di sofferenza anche materiale, “carnale”. Io non so come sia lo spettacolo di Castellucci, non l’ho visto. Proprio per questo non capisco le reazioni rabbiose di chi, come me, non l’ha visto. E’ la voglia di scandalizzarsi che ha preso un po’ tutti e che fa cercare dei pretesti. Scandalizzandoci ci si sente migliori. Poi ci sono quelli che si scandalizzano dello scandalo. Un gioco, insomma, dove ciascuno gioca la sua parte.
Se i cattolici che ora contestano Castellucci sono così sensibili al tema di un arte (teatro, cinema, letteratura…) cristiana o compatibile con i valori cristiani, perché non ci sono quando si tratta di dare il giusto valore all’artista (regista di teatro o di cinema, pittore, scrittore, poeta…) che di tali valori è portatore?
roberta
Commento di roberta — gennaio 25, 2012 @ 5:22 pm |
Roberta,
(spero non ti dispiaccia il tu) scrivi (riassumo un po’):
“Non si scandalizza il libertino o il nichilista … di scandalo – e di scandali- vivano”
“Non si scandalizza chi ha compreso a fondo la fragilità della condizione umana e ne ha avuto compassione”
Credo che i primi “comprendano a fondo la fragilità della condizione umana” ma non sono capaci di alcuna compassione.
Quindi la mia compassione si indirizza principalmente verso quelli che hanno “una coscienza ancora viva e vigile” (e sono capaci di sentimenti), anche se non hanno compreso fino in fondo la fragilità della condizione umana.
“non capisco le reazioni rabbiose di chi, come me, non l’ha visto”
Si, ma qualcuno l’ha visto e raccontato.
Lascio qualche link. L’ultimo soprattutto per i commenti.
http://fidesetforma.blogspot.com/2012/01/artista-o-paraculo.html
http://2.andreatornielli.it/?p=3482
http://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-poderoso-attacco-del-%e2%80%9ccorriere%e2%80%9d-alla-chiesa-ecco-il-perche/
Commento di serse — gennaio 25, 2012 @ 9:08 pm |
Questa situazione di “stroncatura preventiva” è certamente la ragione del fatto che se ne parla molto, io non l’ho visto, ne lo vedrò, (magari in video, limitandomi ai due sensi coinvolti dall’audiovisivo), ma è evidente che non è il merito dell’opera a essere interessato da questa polemica, così come sono inconsistenti le ragioni della curia, che evidentemente non frequenta i teatri, ma neanche le grandi esposizioni di arte contemporanea, dove opere da centinaia di migliaia, e milioni, di dollari hanno frequentemente come oggetto non la blasfemia, ma una palese profanazione delle immagini sacre, o di oggetti di culto.
http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/uffici-stampa/electa/dettaglio-mostra/38780.html
A me ha ricordato molto un’altra polemica, partita anch’essa con stroncature preventive, ma di ben più ampio raggio; si andava dai chierici più colti alla sinistra laica, fu quando uscì nelle sale “La passione di Cristo”, di Mel Gibson.
Anche in quel caso l’accostamento della figura di Cristo al corpo sanguinante, descritto con verosimiglianza, (se eccessiva o no, non saprei dire, non avendo un termine di riferimento reale circa le torture), fu l’oggetto del dissenso, se così possiamo chiamare quella ridda di banalità.
Ricordo benissimo l’invettiva di Furio Colombo, allora direttore dell’Unità, che in un editoriale chiedeva alle autorità ecclesiastiche di esprimersi senza esitare sulla evidente blasfemia del film, ed eventualmente di attivare pressioni politiche perchè venisse tolto dalle sale, o data disposizione ai credenti di prenderne le distanze, vantandosi naturalmente di “non averlo visto”, che pare essere il must di quest’epoca.
Naturalmente il film ebbe successo, particolarmente, purtroppo, tra quelle frange di sedicenti cattolici tradizionalisti che ne fecero un inno antisemita, dimenticando forse che il cristianesimo è compimento dell’alleanza ebraica con Dio e che Cristo era ebreo, e così tutti gli apostoli e seguaci, e dimenticando che ad ogni gesto di violenza sulla persona di Cristo, nella pellicola, era associato un suo insegnamento sul perdono e la necessità di accettare quella sofferenza e quella morte.
Quel film lo vidi, e per quanto barocco nella sua minuzia descrittiva e dovizia di effetti, credo che sia la migliore messa in scena che ho visto della passione su pellicola.
Si urlerà che Pasolini è il supremo e inarrivabile e che Mel Gibson è un bovaro fascista, ma Pasolini mise in scena un pezzo di se, delle sue viscere, ciò ne fa la sua grandezza come narratore, poeta e uomo, ma la Passione, nel suo lavoro, diventa un pretesto, oltre che una sua personale interpretazione.
Ad ogni buon conto, questo dicono i Padri antichi; Spirito, Anima e Corpo sono creati da Dio interamente buoni e nulla di male si trova in essi, per questo Dio incarnato partecipa di ogni piaga e ogni umiliazione dell’uomo, su questo non si insisterà mai abbastanza, ma pare che come, allora, Cristo fu scandalo per gli ebrei e stoltezza per i pagani, ancora oggi evidentemente è così, e fu proprio il corpo ad essere l’oggetto dello scandalo e motivo della follia.
Commento di mario Pandiani — gennaio 26, 2012 @ 2:55 am |
Sempre l’umanità di Cristo fa scandalo.
Così come fa scandalo la corporeità della Chiesa.
Li si vorrebbe inconsistenti, eterei, in totale balia dell’immaginazione speculativa e quindi facilmente convertibili in mito e in quanto tali riducibili a pura esigenza psicologica.
Daccordo su Gibson, ma anche su Scorsese.
La tentazione non è la condizione perenne dell’umano?
E’ la gnosi che si ribella a questo: si vuole un Cristo mai morto e quindi mai veramente nato da donna, piuttosto che il Cristo risorto dai morti, e con lui la carne redenta. Per poi presentare la redenzione come evasione dal creato: titanica o tecnologica, comunque luciferina.
La gnosi nelle sue molte vesti, è l’Anticristo.
Commento di vbinaghi — gennaio 26, 2012 @ 3:32 am |
@ Serse
sono andata a vedermi i post che hai linkato. Sì, probabilmente hai ragione, ma a me Castellucci non interessa. E comunque non posso criticare sulla base di ciò che non ho visto. Concordo con Mario: di arte offensiva nei confronti del sacro e in particolare del Cristo (sarebbe interessante scoprire chi e cosa viene fatto oggetto di blasfemia e chi e cosa invece ne viene escluso) ce n’è tanta…Allo spettacolo di Castellucci è stata fatta solo tanta pubblicità. Per certi ambienti radical chic (o finto chic), tutti tendenzialmente piagnoni, queste sono occasioni da non perdere!
Commento di roberta — gennaio 26, 2012 @ 9:33 am |
Ma per caso ti chiami anche Tommasa? ;-)
Comunque, sono d’accordo con quello che dici ed anche con quello che dice Mario, soprattutto sulla passione di Gibson.
Sono io che sono insofferente Questi tipi e il loro modo spudorato di fare le vittime, non li sopporto più.
Vuoi lottare contro la terribile oppressione della Chiesa e degli ottusi credenti? Ma datti fuoco, no.
E poi per quale specie di uomo è questa “arte”, queste “installazioni”, queste “performances “.
Ah, una bella rivoluzione culturale: risaia, solfatara, altoforno, pulizia latrine…
OK mi sono sfogato, ora mi ricompongo
Commento di serse — gennaio 26, 2012 @ 8:00 pm |
@ Serse
mi son ascoltata bene l’intervista. Vero, parla in effetti di uno sporcare di merda il volto di Dio, benché traspaia un’intenzione non blasfema (resta, alla luce delle recenti dichiarazioni, il paraculismo, va be’…).
Più che altro mi pare che quest’uomo si sia voluto confrontare con qualcosa troppo al di là della sua portata. Ha ragione a dire che i temi del sacro non sono monopolio dei professionisti della fede, però il sacro è un “luogo altro”, dove non si entra fischiettando. E per parlare con il volto di dio ci vuole comunque vocazione, come l’hanno avuta tanti artisti.
Commento di roberta — gennaio 26, 2012 @ 3:58 pm |
Perfettamente d’accordo.
Commento di serse — gennaio 26, 2012 @ 8:03 pm |
I maestri Zen dicono che se ti piace il cucciolo della tigre, devia andare nella tana a prenderlo.
Commento di mario Pandiani — gennaio 27, 2012 @ 2:48 pm |
Eh si, devo proprio smetterla di bere e di fumare.
Commento di serse — gennaio 28, 2012 @ 1:21 am |