
IL PALATO DEI RICCHI
(Da: Folco Portinari, Il romanzo della gastronomia, Camunia)
Melloni bianchi et rossi
Casci marzolini di due libbre l’uno, spaccati
Fichi augustani mondi, serviti su le foglie di viti
Persiche apertore monde
Tortiglioni ripieni alla lombarda
Capi di latte serviti con zuccaro sopra
Sommata alessata in vino, tagliata in fette servita con sugo di melangole e zuccaro sopra
Mortatelle ferrarese alessate, tagliate in fette
Pasticcetti sfogliati pieni di biancomagnare
Lonza di vitella arrostita allo spedo, servita con olive spaccate e zuccaro sopra Pignoccati freschi
Mostaccioli napoletani
Morselletti di marzapane
IL PALATO DEI POVERI: LA MORTE DI BERTOLDO
(G. C. Croce, Bertoldo e Bertoldino, Rizzoli)
Passato lo sdegno al Re, mandò di nuovo a cercar Bertoldo e, trovatolo, lo fece pregare a tornare in corte, che il tutto gli era stato perdonato; ed esso gli mandò a dire che cavoli riscaldati né amore ritornato non fu mai buono, e che non v’era tesoro che pagasse la libertà. Onde il Re vi andò in persona e lo pregò e supplicò tanto che al fine (benché contra sua voglia) lo condusse in corte (…) e volse ch’ei stesse sempre appresso della sua corona, né faceva cosa alcuna senza il consiglio di lui. E mentre ch’ei stette in quella corte, ogni cosa andò di bene in meglio; ma essendo egli usato a mangiar cibi grossi ‘ e frutti selvatichi, tosto ch’esso incominciò a gustar di quelle vivande gentili e delicate s’infermò gravemente a morte, con grandissimo dispiacere del Re e della Regina (…).
I medici non conoscendo la sua complessione, gli facevano i rimedi che si fanno alli gentiluomini e cavalieri di corte; ma esso, che conosceva la sua natura, teneva domandato’ a quelli che gli portassero una pentola di fagiuoli con la cipolla dentro e delle rape cotte sotto la cenere, perché sapeva lui che con tal cibi saria guarito; ma i detti medici mai non lo volsero contentare.
Così finì sua vita (…), e fu pianto da tutta la corte, e il Re lo fece sepelire con grandissimo onore, e quei medici si pentirono di non gli aver dato quant’ esso gli addimandava nell’ultimo, e conobbero che egli era morto per non l’aver essi contentato. E il Re, a perpetua memoria di questo grand’uomo, fece scolpire nella sua sepoltura in lettere d’oro i seguenti versi in forma d’epitafio (…)
In questa tomba tenebrosa e scura
Giace un villan di sì difforme ‘ aspetto,
Che più d’orso che d’uomo avea figura;
Ma di tant’alto e nobile intelletto
Che stupir fece il mondo e la natura
Mentr’egli visse e fu Bertoldo detto,
Fu grato al Re; morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.