Doctor Blue and Sister Robinia

I miei romanzi - Devoti a Babele

In libreria dall’8 aprile 2008.

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Chi è davvero Arvo? Un tossico all’ultimo stadio? L’uomo che si libera della propria dipendenza
per diventare adepto di una setta new age? Il personaggio mediatico che partecipa a un reality
show e poi naufraga nei lussuriosi labirinti del web?
Forse è sopravvissuto al Diluvio, ma nessuno sa più dove sia.

Discese all’inferno e compiaciute permanenze ne abbiamo avute a iosa, e nessuno ha aggiunto una virgola a Rimbaud. Io vi racconto come se ne esce.

RECENSIONI

GIAN PAOLO SERINO - I ragazzi dello zoo di Parco Lambro
(La Repubblica - Milano - 6 aprile 2008)

«L’apatia che ci rende indifferenti a Dio e alla ghigliottina», descritta da Albert Canus ne Lo straniero, è la stessa visione che anima il nuovo romanzo dello scrittore milanese Valter Binaghi, tra i protagonisti della controcultura italiana degli anni settanta e redattore storico della rivista Re Nudo.
Il libro di Binaghi è un crudele e spietato ritratto di una generazione, quella dei nati negli anni ´60, senza più santi né eroi, che ha lasciato il posto a un pubblico (di giovani) persi ancora di più, se è possibile, nel vuoto pneumatico di giorni perduti.
Il protagonista del romanzo è Arvo, un uomo che ha affrontato l´inferno dei paradisi artificiali, perso in quella che chiama la «religione del buco». «L´eroina è il paradiso zippato in 2cc nella società dei consumi: il suo appetito insaziabile è il cattivo infinito di Hegel». Perché «mentre scribi e farisei affidano a polizze assicurative e fondi d´investimento il proprio futuro», Arvo non cerca la vita eterna ma qualcosa che gliela dispensi.
Tra i tossici di Piazza Vetra e del Parco Lambro ricorda con amarezza che «noi ragazzi del ´77 siamo stati programmati per l´Apocalissi». E la sua sembra del tutto privata, mentre nella realtà l´Apocalisse è la triste consapevolezza che, come scriveva Karl Kraus, «il male non cresce mai così bene come quando si ha un ideale davanti a sé». Reduce da movimento, soldato senza rivoluzione, Arvo si trova catapultato nel nostro presente: non più impegnato a conquistare l´utopia di case occupate - hanno sostituito le comuni con i casermoni di periferia, le comunità con le holding del recupero new age - ma a conquistare un posto in poltrona. Come tutti «arruolato nel nirvana della telepresenza».
Devoti a Babele, pubblicato dalla casa editrice Perdisa, è un romanzo complesso. Non è facile comprenderlo a una prima lettura: la trama non avvince e la scrittura sembra intuitiva. Binaghi, che con il precedente I tre giorni all´inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2006), ha dimostrato tutte le proprie potenzialità narrative, in questa nuova prova sembra volerle abbandonare. Ma è solo apparenza, e in questo sta la sua vera forza. A lettura terminata, rimane e si imprime dentro. Babele di significati e personaggi difficili da dimenticare.

ARVO, EROE SENZA VOLTO NELL’ITALIA CHE CAMBIA
di Stefania Nardini

(“Il Corriere Nazionale”, 27 aprile 2008)

Arvo. Una creatura , un simbolo. Sagoma in carne ed ossa trafitta dalle pallottole di un killer senza nome. In agguato. Signore delle tenebre nell’Italia della “Milano da bere”. Vampiro senza pietà nel gioco della vita sballata e senza scrupoli. Il grande profeta, il mago, l’alchimista, che attraverso l’invisibile tela di un sistema mediatico infarcito di culture a basso costo, lo guida nelle scene di una commedia in cui Argo non può che essere com’é.
Ha il sapore di una parabola la storia che Valter Binaghi racconta nel suo ultimo romanzo, “Devoti a Babele” (Ed. Perdisapop, collana Walkietalkie), che è l’immersione nel mondo, in questo nostro mondo, con gli occhi di chi ,con lucidità, ne coglie i segnali.
Un romanzo tanto semplice da leggere, ma che lascia intuire un lavoro approfondito, di osservazione, raccolta di dati e fatti, in un’analisi che lascia al lettore la libertà di interrogarsi quando arriva all’ultima pagina. Perché Argo, questo giovane tossico, che in nome della “roba” ha cancellato qualunque valore morale, ricavandosi una sua “morale” dentro un mondo, quel mondo che noi chiamiamo marginale, viene seguito dal narratore, che preferisce chiamarsi cronista, in un’evoluzione che apre un ventaglio di spunti sui quali vale la pena riflettere.
Argo ha una madre che soffre per lui. Un giro di amici balordi come lui. In un contesto di insoddisfazione che è attorno a lui. In tutto ciò che lo circonda in quei mitici anni ‘80 quando si stava consumando la grande sbornia tricolore. Ma Argo che ne sa? Si fa. Ruba. Spaccia. Fino al giorno in cui giunge al momento della redenzione in una comunità terapeutica.
Qui Binaghi è riuscito con grande abilità a trasmettere l’aria che si respira in certi luoghi votati al recupero di queste anime metropolitane. Anime giovani e malleabili capaci di trasformarsi attraverso tecniche new age da strapazzo che si rivelano facilmente tentacoli del grande signore delle tenebre
sempre in agguato. E Arvo si trasforma. Non cambia.
Si trasforma in una persona normale, come tanti “normali”, portando dentro di sé un peso che le sedute psicoanalitiche della comunità, e le tecniche alternative non hanno mai veramente scalfito. Eppure cresce Arvo. Cresce e si fa una famiglia. Ma la sua solitudine è profonda. Così tanto che è
difficile da percepire. Ma non siamo più negli anni ‘80. Siamo ai giorni nostri. Nell’era della comunicazione, del grande fratello, di You Tube, di Internet.
E per essere bisogna apparire. Per “esistere” si deve andare in onda. Il reale per essere tale é filmato. Che ne sarà di Arvo in questa fase? C’è la sua storia di ex tossico. Il suo percorso per uscire dal tunnel. Ma il tunnel è veramente dietro le sue spalle? Riuscirà Arvo ad aggrapparsi alla sua esistenza trasformandosi in un nuovo eroe mediatico?
In questa parte il romanzo di Binaghi assume forza, le parole penetrano nell’universo degli spettri
virtuali, i nodi sono matasse difficili da sbrogliare. Anche i personaggi che si muovono sono presi dalle cronache di ordinaria quotidianità per diventare letteratura, in un’operazione di osservazione e penetrazione di questo nostro oggi. E il “cronista” li descrive, ne narra le misere gesta che però fanno audience, dunque successo. Perché è il successo il traguardo della corsa nella società-discount. “Vogliono contare. Quante volte i visitatori hanno cliccato la loro clip su Youtube… Questo sono i ragazzi. I loro padri invece vogliono, strapparsi di dosso l’anagrafe e il profilo cascante…. Il ciberspazio fa impazzire. L’onnipotenza dell’avatar è meglio della vita vera…”
Ma c’è Arvo. E’ lui il simbolo. E’ lui la sagoma in carne ed ossa trafitta dal dolore. Un dolore che prepotentemente è sentimento. Anche follia. Dunque qualcosa di umano che lascia un messaggio.
Il messaggio che una parabola deve lasciare. Perché poi tutto il resto è riflessione.
Binaghi con questo suo romanzo ha aperto una sfida. Esercizio che gli si appropria perché non molla
mai. E questa sua “creatura” che viaggia tra la prima e la seconda repubblica nella sua fragilità ha ancora una forza da scoprire.

ANTONIO PAGLIARO SU “LIBERAZIONE”

FRANZ KRAUSPENHAAR SU “NAZIONE INDIANA”

2 Commenti »

  1. Pietre che parlano
    Da semplice lettore, non so se chiamare “fortuna” l’avere iniziato a conoscere e leggere i tuoi libri partendo dal tuo ultimo romanzo “Devoti a Babele”, perché ho la netta sensazione che partire “dal fondo” evochi lo slancio verso altre alte vette. Mi spiego, o cerco di farlo al mio meglio: il libro merita di essere letto, è certo un forte stimolo a (ri)pensare alle scelte fatte non da alcune persone o da alcune generazioni, ma dall’Occidente intero, lanciato nella folle corsa come un carro infuocato che anziché elevarsi al cielo come il profeta Elia, si inabissa senza che l’auriga riesca a guardare indietro, o forse, come l’Angelo di Benjamin, va con le spalle rivolte al futuro con gli occhi spalancati agli orrori del passato (vedi il bel libro di Gershom Sholem :Walter Benjamin e il suo angelo. ed. Adelphi); qui però non voglio entrare nel merito dei rimandi “storici” né nel merito degli avvenimenti del protagonista: chiudendo il libro, ho avuto la netta sensazione, come lettore, che persista un’inquitudine; non è il libro che è inquietante, anzi per certi versi è addirittura divertente, è che sono rimasto lì fermo a “metabolizzare” il “Prologo nella preistoria” ed in particolare:
    “L’uomo nascose la sua anima in una pietra (…) un sasso tondeggiante (…) che ricordava il cuore. (…) sciolse il sacchetto di pigmento (..) e lo impastò con la saliva (…) tracciò tre circoli concentrici sul sasso e poi il punto centrale(…) nascose la sua anima in una pietra (…) un luogo dove un unico albero nella radura si lanciava contro il cielo come una freccia puntata. Lì, nell’anfatto formato dalle radici dell’albero, infilò il suo sasso…mormorando la preghiera poi si voltò e prese a camminare verso Ovest (…) e intanto cominciò a cantare, misurando (…) la distanza (…).”.
    Qui, da lettore, penso che ci sia tutta l’alchimia del tuo libro, ogni parola è qui simbolismo, allegoria, rito, è l’“intervallo di risonanza” da te più volte citato.
    I richiami di questo “Prologo” sono al fondamento dell’essere, la vita qui non si racconta, è essa stessa il racconto.
    “Anche il simbolismo della pietra, l’occultum lapidem, che si rinviene rettificando nelle interiora (…..) trae origine (non cronologicamente) da una sensazione interiore; (…) Soltanto che, mentre una prima ed incerta sensazione di sprofondamento nelle intime latebre della coscienza è facilmente accessibile, per raggiungere la sensazione della «pietrificazione» occorre in generale un lungo periodo di assidua pratica del rito. Un documento italiano del 1600 circa, intitolato: La prattica dell’estasi filosofica, forse del Campanella, e pubblicato dal D’Ancona insieme a scritti del Campanella (Torino, 1854, Vol. 1, pag. CCCXXIII), dice appunto che ad un certo stadio della pratica si diventa «immobile come se fossi una pianta o una pietra naturale»; e ci conferma come sia spontaneo ed esatto l’assimilare il raggiungimento di simile condizione al rinvenimento della pietra.”(tratto da “Pietro Negri - Conoscenza del simbolo” in: Introduzione alla Magia vol.1 a cura del Gruppo di UR ed. Mediterranee).
    Ed è questa ricerca della pietra filosofale che persistendo crea l’inquietudine, ecco perché ritengo che avere incrociato il tuo ultimo libro, anziché il primo o il terzo o un altro ancora, mi fa pensare che leggendoti dal fondo e risalendo il fiume giungerò alla fonte di un linguaggio essenziale. O forse son solo parole…un saluto

    Commento di lucio — Maggio 23, 2008 @ 7:56 pm

  2. Beh, Lucio questa è una lettura che mi commuove. I segni dell’Opera di cui dissemino i miei scrittarelli, sono come messaggi nella bottiglia, a me stesso parzialmente oscuri, perchè aspettano di essere interpretati da altri.
    Se t’interessa questo aspetto, lo troverai soprattutto in “I 3 giorni all’Inferno” ma anche in “Robinia Blues”, che è storia di una catarsi

    Commento di vbinaghi — Maggio 23, 2008 @ 8:19 pm

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