I miei romanzi - Robinia Blues
DARIO FLACCOVIO EDITORE, 2004

Recensione di Stefania Gentile - Kult Virtual Press
Uno scrittore di successo ritorna, dopo anni trascorsi a Milano, nella campagna lombarda, al paese dell’infanzia, per ritrovare se stesso e si perde nei meandri della memoria.
La sua esistenza viene segnata da un tragico avvenimento: dal ritrovamento, durante una passeggiata nei boschi vicino a casa, del cadavere del suo migliore amico di un tempo, Dino Rovati.
Così inizia il giallo e la ricerca interiore del protagonista, che decide di indagare e scoprire la verità sull’omicidio, archiviato dalla polizia come atto di balordi.
Un giallo avvincente, un’indagine complessa e intrigante e nello stesso tempo un inno all’infanzia, luogo della speranza, della possibilità, punto di arrivo e punto di partenza.
Tra i fantasmi del passato, le avventure di ragazzo, i primi amori, la forte amicizia che legava il gruppo a Dino, capo della banda delle robinie, il protagonista ripercorre la storia dei suoi amici e nel contempo recupera le sue stesse origini.
L’infanzia è vista con rimpianto, come un mito di purezza che non ritorna (“…se fossimo rimasti alle robinie, Mario non sarebbe diventato un ricco paranoico, Nando un ubriacone e Regina una sirena senza pace. Avremmo custodito intatte le buone cose di un tempo: la fedeltà all’infanzia ci avrebbe salvato la vita … Con le robinie ho perduto per sempre la mia innocenza. Quel giorno si è aperta una distanza tra me e me, una piega oscura in cui sarebbero entrati via via tutti i peccati futuri … Al tempo delle robinie ero immortale. Poi l’esitazione che allontana da ciò che è più nobile, la rinuncia e il ripiego: è così che si diventa l’uomo del giorno dopo”).
Il romanzo è caratterizzato da una costante duplicità di piani temporali e dal continuo passaggio dall’uno all’altro, da un altalenare di presente e passato, di vita adulta e mondo perduto di Peter Pan.
Nella ossessiva ricerca della verità, il protagonista incontra personaggi del paese, che dal paese non si sono mai spostati. I loro racconti, a frammenti, a sprazzi, si incastrano e si completano, fanno emergere esperienze dure, difficili, esistenze ai margini della legalità, di gente sregolata, naufraghi di provincia, tra droga, alcol, prostituzione; personaggi per i quali gli ideali di libertà di un tempo non hanno retto al confronto con la realtà della vita adulta, vite spezzate dei componenti della banda delle robinie (“Dino…l’amavamo e l’odiavamo. Potevamo perdonargli di essere stato il nostro eroe da bambini. Non di continuare ad esserlo, ricordandoci quello che abbiamo perduto per infedeltà o sbadataggine, è uscito dalla storia o forse non c’è mai entrato. Meglio così. La storia ne avrebbe fatto un pitocco”).
La vicenda, dal ritmo serrato, si sviluppa negli incontri con gli amici e i conoscenti di Dino. Tasselli si aggiungono a tasselli apparentemente sconnessi ai quali il protagonista deve trovare un ordine, una logica. E la figura, il mito di Dino emerge, prende forma, da varie angolazioni, nei racconti delle persone che lo hanno conosciuto e frequentato.
L’indagine apre il giallo a molteplici piste, tutte plausibili (balordi, albanesi, zingari, donne, amanti) e prospetta vari moventi (denaro, gelosia, ritorsioni, vendetta). E procedendo nella lettura si partecipa dell’ossessione del protagonista di scoprire la verità. Per il protagonista, ormai impotente di fronte alla morte e al naufragio dei propri sogni, la verità diviene infatti fondamentale, superiore a qualunque razionale comportamento. “Il profumo dei ricordi della vita di Dino” è balsamo e veleno al tempo stesso, un imperativo al quale non può sottrarsi se vuole sperare di superare fantasmi infantili ed essere in grado finalmente di ricominciare, recuperando il tempo perduto (“…che altro c’è nella vita. Forse riconoscere l’esistenza di un debito mostruoso e impossibile da onorare: la promessa fatta a te stesso nell’infanzia di essere un uomo forte e valoroso, degno degli eroi che dominavano il bosco”).
Contro ogni logica, l’istinto e l’irrazionalità spingono il protagonista a seguire percorsi pericolosi, minando gli equilibri familiari, rischiando di compromettere la già fragile stabilità coniugale, per arrivare alle radici del suo essere, al suo passato, nel quale è possibile trovare la linfa vitale indispensabile in un presente che non soddisfa.
La ricerca del colpevole è in qualche modo un pretesto per la ricerca di una verità più profonda, interiore, di una dimensione ancestrale rappresentata dal personaggio di Dino.
Nella rapida successione degli avvenimenti, il mosaico pian piano prende forma, pezzo a pezzo “si ricompone a ogni incontro e a ogni incontro si sparpaglia nuovamente” allontanando apparentemente dalla verità, finché il mistero si avvia allo scioglimento, in cambi di scena continui che regalano personaggi e dialoghi bellissimi.
E rimessi a posto i pezzi del puzzle, i frammenti di una vita, meglio di molte vite, il protagonista può andare avanti e ricominciare, ancora una volta dal bosco delle robinie.
È la fine dell’estate, dei sogni, dell’infanzia che diventa patrimonio personale e duraturo solo se si è in grado di superarla; solo così può dare valore al presente e riscattarlo dalla meschinità e dal senso di sconfitta ai quali lo abbiamo condannato.
Un romanzo ricco di emozioni e sentimenti genuini, di stati d’animo ed esperienze cupe vissute e espresse con dignità. Un romanzo straordinario dal ritmo intenso, di grande forza espressiva.
Un giallo che colpisce il lettore e lo tiene col fiato sospeso fino alla fine, in una successione di ipotesi e congetture e vie da seguire insieme al protagonista, del quale si condividono sia la ricerca sia i ricordi, che ritornano lenti e ripetuti come un riff di un pezzo blues, in ondate lunghe, calde, coinvolgenti, a intervallare la narrazione veloce dell’indagine presente.
E come in un blues, il fluire degli avvenimenti tragici e cupi, è suadente e amaro e malinconico, fino ad arrivare a una sorta di catarsi finale che stempera la tensione.
E del blues, suggerito dal titolo, il romanzo conserva anche le suggestioni e le tematiche: l’abbandono, la malinconia, la sensualità nelle figure femminili, la rabbia, la sregolatezza, la vita, la morte, l’amore di una banda di ragazzi che avrebbero voluto rimanere fermi “all’orlo del tempo”.
Giuseppe Lupo - Stilos
Prima o poi tutte le generazioni devono fare i conti con il passato e questo è il momento in cui la vita di ciascuno esce dalla cronaca e si fa memoria storica, immaginario collettivo, testimonianza culturale. La generazione cui appartiene Valter Binaghi (quella dei quarantenni cresciuti in una sonnolenta provincia lombarda, certa negli agi del benessere economico ma con un occhio critico nei confronti dell’occidentalismo fino al punto da frequentare i territori della cosiddetta controcultura: movimenti giovanili, riviste underground, musica etnica) trova in questo romanzo la chance per guardarsi indietro e recuperare le suggestioni esistenziali di un’epoca che il tempo inesorabilmente ha smarrito.
Con uno stile che accarezza le corde dell’ironia e che poi s’infiamma d’improvvise accensioni poetiche, Binaghi mette in scena un’epopea fanciullesca dal sapore vichiano, un inno al tempo perduto che ha il suo fulcro in un bosco di robinie, pochi passi fuori Milano, il quale di volta in volta viene rappresentato nelle allegorie del labirinto e dell’eldorado, del deserto di violenza e del luogo dell’incanto. In questo bosco uno scrittore di successo smarrisce le coordinate esistenziali, scoprendo il cadavere del suo migliore amico assassinato in circostanze misteriose; in questo stesso bosco, tuttavia, egli rinviene le proprie ragioni umane, ma solo dopo un viaggio nella memoria che, unendo luoghi e persone, si trasforma anche in una via crucis tra i volti dell’infanzia.
Nell’intero arco della vicenda, che di per sé non avrebbe nulla di eccezionale se non l’omicidio di un uomo - una sorta di Peter Pan postmoderno, capace di suscitare, anche a distanza di decenni, le emozioni di quando esisteva il ‘tempo delle robinie’ - si avverte quasi un rimpianto per un’età favolosa, di cui l’io narrante è stato testimone diretto e solo ora, dopo una lunga pausa di lontananza, recupera le coordinate geografiche e memoriali. Attraverso una ben calibrata orchestrazione a ritmo di flashback, le indagini che l’io narrante svolge privatamente per scoprire il colpevole dell’assassinio, diventando una specie di ‘recherche’ proustiana, ironica e amara. E accade allora che quella medesima generazione maturata nel tramonto definitivo della civiltà precapitalista e per la quale Marco Lodoli trovò la formula icastica di ‘generazione senza qualità’ nel lontano Diario di un millennio che fugge, nelle pagine di questo libro acquisisce la fisionomia di una ‘generazione del giorno dopo’: quella, insomma, ‘arrivata troppo tardi, quando la storia era già passata.
[...] per riguadagnare simpatie fra le anime gentili. La chiamo così perchè il mio primo romanzo, “Robinia Blues”, è nato da un suo acquarello. Foto sue non me ne dà, perchè dice che gli ruba l’anima. [...]
Pingback di CHI E’ SISTER ROBINIA « Doctor Blue and Sister Robinia — Febbraio 10, 2008 @ 6:13 pm