I miei romanzi - I 3 giorni all’Inferno di Enrico Bonetti, cronista padano
SIRONI EDITORE, 2007

Tullio Avoledo - In seconda di copertina
Nel 2005 ho scoperto di avere un fratello gemello. A rivelarmelo è stata una lettera di Valter Binaghi, uno scrittore che non conoscevo, nato come me nel 1957. Dopo aver letto Lo stato dell’unione mi mandava un suo romanzo, dicendo che pensava potesse piacermi.
Quando l’ho letto ho capito perché. Era come leggere un altro me stesso. E non era solo questione di stile: di dialoghi, per dire, o di ritmo. Era anche questo, ma c’era qualcosa di più profondo.
Era il fatto che Valter e io, come Abraham van Helsing, siamo rabdomanti del Male. Il Male che è nel mondo e che solo a volte emerge, squarciando clamorosamente il silenzio, dalle pagine dei quotidiani o sugli schermi televisivi, mentre di solito è un fiume sommerso, di cui percepiamo però il rumore sotterraneo, le vibrazioni. Il Male che può annidarsi in un condominio o in una banca, in un libro dimenticato o nel codice sorgente di un videogame: insomma in uno dei tanti mondi alieni nascosti in questa terra, in questo tempo che ci ostiniamo a credere normali.
Valter è un maestro nel descrivere luoghi e giorni comuni e nel farci vedere cosa scorre in realtà sotto traccia, nel buio.
Leggere questo libro vi piacerà immensamente.
Leggere questo libro potrebbe aprirvi gli occhi
Alessandro Zaccuri - Avvenire
Mai sottovalutare un tipo come Enrico Bonetti. Non soltanto perché conosce bene il suo mestieraccio di cronista e meglio ancora il territorio in cui si muove: l’hinterland di Milano, dove un tempo prosperavano fabbriche e fabbrichette e oggi, se non stai attento, ti ritrovi a fare i conti con sette sataniche, messe nere non sempre improvvisate, perversioni private e impensabili livelli di potere occulto.
Sì, perché il motivo per cui il Bonetti non va preso sottogamba è proprio questo suo avventurarsi in un terreno che, se non fossimo in un romanzo di genere, verrebbe voglia di definire in termini di emergenza educativa.
Ma perché un tema come questo non dovrebbe essere materia di un noir? E, soprattutto, sarà davvero un noir, sarà davvero soltanto un robusto romanzo di genere il libro di cui stiamo parlando? Ne I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano Valter Binaghi ha voluto far confluire molte delle sue passioni di lettore e scrittore, senza per questo nascondere il nucleo di esperienza personale che brucia al centro del racconto.
Il che non significa che la trama – complessa quanto basta, ma sempre coerente con se stessa e conseguente nei suoi sviluppi – possa essere considerata in qualche modo secondaria. Al contrario, ci si appassiona e ci si sorprende durante la lenta scoperta del filo sanguinoso che lega l’orribile ritrovamento iniziale alle più sofisticate ingegnerie illegali della genetica e della pedopornografia. Eppure, mentre accompagniamo Bonetti in un’inchiesta giornalistica che assomiglia sempre di più a un’indagine di polizia, ci accorgiamo che ogni personaggio rappresenta qualcosa della crisi con cui la nostra società si sta dolorosamente confrontando.
C’è Bea, la bella adolescente che cade nel vizio perché non trova nessuna ragione per non farlo. E c’è Mastro Cane, il professore disilluso che sconta con una vita randagia la colpa di aver fallito nel suo compito di educatore. C’è frate Remigio, coltissimo e tormentato navigatore del cybersapzio, anche lui alle prese con una ferita impossibile da medicare. E c’è il misterioso Runo, che di frate Remigio rappresenta a tutti gli effetti il doppio diabolico.
Ci sono, in realtà, tanti altri incontri, tante altre situazioni in questo romanzo che non teme di presentarsi come provocatoria opera di apologia del cristianesimo in epoca di secolarizzazione e relativismo. Più che altro, però, c’è il cronista Bonetti, che sembrerebbe soltanto un testimone e poi, all’ultima pagina, compie il gesto umile e necessario di una paternità che dà senso all’intera, intricata vicenda.
Anche per questo – proprio per questo – non va sottovalutato.
Franz Krauspenhaar - Liberazione
Gaja Cenciarelli - La poesia e lo spirito
Paolo Gulisano - La Provincia di Lecco
In un panorama letterario scettico, relativista, disincantato, dove la massima superiorità intellettuale consiste nel ridere di tutto, constatando senza amarezza la vacua stupidità di cose e persone, Binaghi ha scelto di scrivere di ciò che più conta: il Bene e il Male, l’amore e l’odio, Dio e l’Anticristo, paludando il suo messaggio in un thriller, come Chesterton faceva col giallo e Tolkien e Lewis col Mito.
“Quando mi chiedono perché scrivo dei noir, - dice - vorrei rispondere che sono sostanzialmente obbligato a farlo, se voglio pubblicare dei romanzi, ma non sarebbe giusto.
In realtà mi piace, è un tipo di narrazione che offre molte possibilità, ma il genere è solo una caratteristica esteriore, il sangue glielo dà una storia ispirata, e una voce ferma.
Per me storia ispirata significa una storia nata da una visione, una visione non dell’occhio ma una visione, qualcosa su cui il tuo spirito ha planato per un attimo, e poi magari c’è voluto un anno per lasciarsi dire: è il nucleo generativo e il motivo vero per cui scrivere è una necessità interiore per chi la prova, come mangiare e dormire.”
Questo “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti” è forse, da molti anni a questa parte, dopo il grande Mario Pomilio, un esperimento di romanzo cristiano.
In effetti questo romanzo terribile è una grande storia a sfondo metafisico, è un libro profondamente religioso, è un libro cristiano, e mi auguro che ciò venga pienamente compreso.
E’ difficile imbattersi in opere come questa. Nonostante l’assoluta e indiscussa italianità e addirittura milanesità di queste pagine, c’è un’originalità nel modo in cui l’Autore affronta il problema del Mysterium Iniquitatis che non è reperibile negli scrittori italiani, nemmeno in quelli cattolici, se non il Pomilio sopra citato e un po’ di Pontiggia.
Si ritrovano in Binaghi gli accenti di un grande scrittore inglese: Anthony Burgess. Non solo quello di “Arancia ad orologeria” (Meccanica nel film), ma anche di un altro tremendo suo romanzo, “I poteri delle tenebre”, che lessi anni fa e mi suscitò impressioni e sentimenti simili a quelli che mi ha suscitato questo romanzo. Un libro dal sapore forte, questo: lo leggi come un thriller, ma ti lascia dentro domande ed inquietudini, rievoca paure ancestrali, striglia la coscienza. E’ roba forte, magari in certi momenti leggerlo ti mette a disagio, e non può essere diversamente perché lo spettacolo del male deve mettere a disagio. L’autore ha messo le mani nell’abisso, e lo ha descritto a tinte forti, realistiche, senza compiacersene.
Gli eroi di questa storia, il cronista di provincia Sonetti, un mezzo fallito, e il sacerdote Remigio che naviga su internet per stanare Satana, sono in effetti antieroi, uomini veri con uno sguardo attento sul reale, duro ma umano. In questo romanzo tragico c’è, e si apprezza. un leggero retrogusto di sano umorismo che affiora anche nei momenti più drammatici, e ciò è ancora più significativo se pensiamo che gli scrittori italiani non hanno generalmente alcun senso dell’umorismo; più in generale nel Belpaese o c’è lo sghignazzo cattivo e sguaiato o c’è una desolante superbia incapace di ridere di sé. Con questo libro non è raro che sfugga un sorriso, nonostante tutto, che scioglie le forti tensioni create dal dramma che va dispiegandosi.
Il libro dunque è riuscitissimo, sia dal punto di vista dei contenuti profondi che ha, sia del plot narrativo, con un notevole colpo di scena finale: non una sorpresa clamorosa, ma una realtà tremenda che si svela e ti fa male.
Leggendo queste pagine si prova tutto il peso che la presenza del Male nel mondo esercita, per la durezza del cuore degli uomini, per l’orrore che essi sanno creare. Ci sono pagine davvero crude, e tuttavia la realtà è questa, con essa dobbiamo fare i conti. E l’autore, senza pessimismo ma con la certezza del credente, ci fa capire che solo un Dio ci può salvare.
Danilo Arona - Horror.it
Per citare “Kappa” (Andrea Carlo Cappi), esistono sull’orbe terracqueo bizzarre categorie di individui che sono i “cacciatori di libri”. E, va da sé, esistono i libri maledetti.
Quelli che abbondano nella letteratura horror e la cui lettura, negli universi alla Lovecraft & Co., fa impazzire gli sprovveduti curiosi.
Sarei pronto a garantirvi che esiste qualche caso del genere anche “al di qua”, ma per il momento glissiamo, anche perché andremmo fuori tema alla quinta riga.
Oggi voglio solo alludere (per consigliarvelo) a un libro che non va ricercato in qualche oscura catacomba o nell’impolverata sacrestia di una chiesa sconsacrata, ma soltanto comperato in qualsiasi libreria: perché anche nelle più innocue rivendite di articoli di consumo (spesso usa-e-getta come sono alcuni best-seller da sistema-mercato…) possono reperirsi libri che emanano alla lettera il “profumo” del Male.
Questo s’intitola I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, scritto da un amico - Valter Binaghi - con cui condivido aspirazioni a scendere alle massime profondità dell’Abisso, amore per il rock e persino qualche acciacco, ed è - alla lettera - la più viscerale calata nel ventre molle, liquamoso, della merda maligna, terrorismo della mente prima che della carne, che sta intossicando la psiche e l’anima del pianeta grosso modo da quando siamo transitati nel cosiddetto Millennio.
Il libro non ve lo racconto, perché sarebbe un sacrilegio, e vi dico solo che c’è Satana (quasi in persona) che si balocca fra crimini rituali di provincia, orrori cosmici per nulla metafisici, esorcismi e antagonismo metallaro, personali criminali tanto grotteschi quanti veri e un giornalista di provincia che devo avere incontato a Bassavilla almeno una dozzina di volte durante la mia vita (se posso citare per gli alessandrini che mi leggono, il grande Corrado Testa quale archetipo locale…), e qui mi fermo.
Però il Binaghi, con la sua Healer’s Blues Band (blues sanguigno, da delta del Tanaro…), è sceso a sua volta negli inferi di Alessandria (la Bassavilla del “basso” piemonte, bassa pianura, conca dove già non si respira…) per portarvi il suo spettacolo Discesa agli inferi di cronista padano, che al romanzo in questione è ispirato quasi come uno spin-off (ma saggiamente lo riproduce solo in parte). E al riguardo qualcosa in più riesco a snocciolare.
La “discesa”, quella rappresentata sul palco, consiste nella lettura drammatizzata a due voci di alcune pagine tratte dal romanzo, “montate” però in modo diverso, alternate all’esecuzione di brani musicali molto noirs (Chris Rea, Nick Cave, Bob Dylan, Tom Waits, Rolling Stones e altri ancora) che “staccano” e al contempo fungono da soundtrack. Le due voci in “contrappunto” sono quella di Binaghi e del “diabolico” Davide Scheriani, secondo solo sul fronte della suggestione maligna alla grande statua del leggendario Pazuzu filmata negli anni Settanta da Friedkin ne L’esorcista… Questo Bonetti che si concretizza in palcoscenico, quasi un “fantasma alla De Palma”, è un cronista di nera che lavora in un’altra “bassavilla” (provincia lombarda, nebbie, noia, finte trasgressioni, quasi il nulla…), ed è malinconicamente innamorato di Ljanka, una prostituta slava che progetta di strappare al racket. Alcuni misteriosi omicidi, tra cui quello particolarmente orrendo di una donna gravida cui è stato strappato il feto, mettono il Bonetti sulla pista di un gruppo di giovinastri, satanisti da Bar Sport come quelli di recente resi celebri dai processi alle cosiddette “Bestie di Satana”. A questo punto emerge dalla penombra scenica uno dei protagonisti della vicenda: il prorompente frate Remigio da Mortara, esorcista in Rete ed eterodosso indagatore di crimini rituali, che non esita di fronte ai metodi della pirateria informatica. Grazie a lui il Bonetti scopre che i satanisti hard rock sono solo lo scenario più folklorico, semplice manovalanza dietro cui si cela una vasta organizzazione criminale.
Pian piano il paesaggio provinciale delle prime pagine lascia spazio a una mappa internazionale dell’orrore che comprende traffico d’organi e cliniche compiacenti, e un mercato di vite umane destinate al ruolo di cavie in laboratori coperti da segreto militare.
Dopo l’11 settembre la paura è il vero business del terzo millennio, in nome di essa la ricerca di armi biologiche si è fatta indefessa quanto clandestina, e lo scontro di civiltà che il neo-imperialismo reclama a gran voce potrebbe richiedere sacrifici umani.
In mezzo a tutto questo il Bonetti riesce nell’impresa di strappare al racket dell’immondo Zoltab la sua Ljanka e giunge a rivestire un ruolo decisivo nelle indagini, durante le quali s’imbatte in personaggi commoventi e surreali come Alvaro, che allestisce spettacoli coi suoi cani ammaestrati nelle piazze di paese, o come Papa Lumumba e Mama Rose, due profughi di colore dal diluvio di New Orleans, che con un rito sciamanico rendono possibile al cronista una discesa agli Inferi del proprio inconscio, per recuperare un ricordo perduto ed essenziale alla ricerca. E si appalesa lo scontro finale, ma qui mi mi autocensuro perché il colpo di scena - tanto quello sul palco che quello nel libro - è di quelli autentici che ti arrivano diritti nelle pudende, lasciandoti senza fiato. Le due discese nel Mondo di Sotto, nella loro reciproca congruità, assumono i caratteri di un romanzo di idee: scontro tra l’anima cristiana, decisa a preservare la sacralità della vita, e la ragione luciferina, ovvero l’agire tecnico che trasforma il pensiero in informazione e l’essere in merce. Tutto questo avviene nell’impotenza della politica (c’è un capitolo interamente dedicato a una manifestazione anti TAV, ma anche una chat in cui si scopre come e per chi vota Berlusca), l’inattualità della scuola e la complice futilità di certa cultura, mentre le masse sono sempre più irretite da una rappresentazione spettacolare della vita, ormai identica alla vita stessa: mentre frate Remigio è convinto che i demoni si siano impadroniti del mundus imaginalis attraverso i media, e che la percezione attuale del mondo sia una sorta di allucinazione condivisa (quel che in pratica andiamo raccontando da eoni nelle Cronache…), e l’autore paga i suoi debiti alla sociologia oltre che alla teologia, citando tra i crediti autori come Marshall McLuhan, Ivan Illich, Christopher Lasch e Renè Girard, e tra le citazioni letterarie persino il nostro Palo Mayombe, in buona compagnia di vari “rabdomanti del Male” quali Avoledo, Bernardi, Genna, Formenti… E tanti altri, tra cui dei grandi che non necessitano della nostra citazione.
Che raccontarvi d’altro? Fate girare questo spettacolo (oltre che comperare il libro). C’è un Binaghi che canta con un vocione roco e convincente e da lontano appare come perfetta sintesi tra Mario Biondi e Jean Reno, un agghiacciante Scheriani che ti costringe dal palco ad abbassare lo sguardo e spiare la punta delle scarpe, un gruppo di musicisti di prim’ordine che sputa l’anima sul palco. Insomma, il minimo indispensabile per rendere sopportabile questo e altri inferni.
Marco Merlin - Atelier
Ho parecchie persone cui suggerirò questo romanzo: si tratta di una fitta schiera di conoscenti e colleghi ottimi lettori di bestseller americani, che fra le penne nostrane hanno letto Faletti o, nella migliore delle ipotesi, quando già dimostrano una certa raffinatezza, Carlotto (Lucarelli no, non è esattamente il loro genere).
Intendiamoci, non è una battuta snob per disprezzare questi Tre giorni all’inferno, ma il cronico ottimismo con cui guardo a lettori da conquistare. Fin dal titolo, il libro di Binaghi mi pare un’ottima esca: c’è la veste, ma c’è anche la sostanza.
La trama è tracimante e fa leva su una folla di personaggi, a tratti pittoreschi eppure desunti per lo più dalla fauna provinciale e metropolitana del nostro Nord (direi meglio: della Padania), ma anche, come è naturale, da tanta altra letteratura. Forse la materia risulta, anzi, fin troppo fermentante: svariate bollicine lasciate risalire in superficie alla fine scoppiano sotto il naso un po’ futilmente, e la scrittura oscilla tra pennellate di buona letteratura (anzitutto nelle pieghe in cui i personaggi prendono voce e diventano veri, quando la trama riposa e respira la pietas dello scrittore) e colate di lingua standard che riducono molti punti di accensione linguistica a petardini cinematografici o poco più. Inoltre, le spalmate di cronaca e di storia contemporanea sono vigorose e sovrabbondanti (la si insegue in tutti i rivoli d’inchiostro, secondo un dettame quasi universalmente accettato della narrativa d’oggidì), ma paradossalmente il tutto pecca di presa mitica.
Paradossalmente, dico, perché non mancano dosi corpose (talvolta però pacchiane) di esoterismo, di visioni apocalittiche, di intrighi mondiali e quant’altro, ma tra gragnole di scene efficaci e colpi di scena, l’opera risulta nell’insieme eccessivamente gasata, mi pare. Il fatto, in definitiva, è che Binaghi (come tanti scrittori di thriller e di polizieschi?) è in fondo un moralista che si diletta con la narrativa: un modo per permettersi di lanciare i propri pistolotti (in queste pagine non si risparmia niente: TV, politica, letteratura, scuola, religione, cultura giovanile…) non dalle altezze fastidiose di un pulpito, ma dai gradini di un’ironia che risale, dal basso verso l’alto, le sue possibile gradazioni, dal comico al sardonico, restando protetti, ovviamente, dalla maschera dei personaggi che prendono voce in vece dell’autore. A scrittori di tal fatta andrebbe benissimo anche una trama alla Beautiful, per uncinare il ventre molle della realtà.
Il libro, in effetti, potrebbe anche ottenere successo: diverte, rispetta il genere e nel contempo, come appunto gli scrittori migliori ambiscono a fare, lo violentano, ne usano la finzione per dire sul serio. Spararla grossa, entro questi parametri, è dunque perfino necessario, e per questo gli eccessi di cui si è riferito restano tollerabili, almeno fino a quando l’autore non risparmierà pure se stesso, come accade, appunto, nei Tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano: si vedano le belle pagine con cui Zivago si rivolge alla sua vita precedente, rinnegandone le illusioni, pur con tutta la sofferenza che comporta… Tali pagine sono il pertugio in cui il volto dell’autore fa capolino, nemmeno troppo velatamente. Il moralismo di Binaghi nasce infatti dalla ferita di ideali giovanili (il Sessantotto…) che si sono rovesciati contro se stessi, pervertendosi, marchiando a fuoco la vita di chi poi ha dovuto sopravvivere anche alla deriva storica e sociale che ha fatto seguito a quegli anni di passioni abbacinanti, deriva, appunto, che l’autore segue con questo libro, per poterla infine screditare, irridere, scongiurare, senza ipocrisia però, ovvero, come si diceva, senza la pretesa di uno sguardo redento che giudica dall’alto.
Ciao Valter, forse ci vengo il 3 ottobre a sentirti, a Villa Greppi,
Spero anche di potermi procurare una copia del tuo Robinia Blues…
Commento di Carla — Settembre 28, 2007 @ 6:31 pm
che secondo me rimane il pià bello!
Commento di Manu — Settembre 28, 2007 @ 11:45 pm
[...] raccolto qui le recensioni di Danilo Arona, Tullio Avoledo, Paolo Gulisano e Alessandro [...]
Pingback di I 3 giorni all’Inferno di Enrico Bonetti cronista padano - di V. Binaghi « Doctor Blue — Novembre 16, 2007 @ 12:59 am