Doctor Blue and Sister Robinia

I miei romanzi - La porta degli Innocenti

DARIO FLACCOVIO EDITORE, 2005

innocenti

Recensione di Sabina Marchesi - Guide Giallo Noir di Supereva

Da quella inguaribile romantica che sono ho sempre rifiutato di leggere le prefazioni di un libro e fino a che non sono giunta alla fine tendo, possibilmente, ad ignorare perfino la reale identità dell’autore. Non mi interessa sapere se uomo o donna, se autore affermato o esordiente, se professore o giornalista, mi illudo di sapere riconoscere una buona storia, quando ne leggo una, indipendentemente dal fatto se sia stata scritta da Baricco o da una casalinga anonima di Brescia.
So che è un modo di porsi se vogliamo un poco demodé, ma per me quello è ancora l’unico e il solo sistema per leggere e gustare un buon romanzo.
Non voglio che nessuno, autorevole o meno che sia, mi dica quello che devo pensare, o come lo devo inquadrare. Un libro, quando si aprono le pagine, è sempre un’indicibile avventura che va vissuta passo passo, da soli con se stessi, perché, come la vita, ogni libro dice a ciascuno di noi delle cose diverse.
E la lettura di questo romanzo dice una cosa sola, che l’autore ha scuola ma ha anche, cosa più importante, anima e cuore. La storia è ben tessuta, la trama perfettamente ordita, l’ambientazione provinciale suggestiva e struggente come poche altre, ma il tocco vero, di sublime poesia, sta in quei piccoli ritratti, in quelle macchiette stravolgenti e persuasive che ci riportano, come in un radio dramma, come in una pittura impressionistica, ansie, palpiti e respiri dei protagonisti.
Come non innamorarsi della pastora che parla in dialetto stretto e biascica antiche storie contadine mangiucchiando pane e formaggio davanti al camino assieme a due bambini che sembrano usciti dritti dritti dalla fiaba di Hansael e Gretel?
Come non restare incantati dalla quieta silenziosa composta dignità di quella madre sola che ricompone il cadavere del figlio adolescente, che ha appena perduto due volte, una perché è morto, e la seconda perché non è riuscita a seguirlo e ad amarlo abbastanza per riuscire a proteggerlo dalle sue stesse fobie?
Come non subire il fascino e la malia di quell’antico vegliardo fiero e imbattibile che giace nel suo letto di morte, guardato a vista dai familiari, che alla vigilia della sua dipartita tira le somme della sua vita, contabilità, amori, affetti e disillusioni, fino all’ultima, silenziosa beffa, giocata alla sua progenie con la suadente complicità di un amico avvocato e confidente, di quelli di una volta, che, come i medici di campagna, eseguono senza domandare perché già sanno, senza nemmeno farselo raccontare?
C’è in questo autore una maestria rara, un tocco sapiente, una mano esperta, che pennella e tratteggia, racconta e dipana, mostra e sviluppa, come un maestro di scuola, come un ritrattista ad acquerello, come un vecchio cantastorie con un bicchiere di vino in mano.
Quello che ne esce è un ritratto inquietante della società moderna, gli adolescenti, la realtà virtuale, i giochi di ruolo, l’isolamento quotidiano, le porte della follia che convivono così tanto disperatamente vicino con quelle della normalità, al punto da essere quasi, ma solo quasi, invisibili.
Certo è uno spaccato sociale, duro, spietato e veritiero, ma c’è anche tanta nostalgia per quei luoghi incontaminati, per le vecchie e antiche leggende del sapere contadino, per la vita quieta e sonnolenta delle cittadine di provincia.
Gli adolescenti, in questo romanzo, marciano come soldati bene inquadrati verso la distruzione finale, cosa che in fondo tutta l’umanità sta facendo, solo che ancora non lo sa.
Qui però il dramma è diverso, perché i ragazzi, lo sappiamo tutti, sono i più sensibili, i più indifesi, i più esposti, logico che siano loro, i primi, a soccombere all’attacco.
Come se ci fosse un virus nell’aria, inutile illudersi che sia esclusivamente il loro mondo quello marcio, è solo che sono stati colpiti per primi, più forte, con maggiore violenza, ma nessuno è immune, ciascuno di noi, a modo suo, è già contaminato.
Senza moralismi, senza falso perbenismo, senza ostentazione, questo romanzo è al tempo stesso un noir della razza più pura, di quelli che svolgono anche una funzione sociale, perché puntano il dito sulle piaghe più oscure del nostro cosiddetto “vivere civile”, ma anche un giallo ben costruito, uno di quei vecchi e tanto cari intrighi a puzzle, dove ogni pezzo, circostanziato e circoscritto, si va ad accomodare, ma solo alla fine, con matematica semplicità, nella sua collocazione definitiva.
Per il resto gli ingredienti del Mistery ci sono tutti, delitti a catena, i Dolmen, i Menhir, gli altari sacrificali degli antichi popoli, i druidi, le chat, le catene di sant’antonio, il passa parola, internet, i giochi di ruolo, i rave, gli hacker, l’investigatore amareggiato e disilluso che lotta con se stesso e con la vita, che crede di innamorarsi ma non sa ancora di cosa, che cede alle lusinghe della carne ma ha nella testa solo una via di fuga, una qualsiasi, che lo porti via dalla sua vita.
E a ben guardare non è quello che cerchiamo un po’ tutti, un punto di fuga, là, laggiù, lontano all’orizzonte, una via d’uscita, una qualsiasi, non importa dove, non importa come, e nemmeno quando e tanto meno perché?
Da qui nasce il romanzo e qui finisce, su quella fantomatica via di fuga che tutti inconsapevolmente cerchiamo e che per ognuno di noi rappresenta, o può rappresentare, un miraggio ogni volta diverso, ma sempre, innegabilmente, falso.
Come sempre, anche questa volta, la Porta degli Innocenti, può portare parimenti sia alla salvezza che alla condanna, perché da questa vita, non esiste salvezza alcuna, se non dentro noi stessi, inutile e vano cercare altre vie.
Lo sapeva bene il prete, che sacrifica la sua stessa vita nel vano tentativo di riscattarsi, lo sentiva il vecchio possidente che si confessa mentalmente perché tanto “vale lo stesso”, ne era consapevole anche l’investigatore Leonetti, silenzioso eroe doloroso e compunto, che ha creduto di vedere quello che non c’era, pur di non dover guardare altrove.
Uno specchio rotto sotto il sole ha mille riflessi ammalianti, affascinanti frammentazioni, riverbera mondi inesistenti, ma alla fine una caverna è solo una caverna, il cadavere di un nano è solo quello di un minatore, e un delitto rimane, sempre e comunque, un delitto.
Ecco perché gli abitanti del paese, dopo tante morti, lutti e maledizioni, giusto per non sbagliare, alla fine, sotto quel maledetto altare druidico, con grande costernazione del Supervisore ai Beni Culturali, un bel po’ di dinamite ce la mettono.
Forse allora i due bambini, come quelli della favola, troveranno la strada di casa e riceveranno infine asilo e riparo in una misera casupola nei boschi, dove tra le capre e un misero giaciglio, magari ancora alberga un filo di rassicurante umanità.
Su questa esile speranza, appena accennata, si chiude un romanzo interessante, stimolante ed arguto, un libro da leggere camminando sotto la pioggia, urtando i passanti, sbrodolandosi addosso la minestra mentre si mangia, passando per maleducati per non alzare gli occhi dai fogli, macinando trecento pagine come se fossero briciole, divorando le tracce come esseri onnivori per giungere alla parola fine, con un sospiro, un soffio di dolore e, sorprendentemente, anche un filo di rimorso.
Perché di come vanno le cose, lo sappiamo bene, siamo tutti un po’ colpevoli, ciascuno di noi e ogni giorno di più.

Nessun Commento »

Non c’è ancora nessun commento.

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.