Doctor Blue and Sister Robinia

Luglio 20, 2008

UN VIAGGIO PIU’ LUNGO

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 12:09 am
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viandante

Col testo qui sotto ho aperto il blog, circa un anno fa, e con lo stesso testo lo chiudo, almeno per ora. Il viaggio a Bolsena è stato bello, ma ho capito che mi aspetta un viaggio ben più lungo, di quelli che si devono fare da soli, o con la compagna di una vita. Ringrazio tutti quelli che sono venuti a leggermi e a scambiare idee con me: questo blog ha avuto un successo notevole e insperato, una media di diecimila contatti al mese, a mia volta ci ho messo molto, non solo schede e recensioni di libri miei e altrui, ma anche testi diversi, che segnano la mappa dei miei interessi e delle mie ricerche. Proprio per continuarli, prendo commiato, dal blog e da tutto. Sto annullando le presentazioni estive e autunnali, e con una certa sofferenza ho deciso anche di sciogliere la Bluesbanda. Voglio iniziare la mia terza vita, che cerca dopo l’altezza dell’infanzia e l’estensione della maturità la profondità, che chiede silenzio. Forse un giorno tornerò a raccontarvi cosa ho trovato.
Intanto, il mio abbraccio.

“Quando la nostra esistenza cessa di volgersi all’intimo e al privato, la conversazione degenera in puro pettegolezzo. Raramente incontriamo un uomo in grado di darci una notizia che non abbia letto sul giornale o che non gli sia stata riferita da un vicino e, per lo più, l’unica differenza fra noi e costui è che lui ha letto il giornale o è andato fuori a un tè, mentre noi non lo abbiamo fatto. In proporzione, quanto più diminuisce la nostra vita verso l’interno tanto più costantemente e disperatamente andiamo all’ufficio postale. Potete esserne certi, il poveraccio che se ne allontana col mucchio di lettere più grosso, fiero della sua vasta corrispondenza, non riceve notizie da sè stesso da lungo tempo”
(Henry David Thoreau)

Luglio 6, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE (2) Federigo degli Alberighi

falconeria

La novella si trova nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, ma per una più agevole lettura vi propongo la versione di Piero Chiara (da: G. Boccaccio, Decamerone, dieci novelle raccontate da Piero Chiara, Mondadori, Milano)

Il giovane Federigo degli Alberighi, di nobilissima famiglia fiorentina, bravo nelle armi e ammirato da tutti per la sua cortesia, si era invaghito di una gentile dama ritenuta una delle più belle e leggiadre della città. Per farsi apprezzare da lei, partecipava a tornei e ad altri esercizi cavallereschi, organizzava feste e si vestiva riccamente, spendendo senza ritegno. La signora, di nome Giovanna, onesta quanto era bella, pareva non accorgersi di quel che faceva il giovane per mettersi in vista e acquistar merito ai suoi occhi. Federigo, non avendo altra maniera per trovar rimedio alla sua passione, finì col dilapidare il suo patrimonio, pur senza trovarsi ad aver fatto alcun progresso nella considerazione della dama. Non gli era rimasto, nella rovina in cui era caduto, che un suo poderetto del quale si ridusse a vivere poveramente, portandosi dietro soltanto un falcone, che aveva carissimo e che tutti gl’invidiavano, perché era il migliore del mondo.
(continua…)

Luglio 5, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE(1) - Filemone e Bauci

Archiviato in: Poesia, Scritture — vbinaghi @ 8:02 pm
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due alberi
Alberi - di Margherita Fascione

Con questa, inizio a postare una serie di quelle che considero le più belle storie d’amore di tutti i tempi, che voglio dedicare al mio amore Roberta e a tutti quelli che all’amore non vogliono rinunciare per niente al mondo. La storia di Filemone e Bauci ci arriva dall’antica Grecia, ma in questa versione è raccontata dal poeta latino Ovidio (in: “Le metamorfosi”, trad. it. Piero Bernardino Marzolla, Einaudi 1979)

C’è sui colli di Frigia una quercia, vicina ad un tiglio cinta da un piccolo muro. (…)
Non lontano di lì c’è uno stagno, una volta terra abitabile, ora acque frequentate da anatre tuffatrici e da folaghe palustri; Giove vi giunse con sembianze umane e insieme col genitore venne il nipote di Atlante, Hermes, privo d’ali e portatore del caduceo.
Si presentarono a mille case e cercando un posto per riposarsi, mille spranghe sbarrarono le porte. Una sola infine li accolse, piccola davvero, coperta di paglia e di canne palustri, ma lì, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età, che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà con l’animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla. E’ inutile che in quella casa ricerchi i padroni o i servi: loro due sono tutta la casa, e i medesimi ubbidiscono e comandano.
Quando dunque gli abitanti del cielo arrivarono alla piccola casa e varcarono col capo chino la bassa porta, il vecchio, accostata una panca, li invitò a ristorare le membra.
Su questa la premurosa Bauci stese un rozzo telo e smosse la cenere tiepida nel focolare e riattizzò il fuoco del giorno precedente, l’alimentò con foglie e cortecce secche e lo spinse a levare fiamme con quel poco fiato che aveva e tirò giù dal solaio legna spaccata e secche ramaglie, le spezzettò e le pose sotto il piccolo paiolo di rame.
E spiccò le foglie ai legumi raccolti dal marito nell’orto bene irrigato, mentre lui con una forca a due rebbi staccava una spalla di maiale affumicata appesa a una trave annerita e di quella spalla a lungo conservata taglia una porzione sottile, che pone a cuocere nell’acqua bollente.
Intanto ingannano il tempo conversando e fanno in modo che l’attesa non pesi.
(continua…)

Luglio 4, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (5) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 4:20 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in: “Per la filosofia”, Editrice Massimo, dicembre 1990)

museo

DAL CENTRO AL CERCHIO

Asciugatesi le lacrime per la morte del maestro, Platone fu subito turbato da un inquietante interrogativo: perché Socrate in carcere, nei giorni precedenti la sua morte lui, il filosofo, aveva composti e cantati inni ad Apollo?
Per tutta la vita Platone ascoltò e riascoltò, eseguiti da uno schiavo, i canti di Socrate, e giunse alfine a contemplarne la meravigliosa, matematica sfericità: nella danza cosmica dell’Identico e del Diverso egli fissò sempre più a fondo lo sguardo e, contemplando, godeva. Ma, quanto a cantare, egli non cantò mai, neppure una sola volta.
Quanto al discepolo del discepolo, Aristotele, durante i vent’anni di permanenza all’Accademia tentò di scoprire i segreti del maestro, ma inutilmente: vedeva bensì la perfetta coerenza dispiegata nelle sue formule, ma ne ignorava il significato e l’impiego.
Una notte che non riusciva a dormire si alzò e, passeggiando per i corridoi della scuola, passò per caso davanti allo studio del maestro.
La lampada era ancora accesa: Platone, seduto di fronte ad una lavagna, contemplava in silenzio un disegno geometrico. Il discepolo aspettò ch’egli se ne fosse andato, ed entrò senza fare rumore, per osservare il disegno: si trattava di un semplice cerchio, inscritto in un quadrato. Aristotele lo fissò a lungo, poi, fiinalmente, capì, o credette di capire.
Si trattava - era evidente - della pianta di un edificio: una costruzione quadrangolare sormontata da una cupola.
Il giorno dopo si fece mandare da suo padre tutto il denaro di cui disponeva ed intraprese la costruzione dell’edificio stesso. Prima che la costruzione fosse terminata, Platone andò a raggiungere i suoi antenati, nel regno delle ombre.
Licenziati operai ed ingegneri, Aristotele cominciò a raccogliere in quel grande Museo - perché di questo, indubitabilmente, si trattava - ogni sorta di campione delle forme naturali: minerali, piante, animali imbalsamati e persino le costituzioni delle città greche, disponendoli ordinatamente - la roccia, il vegetale, l’animale e l’umano - ad ognuno dei quattro lati della casa.
Attirati dal campionario, i giovani venivano ad ammirare il tutto. Aristotele mostrava le forme ed illustrava i pregi dell’ordine classificatorio. Al termine dellle visita, additava loro la cupola: il punto ove ogni sguardo si fissava non senza sgomento era aperto in una finestra, da cui un raggio di luce scendeva ad illuminare l’ambiente. Gli studenti tornavano a casa, più dotti e più sicuri, convinti col maestro di aver sollevato per sempre il velo del mistero da madre natura.
Fu così che Aristotele divenne il gran professore d’Europa.

Luglio 3, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (4) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 6:50 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la filosofia”, Editrice Massimo, dicembre 1990)

scacchiera

TORNANDO DA SIRACUSA

Per la terza volta Platone faceva quel viaggio: per la terza volta, in piedi sul ponte della nave, guardava allontanarsi le fertili coste italiche finché si riducevano ad una striscia sottile, bruna, presto inghiottita dal vasto abbraccio del cielo e del mare. Per la terza volta il suo cuore, prostrato dal volere degli Dei, salutava con rimpianto il filosofico sogno della Giusta Bellezza che redime la terra.
Il monotono cigolìo dello scafo intorpidiva i suoi pensieri, così Platone scese sotto coperta, per un buon sonno. E sognò.

Si trovava in un ‘isola dalla natura rigogliosa, ma deserta di umane presenze.
Al centro dell’isola un ‘ampia radura, dove la mano del Dio aveva tracciato un meraviglioso disegno: una grande scacchiera di pietra levigata: i quadri bianchi e neri lucevano nel sole.
Lui, il filosofo, era il custode ed insieme il pastore di quell’ordine perfetto, che il Dio gli comandava di portare a compimento: le tre specie di abitanti dell’iisola - conigli, cani e tartarughe - dovevano prendere posto nel vasto disegno e, svolgendo ognuno la sua parte nella danza, il quadro avrebbe brillato di una grande luce, riflesso della sempiterna festa degli astri, parola terrestre del Dio.
Cominciò presto, all’alba. Radunò prima tutte le tartarughe, scovandole dagli anfratti della scogliera, e le depose sugli scacchi dove esse continuarono a svolgere i loro teoremi sonnolenti.
Poi andò in cerca dei cani. Individuato il capo branco, lo domò con lo sguardo del padrone, e anche tutti gli altri lo seguirono.
Infine fu la volta dei conigli. Il filosofo trasse dalla bisaccia croste di pane e carote e tracciò coi cibi un sentiero che portava alla radura. Presto si videro spuntare lunghe orecchie tra i ciuffi d’erba e, uno dopo l’altro, tra balzi e pause esitanti, giunsero tutti lì, sul disegno.
Ma a quel punto il filosofo si accorse che le tartarughe si erano addormentaate, e non sembravano intenzionate a dare inizio alla danza. Provò a picchiare sul guscio, a sollevarle in aria. Niente. Allora cominciò ad urlare: qualche capo grinzoso sbucò dalle dimore ossute ma, alle grida di Platone furono soprattutto i cani a scuotersi, cominciando ad abbaiare. Un frastuono, una sarabanda impossibile a sopportarsi. Il filosofo trasse dalla bisaccia un fischietto e soffiò forte: le bestie tacquero e si accucciarono ai suoi piedi. Solo che, guardando più in là verso i conigli, il malcapitato si rese conto che i tremuli animali, spaventati dal frastuono, avevano reagito nel modo più consono alla loro natura: avevano preso ad accoppiarsi velocemente, uscendo dai quadri designati. Qualche connubio aveva già prodotto il suo effetto, e i conigli crescevano di numero a vista d’occhio.
Molto, molto tempo impiegò il filosofo a ripartire una seconda volta gli spazi in base al nuovo numero degli animali ma, alla fine dell’immane fatica, si accorse con orrore che le tartarughe si erano di nuovo addormentate.
Ansimante ancora per lo sforzo, sconsolato, Platone sedette su una pietra e comprese che il suo compito era impossibile. Così per la prima volta nella sua vita dopo la morte di Socrate, pianse, mentre la scacchiera, abbandonata a se stessa, ritornò il berciante serraglio di prima, e l’isola intera risuonava dei versi scomposti e delle strida di quell’irrazionale congresso.
Fu proprio in quel momento che, dal limitare del bosco, emerse una bianca, lucente figura. Un giovane bellissimo, il capo cinto dell’alloro delle muse, il volto splendente simile a quello di un Dio, recava in mano la mistica lira.
Quando Orfeo cominciò a suonare, come per incanto tutto si tacque: e gli animali sulla scacchiera, immobili, e il pianto del filosofo, e persino gli uccelli del cielo e lo scrosciare delle onde sulla scogliera. Placido, divino silenzio, note celestiali, tutti i colori dell’Essere.
Gli animali presero posto nel disegno e la danza ebbe inizio: armoniche ruote gioconde, proprio come la sempiterna festa degli astri. Allora il filosofo, finalmente, sorrise.

Platone si destò riposato - era già l’alba. Ricordò il suo sogno e lo comprese. Per questo, sebbene fosse stato una, due e tre volte, non credette più suo compito ritornare una quarta volta a Siracusa.

Luglio 2, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (3) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 7:05 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia”, Edirice Massimo, dicembre 1990)

stelle

SOTTO LE STELLE

Rannicchiato ai piedi del maestro, il giovane Anassimene contemplava il nobile volto, la fronte alta, gli occhi fissi nel cielo notturno a scoprire le eterne fiigure delle costellazioni - egli sa leggere in quel libro danzante la storia dei mondi, pensava il fanciullo tra sé.
E dopo un lungo silenzio, toccò dolcemente la veste del saggio, scuotendolo dalla sua visione. Anassimandro si curvò su di lui, in ascolto. E il fanciullo gli domandò: « Perché, maestro, preferisci lo spettacolo delle stelle ad ogni altra cosa di questo mondo?».
« Figlio mio», rispose il vegliardo, « l’occhio non si sazia di guardare e il cuore nella bella visione vorrebbe trovare riposo, ma le cose della terra trascorrono da una forma all’altra senza posa e non sono mai le stesse: come potresti rifuugiarti in esse? Guarda le stelle, invece: siedono come vergini sacre, custodi immmutabili di quella Giustizia che regola ogni mutamento - guardandole l’uomo dimentica la brevità della sua stessa vita e non pensa più alle potenze del nulla, che divorano l’animale lentamente, fin dal primo vagito. Perciò l’uomo libero che guarda il cielo senza affanni è quasi stella fra le stelle, e gli pare di sedere al governo del mondo, anche se il suo cuore come ogni cosa si consuma, la candeela è già grumo fumigante in un attimo, e la fiamma svanisce presto nell’ebbrezzza del tempo trascorso, secondo Necessità».
« Ciò che dici», riprese Anassimene, « mi ricorda quanto ho appreso di recente da una coppia di forestieri, Macedoni mi pare. Ai piedi dei loro monti un uomo, scavando per le fondamenta della sua casa, trovò delle strane, enormi osssa, appartenute - pare - ad una razza di animali ormai scomparsi. Mostruosi e potenti colossi, dovettero regnare incontrastati ai loro tempi, eppure più non sono da tempo immemorabile, e la loro fama ci giunge a malapena, grazie alla vanga di un contadino macedone … ».
« Questo non mi giunge nuovo», fece Anassimandro. « Anni fa avvenne una scoperta simile nelle terre di Frigia. lo credo che questi antichi draghi siano stati distrutti da un grande cataclisma - forse un terremoto, oppure il diluvio di cui parlano le leggende, o più probabilmente una pietra infocata caduta dal cielo, che incendiò le foreste di cui si nutrivano. Credo anche - ma di questo non è bene parlare ad alta voce, per non turbare l’animo dei semplici - che a questi stessi colossi e alla loro distruzione alluda il mito dei Titani, un tempo sovrani del mondo e poi distrutti dagli Dei Olimpici, protettori degli uomini e delle città».
« Ma allora», chiese Anassimene con una punta di tristezza « ciò che avvenne alla stirpe dei draghi potrebbe avvenire anche a quella degli uomini, che oggi regnano sul mondo?»
« Non lo abbiamo già detto? Nulla di ciò che vive sulla terra è destinato a duurare. Ogni essere fa il suo ingresso nel mondo prendendo a prestito uno spazio nel coro che dovrà restituire».
« Quale gioia allora ci è riservata, se il canto è avvelenato dal pensiero della morte?»
« I più trovano la loro gioia nel fingere che le cose e la loro stessa vita siano eterne: così accumulano ricchezze nelle loro case e passioni nei loro cuori. Alcuni - toccati dalla voce di un Dio - fidano nella promessa di una vita beata tra gli eroi, molto molto lontano da qui. Ma io siedo e guardo le stelle, poi guardo il coro dei viventi. Nessuna voce è eterna ma il coro mai smette né smetterà di cantare. Mistero insondabile: se vuoi dargli un nome, puoi chiamarlo il senza nome. Se vuoi indicarlo, dovrai oltrepassare ogni forma e pensare a ciò che è senza forma. Libero da ogni cosa, godo dell’eternità che si lascia per un attimo intendere ma che - lo so - non mi appartiene. Questa è la mia gioia e, se vuoi chiamarla in qualche modo, chiamala filosofia».
I due s’incamminarono nella notte ormai stanca verso casa; gli sguardi erano un solo sguardo, umile e beato, dimorante lassù, in una ghirlanda di stelle.

Luglio 1, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (2) Allegoria della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 9:32 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia”, dicembre 1990)

discobolo

IL DISCOBOLO

Il corpo contratto e come chiuso nel bocciolo della forza s’è aperto adesso come una corolla: nel lancio dispiega le membra come petali fragranti e il disco saetta splendente nel cielo turchino. L’occhio lo segue della folla, e il cuore per il lungo istante giubila celeste, finché il peso ripiomba sulla terra e dallo stadio si leva il grande applauso.
Colui che per un attimo rifulse nella luce del Dio si china prostrato, lo sostiene la terra.
È Pindaro il cantore d’inni, che dal sommo dello stadio proclama: « Erravano i padri, che videro in Atlante l’immane fatica di chi sostiene la Sfera. In verità l’Arte è cosa semplice: degna di un bimbo. L’Arte non è la sfera né il quadrato, ma la sfera in equilibrio sul quadrato. Non è con lo sforzo che si può conquiistarla, né con l’ozio: è come un vento che tu devi trovare per farti portare».
Rispose a lui Senofane, autore di versi sapienti: « Nessun onore viene alla città da questo. Quali meriti e gloria darete allora a me, che vedo da lontano e dico al popolo con fini discorsi, additando più alti traguardi?»
Si fece avanti Eschilo, poeta tragico, fin ‘allora restato in silenzio: « È montato sul cubo per afferrare la sfera», disse: « la terra non lo regge ed egli precipita, presto».

L’INFANZIA DI PARMENIDE

Era uno strano fanciullo.
Muto, ascoltava immobile cose e persone per lunghi minuti, come in cerca del loro segreto nome, quello che mai si pronuncia nella prosa del mondo .
Solitario, camminava di mattina presto sulla spiaggia deserta, suoi compagni erano i gabbiani che sognano di chiudere il cielo nelle superbe ruote del loro volo.
Assorto, lo sguardo come scolpito in una lontananza inaccessibile, fuggiva olltre la convulsa parodia delle forme, nel riposo dell’ol’izzonte.
Un giorno il padre disse: « Che faremo di questo ragazzo? Le sue mani non sanno costruire né distruggere. Quale Dio vorrai servire, quale fama potrai mai conquistare, imbelle figlio del silenzio?»
Parmenide allora uscì sul terrazzo. Il lungo, freddo sospiro della notte accarezzò il suo volto, ma egli non fremette. Inquiete presenze, laggiù nel giardino, cercavano il riposo animale del nido o della preda. Ma il bambino già vagava con lo sguardo nella moltitudine delle stelle. Ne fissò una tra tutte, e il suo splendore parve farsi così vivo da invadere il cielo inntero, da riunire in sé gli altri astri, quasi fossero da quel primo emanati.
Spostò lo sguardo su un ‘altra, e anch ‘essa gli parve così regale ed originaria, quasi le altre la riverissero come ancelle. Contemplò poi una terza, ed anche in questa vide il centro pulsante di tutta l’armonica sfera celeste. Ma come poteva ogni stella essere regina delle altre? Com’era possibile che in ognuno degli esseri rilucesse la maestà di tutto ciò che è?
Un lampo percorse il suo sguardo, perché ad un tratto le sparse cifre di luce si composero nell’unico disegno dell’ineffabile, rotonda pienezza, da sempre promessa ed ora finalmente manifesta a lui. E mentre coglieva dall’albero dei mondi il metafisico frutto di fuoco, l’anima sua proruppe in un inno di gioia: « È, ed è necessario che sia», disse.
E nel cuore luminoso della ben rotonda Verità, il suo giovane cuore prese dimora, da allora e per sempre.

Giugno 30, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO(1) Allegoria filosofica della Grecità

DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia” n° 20, dicembre 1990)
Anche questi racconti risalgono a molti anni fa, e anche questa serie vi ripropongo a puntate. Ogni tanto, oltre che discettare sul simbolo, bisogna pur provare a simbolizzare.
Che cosa? L’indicibile, naturalmente.

hermes

IL MITO DELL’ORIGINE

Fu Hermes, il signore dell’aria, colui che conduce il profumo della rosa alll’amante e lo risveglia dal sonno, fu lui a donare un giorno ai mortali il divino gioco della trottola.
Il cerchio stava sopra come il cielo, il quadrato stava sotto, come la terra. Con l’ausilio di un perno assiale il cerchio poteva girare nel quadrato e il quadrato possedeva un centro.
Gli uomini giocarono a lungo questo gioco divino, e nel gioco del mondo danzarono di buon grado.
Poi un giorno un bimbo ammalato, consumato da un tedio inguaribile, ruppe il giocattolo, da sempre muto al suo cuore.
Allora ciò che è in basso si allontanò da ciò che è in alto, il conforme si mutò in dissimile e dell’antica musica si perse anche il ricordo.
Molti, molti anni dopo il filosofo, passeggiando sulla spiaggia, ritrovò i due pezzi e si provò ad avvicinarli, ma nessuna armonia ne scaturì perché mancava ancora il perno: qualcosa come un albero, che avesse radici nel cielo.

ulisse

IL SONNO DEL SAPIENTE

Si dice che, prima della generazione attuale, quando ancora la stirpe dei filosofi non aveva visto la luce, la terra fosse abitata da una razza di uomini divinamente sapienti. Uno di costoro, di nome Epimenide, un giorno penetrò in una grotta sacra a Zeus e lì si addormentò, dormendo per molti, moltissimi anni.
Si risvegliò in un altro tempo, e il mondo era molto mutato. Appena gli uomini lo conobbero, si sparse la fama della sua sapienza e molti si recavano da lui. Tra questi giunse un giorno il re Odisseo di Itaca. Egli voleva tutto conoscere e raggiungere le colonne d’Ercole, dove si trovano i confini del mondo, ma venti contrari lo sospingevano ogni volta indietro, e !’impresa era più volte fallita. Così si recò da Epimenide e gli chiese: «Perché l’oriente e l’occidente non si possono ricongiungere?».
Il sapiente rispose:« Hai forse misurato la loro distannza, per sapere che sono separati? Nel tempo da cui provengo vivevano uomini regali. L’uomo regale è come il sole: cammina sempre senza mai allontanarsi dal centro. Poiché non desidera splendere in un luogo piuttosto che in un altro, non v’è luogo che gli sia lontano. È tanto discreto da sembrare invisibile: perciò in lui Cielo e Terra si specchiano fino a compiacersi. Non stacca la creta dalla ruota finché la forma è ben tornita: per questo i suoi vasi sono pieni di grazia. Molto diversi da questo sono gli uomini dell’attuale generazione. Nulla qui mi attrae: ho deciso di tornarmene a dormire, sperando di risvegliarmi in un tempo migliore». E fece per andarsene.
« Ancora un momento», lo trattenne Odisseo: « Dimmi prima: come potrò raggiungere l’Occidente?».
« Ancora non lo sai?» sorrise Epimenide: « È perché l’hai lasciato che conosci la sua esistenza. Ora hai un sogno da sognare, ma non procedi più in circolo. C’è sempre nuova terra sotto i tuoi passi, ma non c’è limite al tuo cammino. Forse salirai tanto in alto da dominare il mondo, ma non saprai più dove posare il capo. Sarai un Re senza regno, una coscienza senza dimora».

Giugno 26, 2008

DEVOTI A BABELE / Il prologo - di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:32 pm
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sassi

(Da: Devoti a Babele, Perdisa Pop 2008)

Si è molto parlato di questo prologo, tra recensione e commenti, così ho pensato di riproporlo, anche perchè mi permette di mettere in evidenza un aspetto della scrittura che mi sta molto a cuore, cioè la possibilità di attingere al livello simbolico in modo non episodico (come accade nella metafora) ma in modo sistematico (come è possibile nell’allegoria e nella parabola). So che ad alcuni questa dimensione retorica appare artificiosa perchè implicherebbe uno scioglimento “a chiave”, cioè una traduzione elemento per elemento da un contenuto manifesto ad uno latente, ma è precisamente questo approccio che io contesto, cioò l’equiparazione della parabola all’allegoria.
La parabola allude e non spiega, il suo livello di comprensione non è pre-definito da un codice ma è proporzionato alla penetrazione spirituale dell’uditore, come Gesù stesso ha spiegato chiaramente. Prevengo la battuta velenosa: no, io non sono uno che trasforma l’acqua in vino.
Solo un modesto scrittore, che vuole congiungere il post-moderno all’antichissimo.

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale.
Intinse e perfezionò più volte il suo lavoro finché fu soddisfatto. Lo posò su una roccia e lo guardò asciugare al sole giunto allo zenit, che adesso cuoceva le pietre e la savana tutto intorno. Le colline erano silenziose, la selvaggina rintanata, i cacciatori in sosta sotto qualche albero, a bere acqua dagli otri e a sonnecchiare.
L’uomo che nascose la sua anima in una pietra cercò il luogo che gli avevano indicato i suoi sogni, un luogo dove un unico albero nella radura si lanciava contro il cielo come una freccia puntata. Lì, nell’anfratto formato dalle radici dell’albero, infilò il suo sasso, spingendolo bene in fondo, mormorando la preghiera che gli aveva insegnato lo sciamano al villaggio. Poi si voltò e prese a camminare verso ovest, in direzione del mercato: e intanto cominciò a cantare, misurando col numero dei canti la distanza che percorreva.
(continua…)

Giugno 23, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO (3) di V. Binaghi

(Pubblicato in “Per la Filosofia”, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

bachelard

L’OCCHIO DEL POETA

Quando lo conobbi Gaston Bachelard era già quel vecchio dai lunghi capelli e la barba bianchi, il feltro sul capo e l’inseparabile bastone - così lo ritraggono le ultime, rare fotografie, dove però si perde l’acqua viva di quegli occhi eternamente fanciulli.
Io venivo dalla provincia, entusiasta lettore dei suoi libri di filosofia della scienza e da tempo sostenevo le sue teorie presso gli amici dell’Università: la scienza, un surrazionalismo che nulla ha da spartire con le facili seduzioni del senso comune, un pensiero che non trova ma costruisce i suoi ogggetti nella purezza di geometrie troppo veritiere per essere tangibili!
Volevo conoscerlo a tutti i costi. Me lo indicarono nei giardini dell’Università: assorto e sorridente, il veçchio contemplava la segreta intimità di un nido di merli, intravisto sul ramo di un ‘antica quercia. Non era affatto come l’avevo immaginato.
Poi mi dissero di quell’altra stranezza: da qualche tempo Bachelard, parallelamente ai suoi corsi epistemologici sul pensiero matematico e la fisica contemporanea, teneva un corso libero sull’immaginazione poetica, per la gioia dei numerosissimi studenti che lo affollavano. Il cosmo dei poeti? Ne rimasi addirittura sconcertato.
Ma quando andai ad ascoltarlo, la mia perplessità si mutò in entusiasmo.
Cominciai persino a disertare i corsi di matematica per seguire il vecchio che cantava la poetica delle fiamme danzanti nel camino. Il desiderio di conoscerlo divenne irrefrenabile: finalmente, qualche settimana dopo il mio arrivo a Parigi, mi fu presentato.
L’uomo era singolare, assolutamente fuori dal tempo: detestava la città, il cinema, lo sport, il jazz, l’auto e il telefono (1). Sapeva di essere quasi una leggenda tra gli studenti, ed anche di questo sorrideva senza fastidio e senza vanità, ma i suoi motti di spirito erano terribili, non risparmiavano neppure i colleghi: risuonava in essi intatta l’arguzia contadina della sua nativa Champagne.
(continua…)

Giugno 22, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO (2) di V. Binaghi

(Pubblicato originariamente in “Per la filosofia”, n.18, aprile 1990)

David Hume

L’AVVENTURA DI MISTER HUME

Non sappiamo come e quando, né a quale prezzo, ma è certo che David Hume entrò un giorno in possesso del cannocchiale di Calileo.
Rimirò a lungo il prodigioso strumento, ma, trovando insulso lo spettacolo delle distanze cosmiche - a che pro affaticarsi attorno a stupide palle di fuoco? - decise di puntarlo su di sé, per sondare gli inesplorati recessi della natura umana.
A tutta prima lo spettacolo inusitato lo stupi grandemente: vide le squame minute sul palmo delle sue mani, geometricamente disposte come tessere di un mosaico, vide il pallore del suo ventre sollevarsi come una duna nel deserto mentre una sconosciuta vertigine si apriva nell’umido cratere dell’ombelico. Poi volle scrutare gli anfratti della mente per disegnare una mappa del corso dei suoi pensieri. Molte cose contemplò: la traccia dei cammini, il luogo degli incontri, i sottili urti delle immagini e gli impercettibili interstizi per cui si avvicendano e si incastrano, quasi calamitandosi. E avendo percorso in lungo e in largo paesaggio e sentieri senza trovare traccia del viandante, pensò di abbandonare la sua ricerca sulla natura umana, giudicando il suo oggetto inesistente.
Poi però, fulminato da un lampo d’arguzia tutta scozzese, decise di scrivere un dettagliato resoconto di quella strana indagine, per lasciare ai posteri un enigma sibillino da risolvere: è possibile che il risultato più sublime della Scienza sia proprio l’estinzione dello Scienziato?
Qualcuno, da Konigsberg, avrebbe raccolto la sfida.

occhiali

IL TEMPO DEGLI OCCHIALI

Quel benedetto cannocchiale giunse alfine tra le mani del professor Kant. L’orologio di Konigsberg pensò per una volta di fare l’orologiaio, e così smontò lo strumento. Vi trovò due lenti rotonde. E disse: «Ogni cosa appare tonda perché le lenti sono tonde. Le lenti sono tonde perché l’occhio è rotondo. E se vi fosse da qualche parte un occhio quadrato?» Questo pensiero dapprima lo rese alquanto inquieto.
Poi si riprese, anzi gli venne un ‘idea rivoluzionaria, quasi copernicana. Disse: «L’unico modo per non dubitare delle lenti è quello di non toglierle mai». Così armeggiò per un quarto d’ora finché ne ebbe fatto un paio d’occhiali, che inforcò soddisfatto sul naso.
Veramente avvertì durante l’operazione qualcosa come un sottile disagio, un piccolo pensiero, solo un insetto fastidioso, sia chiaro - perché gli venne in mente che per costruire gli occhiali stava lavorando senza lenti. Ma l’opera era ormai terminata e adesso il mondo ridondava lucente e perfetto come la sfera di Parmenide, senza più fessure.
« Scienza e scienziato sono una cosa», disse.
E si affrettò ad uscire: era tempo per la passeggiata, e i bravi cittadini di Konigsberg erano impazienti di regolare gli orologi.

Giugno 21, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO(1) di V. Binaghi

cannocchiale di Galileo

(Pubblicato in Per la Filosofia, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

Come andò che il mondo delle forme e delle immagini si dissolse come un sogno, per lasciar posto al regno della quantità e della misura? Quale intelletto amputato del cuore ha perpetrato il divorzio tra Bellezza e Verità? Domande tremende, cui si può rispondere solo col sorriso sulle labbra, se non si vuole precipitare nella vertigine che esse aprono sotto ai nostri piedi post-moderni. Così, mi è tornata in mente questa favola filosofica, che scrissi molto tempo fa, con l’irriverenza di un trentenne ancora fresco di studi, che credeva ancora di poter smascherare la menzogna del mondo. Ve la propongo in tre puntate.

IL CANNOCCHIALE DI GALILEO

« Come punge la barba del tuo babbo!» mormorò stancamente Galileo. E abbbozzò un vago sorriso che mal celava la pena. Poi, staccando la sua dalla guancia emaciata del bimbo, sospirò. Quale mai poteva essere la causa di quello strano, improvviso malore? Il suo figlioletto da due giorni non mangiava più; non sorrideva, né rispondeva alle richieste accorate del genitore: ma una lacrima, come un malinconico gioiello, brillava nell’occhio grande e puro.
Arrivò il cerusico. Lo visitò, si grattò la barba e chiese: « Hai masticato delll’erba cipollina?»
Il bimbo scosse il capo.
« La fantesca ti ha sgridato?»
Altro cenno di diniego.
« Per caso hai giocato vicino alla casa di Matelda - tutti sanno che quella vecchia è una strega -?» Niente.
Il dottore tornò a grattarsi la barba, non sapendo più che chiedere. Poi gli venne un ‘idea improvvisa. «Quali giochi hai fatto l’altrieri, figliolo?» Il bimbo, sempre in silenzio, alzò il braccio ed indicò il cannocchiale di Galileo, che giaceva in un angolo della stanza - e in quel momento perfino a Galileo, l’orgoglioso esploratore dei cieli, parve un oggetto strano, dall’aria quasi sinistra.
(continua…)

Giugno 20, 2008

LA FORMA DELL’AMORE E’ “PER SEMPRE” di Giuseppe Ghini(1)

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anelli

Il “per sempre” non mette al riparo da distrazioni, ambiguità e perfino infedeltà, ma è l’unica parola che può trasformare la passione umana in qualcosa che trascenda la natura. Il “per sempre” non umilia la forza dei desideri e delle affinità psicologiche, ma li chiama a divenir materia di un edificio indistruttibile, a cui Dio stesso, chiamato a testimone, dà forma. Evoca responsabilità ed impegno altissimi, che ai più fanno tremare le vene e i polsi, perchè inaugura un destino che rende impossibile l’erramento innocente e lo trasforma in tradimento, come può fare di uno sgarbo una sofferenza atroce. Un tempo ho creduto che il matrimonio fosse una sorta di cassetta di sicurezza per mettere il cuore al riparo dalle tentazioni: adesso so che l’unica donna che ho veramente amato e di cui sono stato spesso indegno mi ha semplicemente salvato la vita. Non perchè mi ha protetto dalla dissipazione (e sarebbe già molto), nè perchè mi ha svelato la sua nobiltà d’animo (ogni anima serba a suo modo tesori nascosti), ma perchè offrendomi tutta sè stessa ha sciolto a poco a poco il mio cuore di pietra. Tutto quello che ho detto e scritto fino a oggi è preistoria. Da oggi in poi non scriverò parola che non sia a lei dedicata e a lei non piaccia.

C’è uno snodo cruciale perché un’amicizia solida e seria tra un uomo e una donna diventi d’un tratto un’unione sponsale, un’unione in cui ci si accetta l’un l’altro senza misurare e senza imporre. Sta in due parole: “per sempre”.
È solo “per sempre” che ci si accoglie. In caso contrario subentra di nuovo l’ansia e la pretesa di misurare. “Non mi hai scelto per sempre – si lamenta lei nel fondo del cuore – perché stai ancora cercando, perché io sono sostituibile, perché, per usare le parole di Heinrich Böll, non sono io quella che ‘ti girato il cuore’”.
Il “per sempre” garantisce che quello che il mondo chiama fallimento si dissolva in una carezza di mia moglie, il “per sempre” assicura che lei, ai miei occhi, non fallisca mai, perché non mi aspetto nient’altro che lei.
Dal “per sempre” nasce lo stile di coppia, l’autoironia di coppia, il sorriso comprensivo – “Come se non ti conoscessi!” –, la conferma di una decisione iniziale in cui la parte di dono è stata sicuramente maggiore della scelta consapevole (”Ma con quale maturità ci siamo sposati?” – continuano a chiedersi con meraviglia crescente due coniugi saggi).
Il “per sempre” permette quella che Giovanni Paolo II chiamò con precisione “la legge dell’assorbimento del pudore nell’amore”. È solo il per sempre, notava, che consente di disattivare le misure con cui giustamente difendiamo la nostra integrità fisica e spirituale. “Solo perché sono sicuro di te, posso mettere a nudo il mio corpo e soprattutto la mia anima”. Ed è su questo “per sempre” che i figli sanno di poter riposare. Non è un contratto a termine anche se straordinariamente vantaggioso, quello che vogliono i figli, non è uno sponsor munifico. No, i figli cercano una pietra su cui costruire, un consiglio o anche un rimprovero disinteressato, una piccola patria a cui appartenere per la vita. Cercano una poltrona comoda in cui sedere e chiacchierare con calma con i propri genitori, il lettone su cui tornare a fare due coccole. (…)
Si dirà che quello che ho descritto è un legame talmente forte e disinteressato da essere piuttosto divino che umano. Ma forse non è casuale se quello trinitario è un rapporto tra Padre e Figlio, un rapporto di paternità e filiazione, rapporto talmente denso da costituire addirittura una terza Persona, Relazione d’amore. Scrive Ugo Borghello:
“Una dimensione fondamentale dell’amore, posto che l’uomo viene da Dio che è Trinità, è la sponsalità. L’amore che lega e rende ‘consorti’, ossia unisce in un destino comune. Ci sono tanti legami di amore a livello sentimentale, intenzionale, ma l’amore sponsale ha qualcosa di ontologico: crea un legame che rimane per sempre e definisce in modo nuovo la persona: sposarsi non è come essere amici; così come generare un figlio non è come occuparsi di bambini bisognosi. Giovanni Paolo II si è intrattenuto a lungo sulla sponsalità originaria dell’uomo e della donna; giunge a dire, con vero ardimento, che l’immagine e somiglianza divina viene proprio dall’essere uomo e donna nella sponsalità”.
È l’onda lunga di quella “traccia trinitaria” nell’uomo su cui i Padri della Chiesa tanto hanno riflettuto.

(1) Il testo è tratto dall’ultima delle Newsletters de Il Covile, il blog di Stefano Borselli

Giugno 18, 2008

I CORVI di Mario Rigoni Stern (1921-2008)

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corvo imperiale

(Da: Storie di uomini, boschi e api, Einaudi)

E’ di questi giorni la scomparsa di uno degli scrittori italiani più conosciuti e giustamente amati: autore oltre che di quel celebre diario di guerra che fu “Il sergente nella neve”, di molti e straordinari romanzi e racconti, spesso dedicati all’osservazione del mondo animale e del paesaggio montano. Un ricordo di lui, è un’occasione per continuare la nostra meditazione sulle forme viventi.

Mentre scrivo le cornacchie volano attorno alla casa e passano davanti alla finestra; arrivano qui dalle contrade sparse per la conca e dai cumoli di legname che i contadini hanno preparato sui prati ancora coperti dalla neve. Prima di andare ad appollaiarsi sugli abeti, con il loro craa craa craa dànno il saluto alla sera che sta salendo dai luoghi piú ombrosi; la loro voce, anche se abituale e profonda, ha un timbro particolare: ben differente da quella dell’alba, o da quella d’allarme o di richiamo. Prima di posarsi definitivamente si riuniscono in gruppo, sfiorano gli apici, riprendono ancora una volta la via dell’aria e le loro ali frusciano. Anche se non guardi verso di loro le puoi seguire nel volo con il suono che le penne fanno nel cielo della sera: virano, salgono, scendono; come una folata si calano quindi sui rami che dondolano sotto il loro peso, e torna il silenzio. Ma se prima di recarmi a dormire mi capiterà di fare due passi verso il bosco, allora, nel profondo della notte le sentirò volar via con improvviso rumore e subito ritornare a posarsi come se mi avessero riconosciuto.
(continua…)

Giugno 17, 2008

DAI TUOI PRATI NASCE E RINASCE IL MONDO di Roberta Borsani

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fogliame

dai tuoi prati nasce e rinasce il mondo
materno fogliame
nutre i bruchi delle anime

Giugno 15, 2008

MIMESIS, IMMAGINE E MODELLO di Valter Binaghi

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insetto foglia

Ed infatti in primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione; ed in secondo luogo tutti si rallegrano delle cose imitate. Prova ne è quel che accade in pratica, giacché cose che vediamo con disgusto le guardiamo invece con piacere nelle immagini quanto più siano rese con esattezza, come ad esempio le forme delle bestie più ripugnanti e dei cadaveri. La ragione poi di questo fatto è che l’apprendere riesce piacevolissimo non soltanto ai filosofi ma anche agli altri, per quanto poco ne possano partecipare. Per questo infatti si rallegrano nel vedere le immagini, perché succede che a guardarle apprendono e ci ragionano sopra riconoscendo ad esempio chi è la persona ritratta; se poi càpita che non sia stata vista prima, non sarà in quanto cosa imitata che procura il piacere ma per l’esecuzione, per il colore o per un altro motivo di questo genere.
(Aristotele, La poetica)

Aristotele qui mostra il carattere che gli psicologi moderni dell’immaginazione trascurano sistematicamente perchè ne fanno un fenomeno eminentemente percettivo, e che si può studiare invece in antropologi come Caillois o Girard, cioè l’origine mimetica. Prima che rappresentazione del reale, l’immagine è lo schema-guida di un mutamento funzionale all’adattamento ambientale nel meraviglioso fenomeno del mimetismo animale e, nei livelli superiori, è principio dell’apprendimento per imitazione.
Nell’uomo, come sottolinea Aristotele nel primo libro della Metafisica, l’immagine diviene forma contemplata per se stessa, fonte di meraviglia, strumento di conoscenza. Da qui l’interesse preminente per questo aspetto, che la filosofia e le scienze umane le hanno dedicato, riportandola nei limiti del logos scientifico o del mythos letterario.
Ma lo studio del comportamento umano mostra la limitatezza di questo punto di vista, rivelando l’importanza della mimesi sociale, della modellizzazione del comportamento, già in psicologi come Moreno (inventore della terapia basata sullo psicodramma), Desoille (inventore della terapia così detta della dell’”imagerie mentale” col Reve eveillè dirigè) e sociologi come Goffmann (“la vita quotidiana come rappresentazione”). Una analisi inestimabile ai fini della comprensione del mimetismo si trova in I giochi e gli uomini, di Roger Callois. Gaston Bachelard, nei suoi libri dedicati all’immaginazione poetica, ha mostrato quale sia il suo effetto profondo sullo psichismo del lettore. Infine, sul mimetismo e l’invidia sociale si fondano interamente la teoria del romanzo e poi l’antropologia sociale di Renè Girard.

Giugno 10, 2008

MACHIAVELLI di Santi di Tito/Guido Ceronetti

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santi di tito

“Santi di Tito, facendo il ritratto di Machiavelli, ha creato qualcosa di nuovo nella pittura demonologica. Non lavorava sul modello, ma su un’idea esattissima della demonicità machiavellica. Come figura dell’Intelligenza amputata del Cuore, questo suo Machiavelli è un vero demonio del tempo futuro”
(Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, Adelphi)

“Una conoscenza priva di un’idea imponente del Male, del Male come universo e principio, che non tenga conto del male che l’uomo è e fu, e che è costretto a espiare, è una conoscenza in vista del Male, suggerita, probabilmente, dal Male”
(Guido Ceronetti, ibidem)

Che cosa s’intenda con l’espressione Intelligenza amputata del Cuore, proverò a indagare coi prossimi post. D’altro canto, non sono meno interessato a quello che è il suo naturale risultato e complemento: un Cuore estaticamente beato della propria cecità. Per fare questo bisogna indagare non solo l’ambiente della decisione politica, come suggerisce Ceronetti, e nemmeno solo quello ideologico (cosa che faccio il più delle volte) ma anche la creatività dell’uomo contemporaneo, cioè l’ambiente tecnologico e quello estetico.

Giugno 9, 2008

INTERNO NERO di Valter Binaghi

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Lo capiranno? Che il tuo parlare di montagne non è di glorioso alpinista ma di onnivoro esploratore?
Che non ti credi l’uomo sulla vetta, ma vuoi solo rimettere l’altezza nella topografia di un secolo ridottosi al Ground Zero? Si renderanno conto che il tuo cuore non adegua il tuo sguardo, che sei un cercatore di turchese nella pietraia, un pirata dalle mani insanguinate che esiterebbe davanti al Fiore, ritenendosi indegno? Capiranno che ciò che ti obbliga a parlare è lo scandalo dei piccoli, la pena per le pecore senza pastore, e se a volte alzi la frusta è perchè c’è chi non solo non vuole sentire parlare di cose grandi, ma vorrebbe cancellarle dal mondo per accidia? Vedranno che non cerchi un facile rifugio dal caos, tu che ogni mattina ti chiedi quali siano i veri contorni delle cose, tu che ospiti una legione di demoni nei tuoi sogni, tu infedele e spergiuro, incapace di serbare limpida l’acqua dalla polla del pensiero alla foce dell’azione? Vedranno di te lo slancio nobile piuttosto che il guizzo del serpe?
Oppure sono in molti, e non solo quel testone di Iannozzi, che ti credono uno dei tanti curatori fallimentari della rivoluzione, uno che sviluppa alti pensieri solo perchè non ha più sperma nei coglioni?
Sia come sia. Ci sono giorni in cui lo penso anch’io. E allora mi dico: la benzina dell’uomo finisce presto. Forse tornerò a parlare il linguaggio del secolo, avrò miglior fama nei salotti buoni e magari mi offriranno un posto per scrivere su “Repubblica”. Sarà la degna conclusione di una vita interamente risolta nel suo tempo, finalmente, e forse un sollievo. Ma anche no. Se non c’è che orgoglio e paura in me, la fiamma si spegnerà presto. Se non si spegne, è qualcun altro che soffia. E’ così che i contorni si definiscono, e l’oro, poco o tanto che sia, rimane nel crogiolo dell’alchimista.

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