Doctor Blue and Sister Robinia

Intervistato su “Liberazione”

Intervista a Franz Krauspenhaar per “Liberazione”

Sono in uno dei miei bar di riferimento con Valter Binaghi, a Milano, non lontano dal tristemente noto Pio Albergo Trivulzio – è lì che cominciò Tangentopoli - a due passi da casa mia.
Valter, mio compagno di merende nel blog letterario La poesia e lo spirito , è qui per fare due chiacchiere e con l’occasione parlare con me del suo ultimo libro “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”, Sironi, che ho appena finito di leggere.
Quello di Binaghi è un romanzo che sfugge alle catalogazioni, è una sorta di viaggio post-iniziatico alla ricerca del male pervadente la società e le anime che di questa società sono in svariatissimo modo latrici. Non è facile riassumere un romanzo così composito; Binaghi, attraverso le peripezie di un cronista padano di nera, ha voluto entrare nei meccanismi quasi mai oliati della macchina delle idee contemporanea, e avvistare quelli che sono gli incroci destinali, le contaminazioni insospettabili tra la politica, la cultura, la religione, la criminalità organizzata. E più oltre, o più in basso, va a puntare con decisione lo sguardo sensibile e coraggioso dell’autore, che non ha paura di sporcarsi le mani col Male, questo agglomerato di tutto e di niente che lui scrive, quasi col rispetto dovuto alle divinità, con la maiuscola; un romanzo contenitore e post-moderno nel senso migliore del termine, il suo, nel quale ha tentato, riuscendovi, l’ambiziosa impresa di rinserrare in una morsa narrativa il Tutto e il contrario del Tutto, il bene e il male (io lo scrivo in minuscolo), scavando infaticabile strati e strati di ingannatrici apparenze. Ecco un sunto significativo della nostra conversazione al capitolo “libro”.

Valter, il tuo romanzo tocca problemi e argomenti molto contemporanei che diventano, tramite la tua narrazione, molto universali. Ho avuto l’impressione che tu volessi, in questo romanzo, creare una sintesi pregnante che desse delle risposte innanzitutto a te stesso. La mia impressione è corretta?

Certo, il suo oggetto è il Male: Satana, nella vulgata. E’ molto più di un problema teorico, per ognuno di noi. Ciò che preferiamo considerare come il caso o la necessità, ma secondo alcuni è un disegno intelligente. Oggi è la sistematica riduzione della persona umana a progetto tecnico e merce disponibile, in nome della scienza, dello scontro di civiltà o della qualità della vita dei ricchi. Satana è il mito che i sapienti rifiutano, ma che la gente comune torna a percepire: come Enrico Bonetti, un cronista di provincia, uno che ancora va in giro a sentire le puzze, chiacchiera col barbiere e non scrive gli articoli coll’ANSA.

Quanto di te c’è nel protagonista Bonetti? Hai spalmato te stesso anche in altri personaggi?

Bonetti è un puro, a suo modo romantico: è innamorato di una prostituta slava che progetta di strappare al racket. Io sono un uomo di cinquant’anni, una generazione che ha seppellito molti amici e molte idee. C’è un altro personaggio del libro su cui ho caricato molto del mio. Si chiama Zivago, e non dico di più.

Non si puo’ dire che il tuo sia un romanzo sulla disperazione contemporanea, perché tu vai oltre, cerchi la misteriosa ragione ma anche il farmaco di questa malattia del secolo. E’ così?

Il mio è inevitabilmente un romanzo cristiano, e questo a prescindere dal fatto che l’autore sia credente o no. Inevitabilmente perché l’unica narrazione disponibile ad interpretare il Male come progetto e come ragione è la teologia e l’unico pensiero che protegge col sacro la persona umana senza se e senza ma è il Vangelo: qualcosa di diametralmente opposto al cristianismo di Bush, che ci vuole arruolare allo scontro di civiltà. Ma non è un romanzo teologico, è un romanzo italiano: c’è il popolo e gli intellettuali, i maghi e gli onorevoli. E come la tirannia dell’economico, l’assenza della politica e la futilità della cultura consegnano un paese ai demoni.

Quando hai cominciato a scrivere il libro avevi già un’idea chiara di dove saresti andato a parare? In breve, raccontami il tuo metodo di lavoro, se non altro per questo tuo ultimo romanzo.

La struttura è complessa, in qualche modo corrisponde a una discesa nei gironi infernali, dove le colpe peggiori sono le meno carnali, fino alla superbia del potere. La materia è vasta: ci ho studiato parecchio e i riferimenti sono molti ed espliciti. Ho messo quello che in un romanzo non si mette mai, cioè una bibliografia finale, perché la vicenda è anche un viaggio tra eresie mediatiche e teorie del reale, leggende della rete e teorie del complotto. Ma anche citazioni di scrittori italiani che a mio avviso hanno fatto luce su questioni essenziali, e spesso con dei romanzi. Siti, Scurati, Genna, Bernardi, Avoledo.

Tu hai avuto un percorso spirituale piuttosto particolare, che io trovo di grande interesse.

A vent’anni area dell’autonomia, quella più fricchettona. Re Nudo, ci ho anche lavorato. Scrivevo di musica, anche qualche racconto. Poi il diluvio, in tutti i sensi. Brutte storie con droghe pesanti. Via da tutto e più scritto niente per vent’anni. Li ho passati insegnando filosofia ai ragazzi del liceo, più che altro una scusa per imparare qualcosa. Ho visto cambiare questo paese e il resto. Mi sono fatto una certa idea di quello che succede e ho provato a scriverla. Con romanzi. Fiction. Ci sono cose talmente serie che si possono dire solo per finta.

A questo punto della tua carriera, hai qualcosa di definito in cantiere? Questo tuo libro chiude una trilogia e l’impressione è proprio di una chiusura definitiva; dunque mi viene da pensare che il Binaghi del prossimo libro sarà molto diverso.

Robinia blues (2004), La porta degli Innocenti (2005) e questo. Era appunto una trilogia su tre generazioni di italiani, con un occhio di riguardo all’adolescenza, perché è lì che si scopre il mondo e lo sguardo è più stupito e doloroso.
In quest’ultimo libro l’orizzonte da provinciale si fa globale, e il nuovo romanzo che ho iniziato avrà uno scenario fantapolitico: un mondo governato da calcio e terrorismo. Ti ricorda qualcosa?

1 Commento »

  1. Ho preso molte distanze nella mia vita, ma di te sapevo tutto senza averti mai sentito nominare. Però non voglio convincere nessuno. Mi manca solo di leggere i tuoi libri. Quant’è lontana la libreria italiana in questo momento. Accanto a quel panfilo così ben descritto, c’è uno che rema in una piccola barca di salvataggio. Ha indosso l’ultima camicia. Ed al perdono ci si arriva nudi, lo sappiamo.

    Commento di Ueuè — Agosto 26, 2007 @ 4:25 pm

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