Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 3, 2008

TRE ANTIDOTI CONTRO LA MALATTIA DEL SECOLO di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 7:02 pm
Tags: , , ,

roublev

Lasciarsi alle spalle il fenomeno naturale (l’uomo clonato, acculturato, oggetto di sondaggi dei biologi, dei sociologi e dei politologi corifei del nichilismo contemporaneo) e cercare la persona. Che significa?
Significa andare alla ricerca del gratuito, dell’incondizionato, dell’assoluto nella libertà e nell’amore di cui l’uomo vero è capace, atti concreti capaci di mandare in mille pezzi le costruzioni riduzionistiche dello scientismo e di un mondo intero che vi si accomoda.
Tutto ciò che ha un prezzo, tutto ciò che è tecnicamente riproducibile, tutto ciò che si può copiare o ripetere è spoglia morta, cadavere, non atto spirituale: sia separato e scartato, come la pula dal grano – non è di questo che un vero uomo può vivere. Il nichilismo non si batte “denunciandolo” o “polemizzando” con esso: le “parole” di cui il nichilismo può ammantarsi sono tutte dalla sua parte.
Un solo atto disinteressato, che esula dal mero adattamento di un organismo all’ambiente, basta a confutare l’evoluzionismo. Un dono generoso che non chiede corrispettivi (non è un “investimento”, insomma), basta a mostrare tutta la meschinità di chi vorrebbe fare del capitalismo la norma della storia sociale dell’uomo. Un atto d’amore incondizionato basta a ridicolizzare le pretese della psicologia a ricondurre il comportamento umano agli istinti elementari (“pappa cacca e nanna” con qualche escursione riproduttiva).
Dio esiste e torna a risplendere come un sole nel mondo nella misura in cui gli uomini sono capaci di manifestarlo, attraverso quegli atti incommensurabili e totali che lo rivelano: un matrimonio che non è un contratto, un’opera che non è una merce, un pensiero che non è un’ideologia interessata, una malattia che non è un alibi, una decisione che non richiede di essere giustificata alla moviola.
Atti spirituali, seri, irripetibili e tremendi, nei quali l’uomo ritorni a respirare l’aria pura delle cime e a comunicare con la dimensione del Valore e della Qualità, che sono il profumo di Dio in questo mondo. Ho detto tre antidoti, cioè tre tipi di atto (che poi sono uno): non tre concetti.
Non è di una nuova filosofia, ma di un nuovo eroismo che sto parlando.

L’Assoluto (che è l’altezza del Padre). Nella filosofia e in generale nella ricerca di conoscenza andare oltre le certezze parziali: chiedere della verità. Nella cultura andare oltre il significato letterale delle parole, fare attenzione al loro senso simbolico. Nella vita pratica e soprattutto nella politica andare oltre la tattica del momento, tenere d’occhio il Fine ultimo e l’integrità senza il quale il suo perseguimento diventa non credibile. Nei rapporti umani andare oltre la contrattualità di basso profilo e cercare l’incondizionato dell’amore (per l’uomo e per Dio).
L’Incarnazione (che è la comunione col Figlio). Accettare virilmente la fine delle cose, la limitatezza e l’angustia della condizione corporea, la serietà della Storia, la singolarità e ineluttabilità della morte (l’unica cosa che veramente mi appartiene). Senza fatica e sacrificio non è mai stato costruito nulla di grande. E’ dalla negazione infantile del dolore che nasce la ricerca estenuante e intossicante del comfort, che ha precipitato l’uomo moderno nella schiavitù di un consumismo invertebrato (come si fa a spiegare al tossico che non deve farsi una pera quando è depresso, se poi l’intera nostra vita è impiegata nella ricerca di comodità ad ogni costo?)
Il Presente (in cui avviene lo Spirito). La vita è piena di occasioni, ma una non vale l’altra. La riproduzione tecnica dell’evento (registrazione, fotografia, televisione) danno l’illusione di arrestare il tempo e di ricollocarci di fronte alle cose accadute di nuovo, per conservarne le spoglie, per capire meglio, per rifare la scelta, come chi vorrebbe la moviola sui campi di calcio. Tutto questo nasconde una distorsione patologica del senso del reale: un’epoca che ha voluto negare la perennità del Rito si consegna alla ripetizione insensata e fantasmatica della tecnologia, tesa a negare la serietà e l’unicità dell’evento, giusto per sottrarre il soggetto alla sua drammatica responsabilità.
Vivere in spirito e verità significa vivere il presente, la solennità del momento propizio, l’irripetibilità dell’occasione, la responsabilità ineludibile della scelta, il dramma della Storia personale e collettiva dove tutto è tremendamente serio proprio perché accade una sola volta.

Giugno 1, 2008

DAL PROGRESSISMO ALL’ACCIDIA di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 9:32 pm
Tags: , ,

accidia

Chi è stato arruolato fin dall’adolescenza per l’Apocalisse (come le generazioni del ‘68 o del ‘77, cui io stesso appartengo), di destra o di sinistra che sia (fino a quanche anno fa il termine “rivoluzione fascista” aveva un senso in qualche circolo non proprio ristretto), ha sviluppato un talento particolare per il rifiuto del principio di realtà, ma quando il Partito Comunista si è cagato in mano alla Bolognina e Fini si è messo la Kippah, è stato costretto suo malgrado ad aprire gli occhi. Nessuna delle ideologie rivoluzionarie che hanno le loro radici nell’Ottocento, si è dimostrata in grado di emendare la modernità dal suo effetto secondario di inarrestabile desertificazione del Valore, nè sospingendola al suo apogeo democratico, nè provando a ritrascinarla verso la comunità organica.
Gli orfani del progressismo o della reazione, una volta nuovamente urbanizzati, hanno dimostrato una sciatteria e un cinismo che non si vedevano in Italia dai tempi del Basso Impero, il che non si può spiegare solo con la scarsa qualità dei professionisti della politica, o con l’incertezza concettuale delle filosofie residue. In un momento in cui la coscienza diffusa appare esasperata proprio dalla politica di basso profilo e dal nichilismo ingenuo delle giovani generazioni, gli intellettuali sembrano inamovibili dall’accidia darwinista e liberale che sbarra la porta a qualsiasi ipotesi di autentica salvezza per l’uomo. Marx, Darwin, Freud, sono serviti a costruire la prigione del pensiero e la paralisi dell’azione: anche un cieco vedrebbe che per liberarsene occorre tornare a chi ancora sentiva la grandezza dell’uomo, Dante e Shakespeare, Manzoni e Leopardi, non alla loro lettera intendo, ma al loro sentire. Ma gli orfani del progressismo insistono a rovistare tra le macerie. E non sarà certo il linguaggio controriformistico dell’attuale pastorale cattolica, a convertirli. Qui la grandezza dell’uomo appare stancamente tutelata da formule spesso inapplicabili, e soprattutto da un esercito di amministratori tra le cui file spuntano ben pochi eroi del pensiero o dell’azione: il massimo che si permette il cattolico moderato, è la mistica del prodotto interno lordo di Silvio Berlusconi.
Così l’intellettuale italico va avanti come può, con quel poco o tanto di innamoramenti universitari che la scolorina del Terzo Millennio non è riuscita a coprire, agitando Benjamin o Del Noce come le bandierine sulla portarei. Se sono insegnanti (e la maggior parte dei nuovi chierici lo siamo), si limitano a deprecare la deprivazione culturale delle generazioni televisive, ormai aliene allo sviluppo lineare e alla contestualizzazione che il libro impone, senza fingere di asppassionarsi alle nuove richieste che giungono dal fanciullo tecno-tribale. Se avessero letto McLuhan, come dicono di aver letto all’Università, avrebbero i sandali calzati e le lucerne accese da tempo, per diventare non gli amministratori di un patrimonio ormai dilapidato, ma gli sciamani di un culto da perpetuare, quello del libro, prima di Fahrenheit 451. Ma non si può più fare senza vera fede nello Spirito che buca e attraversa i media, e senza una forte connotazione emotiva: non basta dichiarare, occorre celebrare.
Ovunque io guardi è piuttosto accidia. Più che la crudeltà, più che l’avidità insaziabile che presuppongono almeno una vitalità elementare, l’accidia, è il tossico per eccellenza dell’anima.

L’accidia, scrive Giorgio Agamben “è questo disperato sprofondare nell’abisso che si spalanca fra il desiderio e il suo inafferrabile oggetto” (Stanze, Einaudi), ma il motivo di questo innaturale ritrarsi dell’anima davanti a ciò che è percepito come il bene, lo spiega Tommaso d’Aquino “la sua è la perversione di una volontà che vuole l’oggetto, ma non la via che vi conduce e insieme desidera e sbarra la strada al proprio desiderio” (Summa theologica, II 2-35).
Inutile verbosità, indeterminatezza morale, disprezzo per la fiducia concessa dai semplici di cuore, cinismo, relativismo ostinato, miopia empiristica. il determinismo che impedisce di premiare o punire, il materialismo che riduce il bello al piacevole. Tutto questo ha un solo nome: accidia. Il rifiuto della conversione del cuore, la contemplazione malsana del declino, l’odio per tutto ciò che è grande o ad altri almeno appare. Il peccato contro lo Spirito. L’unico che - sta scritto - non sarà perdonato, perchè consiste precisamente nel rifiuto del perdono.

Maggio 30, 2008

UN TALE CHE CONOSCEVO BENE di Roberta Borsani

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:14 pm
Tags: ,

ombra

un tale
che conoscevo bene
è venuto a mancare
quasi
all’improvviso

io l’ho incontrato
in modo un po’ casuale
nell’ultimo suo giorno
come s’incontra un’ombra
d’inverno
sulle scale

la sua testa
era la sfera
di un’ortensia
leggera
soffiata sul mare

e mi parve innocente
mi parve mite
bestiola lunare
dalle diafane corna
rattrappite

SEI FATTO DI RASO di Roberta Borsani

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:05 pm
Tags: ,

merlo

sei fatto di raso
lieve
come la neve
che cade di sera
uccello saltasiepi merlo
tu becco giallo pieno
dei semi della luce

beccami via (t’imploro)
il verme che trafora i sogni
e li spande di buio
se mi volto e miro
non trovo che effluvi d’aceto
non trovo che grilli
intirizziti nel cerchio
poveri grilli nati muti

ho bisogno di luce

mercurio è stato nel cancro
dove le visioni sanno di fiume
dove sgorga
intramontabile ogni forma
la parola ora è splendida
ma fatta solo per la nascita
sciolta
da ogni divenire

avrei mille cose da dire
ma mi muoiono in grembo
e io vado vado vado
all’indietro

mi salveresti tu
che posi i nidi

uccello saltasiepi
nel becco hai la luce

Maggio 29, 2008

IL ROMANZO ITALIANO “DAI TETTI IN GIU’” di F. Parazzoli

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:22 pm
Tags: ,

tetti

Questo saggio (ampiamente commentato sulla stampa e in Rete) è apparso nel fascicolo 5/2006 della rivista dell’Università Cattolica di Milano Vita e pensiero, e pubblicato in rete su Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi, da cui lo riprendo per riproporlo. Il motivo? Nei due anni trascorsi, non è che il panorama sia cambiato di molto, e mi pare che la diagnosi e l’appello sottesi all’articolo siano più che mai attuali.

La parete invisibile

«Dai tetti in giù». Espressione quanto mai efficace, dovuta a Balzac a proposito della Commedia Umana, ma facendole torto, come spesso fanno gli autori alla loro opera. Non ricordo se usasse quell’espressione in senso negativo o positivo, ma non è questo che importa.
Un’altra espressione che si potrebbe usare per indicare la direzione in cui prevalentemente si rivolge lo sguardo della narrativa italiana di oggi, è quella di Marcuse: «L’uomo a una dimensione». Entrambe queste espressioni, infatti, mi sembrano definire, anche se con una certa approssimazione, la situazione unidimensionale della narrativa italiana che da qualche anno troviamo sui banchi delle librerie.
(continua…)

Maggio 28, 2008

IL ROMANZO DELLA TERRA di Publio Ovidio Nasone

Archiviato in: Pensiero, Poesia — vbinaghi @ 4:27 pm
Tags: , ,

alchimista

(Da: Ovidio, Le metamorfosi, traduzione di Piero Bernardini Marzolla, Einaudi 1979)

Forse che i metalli rappresentano oltre che stati della materia diverse forme di nobiltà dell’essere? Gli antichi lo credevano, come attesta il mito delle età del mondo. Forse che alla degenerazione operata dal tempo si può opporre un processo inverso, ossia una nuova creazione che ritrasformi i metalli vili nell’oro primigenio? Gli alchimisti lo credevano, come attesta il mito della Grande Opera.

Fiorí per prima l’età dell’oro; spontaneamente, senza bisogno
di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà
e la rettitudine. Non c’erano pene a incutere paura, né parole
minacciose si leggevano su tavole di bronzo, né gente implorante
clemenza temeva le labbra del giudice, ma tutti vivevano sicuri
senza che alcuno li tutelasse. Non ancora, tagliato dai suoi
monti, il pino era calato sulle limpide onde per visitare terre
straniere, e ogni mortale non conosceva altri lidi all’infuori dei
propri. Non ancora fossati scoscesi cingevano le città, non c’era
la tromba di bronzo, diritta, non c’erano corni di bronzo, ricurvi,
né elmi, né spade c’erano: senza bisogno di soldati, i popoli
vivevano tranquilli in molli ozi. E la terra, non obbligata, non
toccata dal rastrello e non squarciata da vomeri, produceva ogni
cosa da sé, e gli uomini si accontentavano dei cibi creatisi
spontaneamente, raccogliendo i frutti del corbezzolo, e le fragole
montane, e le corniole, e le more attaccate alle siepi spinose, e
le ghiande che cadevano dal vasto albero sacro a Giove.
(continua…)

Maggio 27, 2008

IL ROMANZO NEL CIELO: LO ZODIACO di Roberto Sicuteri

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 6:58 pm
Tags: , ,

zodiaco

(Da: Astrologia e mito, Astrolabio Edizioni)

La base dell’astrologia è lo Zodiaco espresso nel grandioso simbolo del cerchio, il cui centro è l’ideale sorgente perenne di tutte le energie vitali, che si espandono in un ciclo illimitato.
Lo Zodiaco contiene i dodici segni figuranti le corrispondenti costellazioni astrali: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci.
La grande ruota zodiacale, come la osserviamo comunemente disegnata (con le figure oppure con i simboli stilizzati derivati dall’astronomia), è già un simbolo in se stessa e un insieme di simboli particolari cioè i dodici segni dove i significati variano secondo i rapporti secondari che essi hanno tra loro.
In astronomia, lo Zodiaco è una fascia che contiene l’eclittica del Sole e l’equatore celeste; in tale fascia sono ripartite le costellazioni (in chiave astrologica vengono invece chiamate segni) nonché le orbite dei pianeti che li attraversano con il loro moto. Una complessa e profonda armonia geometrica e aritmetica governa la struttura dello Zodiaco astrologico (…).
Simbolicamente i dodici segni zodiacali vengono ripartiti per gruppi secondo queste qualificazioni:
a) Gruppo del Binario - Segni disposti due a due, positivi e negativi, diurni e notturni
b) Gruppo dei Ternario - Segni disposti tre a tre, costituenti i grandi triangoli inscritti nel cerchio, espressione degli elementi naturali: Triangolo dei segni di Fuoco (Ariete, Leone, Sagittario); Triangolo dei segni di Terra (Toro, Vergine, Capricorno), Triangolo dei segni di Aria (Gemelli, Bilancia, Acquario) e Triangolo dei segni di Acqua (Cancro, Scorpione, Pesci).
c) Gruppo del Quaternario - Segni disposti quattro a quattro costituenti l’espressione dell’energia vitale: Quadrato dei segni Cardinali (Ariete, Cancro, Bilancia, Capricorno); Quadrato dei segni fissi (Toro, Leone, Scorpione, Aquario); Quadrato dei segni mobili (Gemelli, Vergine, Sagittario, Pesci).
L’armonia di queste ripartizioni si impernia sui numeri 1 2 3 4 dai quali scaturiscono i multipli 6 e 12, con altre combinazioni ancor più sottili, espressioni cifrate di un linguaggio esoterico onomantico molto coltivato nell’epoca araba e oggi perduto dal pensiero occidcntale, che ricerca invece nello Zodiaco esclusivamente simbologie da attribuire alla psicologia.
M. Senard, una attenta studiosa dello Zodiaco sul piano ontologico, in una sua voluminosa opera ha scritto: “Lo Zodiaco è il simbolo universalmente più diffuso. In tutti i paesi e in tutte le epoche esplorate, si ritrova sempre identico con la sua forma circolare, le sue dodici suddivisioni, i suoi dieci pianeti. La Babilonia, l’Egitto, la Palestina, la Persia, I’India, il Tibet, la Cina, le Americhe, paesi musulmani e scandinavi e tanti altri, hanno conosciuto lo Zodiaco. Ovunque è associato ai monumenti più importanti: steli e templi legati a celebrazioni dei misteri iniziatici. Questo sembra indicare che tra i corpi celesti contemplati dagli uomini, una particolare attenzione fosse portata sulle dodici costellazioni che hanno dato i loro nomi ai segni figurati sui diversi Zodiaci “.
Dalla sua etimologia greca, noi sappiamo che Zodiaco significa Strada della Vita.
(continua…)

Maggio 24, 2008

IL ROMANZO: STRUTTURE PROFONDE di Valter Binaghi

elementi

Dedico a Elisabetta Bucciarelli questo post, nato da nostre conversazioni sull’argomento.

Il romanzo è molte cose, ma a detta dei più ciò che lo distingue da altre forme letterarie è l’ambizione a rappresentare l’intero epocale. Che lo faccia in un vasto affresco storico, in una mitologica teogonia, o nella costellazione di eventi e futilità che avvolge il passo di un’eroe post-moderno e minimalista, è sempre alla totalità che il romanzo aspira.
Dire la totalità si può solo in due modi: l’ineffabile silenzio dell’Uno, o il concerto del numero. Quale numero scegliere, non è indifferente: ognuno di essi dice diversamente l’intero, cogliendone una sola posizione dinamica, un ritmo interno, un atto qualificante ma non esclusivo. Come il numero di strumenti e l’arrangiamento determina diverse interpretazioni della melodia, tutte ugualmente eseguibili, tutte diverse.
Ad esempio il Quattro. A me dice Quartetti mozartiani e la Quadriglia.
A Roger Caillos il Quattro servì per una classificazione dei giochi, ma nella dimensione ludica l’Accademico di Francia intuì quattro angoli che dettano il perimetro del cuore umano, quando per cuore non s’intenda un muscolo.
(continua…)

DECOLONIZZARE L’IMMAGINARIO di Serge Latouche

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:31 pm
Tags: , ,

decrescita felice

Le tesi di Latouche sui limiti dello sviluppo sono ben note anche in Rete (su tutti citerei il suo libro “Il pianeta dei naufraghi”, edito da Bollati Boringhieri). Il motivo per cui propongo questo testo è tutto nel titolo, in continuità con le riflessioni che vado facendo da un po’ di tempo sulla potenza devastante dell’immaginario collettivo nel determinare tendenze politiche, soprattutto laddove esso è colonizzato dall’onnipotenza dei media che “tecnicizza” la persistenza del mito. In questo caso,ovviamente, si tratta del mito dello sviluppo indiscriminato.

CANCELLARE L’IMMAGINARIO SVILUPPISTA E DECOLONIZZARE LE MENTI
Di fronte a una globalizzazione che rappresenta il trionfo planetario del tutto-è-mercato, bisogna concepire e promuovere una società nella quale i valori economici smettano di essere centrali (o unici). L’economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa corsa folle verso consumi sempre crescenti. Ciò non è solamente necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per far uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di una vera e propria decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomizzazione delle menti, necessario per cambiare veramente il mondo prima che il degrado dell’ambiente e della società ci condanni al dolore. Bisogna iniziare a vedere le cose altrimenti perché possano divenire altre, per concepire soluzioni veramente originali e innovatrici. Si tratta di mettere al centro della nostra vita significati e ragioni d’essere diversi dall’espansione della produzione e del consumo.
La parola d’ordine della rete è dunque “resistenza e dissidenza”. Resistenza e dissidenza con la testa, ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come attitudine mentale di rifiuto e come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come attitudine concreta per tutte le forme di auto-organizzazione alternativa. Ciò significa partecipare alla concezione e alla creazione di società conviviali. Ma questo implica in primo luogo il rifiuto della complicità e della collaborazione con questa impresa di lavaggio del cervello e di distruzione planetaria che costituisce l’ideologia dello sviluppo.
(continua…)

Maggio 23, 2008

DELL’EPICO E DELL’IDEOLOGICO di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:28 pm
Tags: , , ,

cavalieri

“Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori
Le cortesie, le audaci imprese io canto”
Così Ludovico Ariosto, dichiarando la materia epica dell’Orlando Furioso.
Ma la “generosa erculea prole” cui dedicava il poema era il cardinale Ippolito d’Este, uno che è morto come è morto: dopo un pranzo di dodici portate, ha chiesto un vassoio di gamberi. Un maiale praticamente, anche se avvolto nella porpora cardinalizia.
E’ capitato e capiterà, purtroppo, che la nobiltà della ricerca artistica debba consegnarsi ad autorità abusate o a categorie consunte, per definirsi e avere luogo. Ma non è cosa a cui ci si dovrebbe rassegnare facilmente.
(continua…)

IMMAGINAZIONE, IMITAZIONE, MAGIA

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:54 pm

pantera

Filosofi della natura rinascimentali, come Agrippa e Paracelso, sostennero che le chiavi della magia si trovano nell’immaginazione umana. Tra i fondatori dell’antropologia culturale, Sir James Frazer identificò nella magia simpatica o imitativa il fondamento delle cosmologie primitive. A sua volta, un antropologo contemporaneo come Renè Girard riconosce nella mimesis il principio motore delle dinamiche sociali. Esagerazioni? Niente affatto. Ve lo dimostro con questa storiella che circola da tempo in Rete. Arguta, direi.

Un tale si reca ad un safari e si porta dietro il cane, un pregiato e furbo cane da caccia.
Il cane però dopo un po’ si perde e inizia a vagare preoccupato per la foresta.
Ad un tratto vede che una pantera si sta avvicinando minacciosa.
“Adesso sono nei guai…devo pensare qualcosa”.
Nota li’ vicino alcune ossa di un animale morto, si mette a mordicchiarle e quando la pantera è vicina
dice ad alta voce: “Ah, che buona pantera che mi sono divorato!”
La pantera frena bruscamente e si dà a gambe levate, pensando:
“Che cane indemoniato! Per poco non divora anche me!”
Una scimmia, che aveva osservato il fatto da un albero, scende, rincorre la pantera e una volta raggiunta le racconta l’accaduto.
La pantera incazzatissima: “Cane bastardo! Adesso me la paghi!”
Poi si rivolge alla scimmia: “Seguimi, che adesso andiamo a fargli vedere chi comanda qui”
E partono in quarta in direzione del cane.
Questo si accorge che la pantera si riavvicina accompagnata dalla scimmia e pensa: “Maledetta scimmia! E adesso che faccio? Accidenti, devo pensare rapidamente qualcosa”.
Invece di scappare, il cane si siede dando le spalle alla pantera come se non l’avesse vista e quando
questa è sufficientemente vicina e pronta ad attaccarlo, dice ad alta voce: “Stupida scimmia! E’ più di mezz’ora che l’ho mandata a cercarmi un’altra pantera e ancora non arriva!!”
La pantera, di nuovo, fugge a gambe levate.

Maggio 22, 2008

MUNDUS IMAGINALIS di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:03 pm
Tags: , , ,

maschera

O DELL’IMAGINISMO COME FILOSOFIA
(Pubblicato originariamente sul blog collettivo “La poesia e lo spirito”)

Incarnata eppure sospesa sul corpo proprio come uno sguardo scrutatore, la coscienza dell’uomo moderno rimane innalzata, senza saper volare. Dovrebbe emettere nuovi arti per farlo, e infatti concepisce protesi diverse nel suo sogno meccanico e poi cibernetico, ma che restano esterne, maneggiabili, non indossabili veramente. Tutto ciò che l’anima può indossare, sono le immagini. Indossando diventa. Diventando trasmuta sè ed altro da sè, se è vero che la socialità è mimesis, innanzitutto, mutua imitazione. Imagismo e magia sono una cosa, ancora Paracelso lo credeva.
Per la coscienza l’immagine è sonda, veicolo e compagnia. Prima d’interrogarla un’immagine l’ammiri o la detesti, e scopri in te nuovi gusti ed orrori del vivere: dà forma al tuo sentire e si offre al pensare, come occasione e ancoraggio: ti servirai di quella d’ora in avanti, per dire a te stesso e ad altri. Modulare la voce, addestrare le mani al gesto, imitare nella pietra e nella fabula, sempre un’immagine. La pura presenza del parlante si fa mediata, nell’opera, ma ne puoi sentire ancora la forza ispiratrice.
Poi l’alfabeto. Un medium solo incidentalmente corporeo, che allude all’ubiquità dello spirito. E con esso il numero, premessa dell’ordine. L’immagine è all’origine dell’essere parlante, ma lo scritto ne cristallizza il profilo, spegnendone l’affetto originario. La moderna teoria prescrive più che svelare, e la sorgiva delle immagini è sterilizzata all’origine dalla scienza e dirottata dall’economia alla produzione dell’unica merce che assorbe le altre, la vita ridotta a spettacolo.
Resta la poesia, la pietra scartata dai costruttori.
Quando il dettato dell’aula scolastica è coperto dal ticchettio dei registratori di cassa e dal rombo dei cannoni (sue naturali estensioni), ritorniamo all’immagine come selvaggina braccata alla fonte, al “Dire originario” dei poeti e a un dialogo che sia presenza.
Per la filosofia si tratta di abbandonare il mondo di carta dei neologismi universitari, e tornare ad essere ciò che è: il pungolo al senso comune, che ne svela la pigrizia. Socrate ricompare scalzo, sulle strade di Atene, e invita alla Sapienza con le arguzie del Simposio e gli esempi virtuosi del ciabattino e Platone affida alla musica del mito ciò che deborda il perimetro del concetto. Storie di quando il mondo era giovane: spirito e anima non avevano divorziato ancora, e verità e bellezza erano un solo mistero.
Anche se Giulio Giorello si straccia le vesti sul CorriereSette, l’umanità annichilita dall’insulsa virtualità delle ideologie scientiste ha una maledetta sete di ricomprendersi dal principio, ovvero rientrare nella carne da cui la gnosi del moderno l’ha rapita. Si ritorna a metafore antiche, immemorabili, ma con una consapevolezza nuova, di scampati al diluvio. Fare i conti col mito, una volta per tutte.

(*) Il termine che uso qui si ispira esplicitamente al pensiero del filosofo padovano Luigi Stefanini, e in particolare al suo “Imaginismo come problema filosofico” del 1936.
L’espressione “Mundus Imaginalis” invece appartiene all’orizzonte del pensiero sufi, in particolare del mistico e filosofo medioevale Ibn’ Arabi.
“Dire originario” è la traduzione più comune dell’espressione heideggeriana “Ursage”, largamente usata nei suoi saggi sui poeti.

Maggio 21, 2008

RUOTE DI BICICLETTA E BUOI SQUARTATI di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 4:53 pm
Tags: , , , , ,

ready made

Con la serie dei suoi “ready-made”, tra cui la celeberrima ruota di bicicletta (1913), Duchamp è riuscito a dire tre cose, che restano patrimonio inalienabile dell’arte e soprattutto delle speculazioni sull’arte contemporanea.
1) Si può prendere un oggetto ignobile, frammento di ambiente domestico come uno scolabottiglie, una ruota di bicicletta o un cesso, e dargli la dignità dell’arte collocandolo su un trespolo ed esponendolo in una Galleria
2) Da questo si desume che non esistono oggetti artistici o meno: arte è ciò che sta sul trespolo di una Galleria, arte è ciò che sta in una cornice
3) Il contesto ideologico dell’arte occidentale è interamente risolto nell’ambito della “rappresentazione”. Dai bisonti di Lascaux alle ballerine di Degas, il problema appare sempre la scelta di ciò che merita mettere in cornice, elevando a dignità via via il vitale, il nobile, il mistico, il popolare, il pesante, l’etereo. Denunciando ed esibendo questo limite, il ready-made di Duchamp intende chiudere il capitolo dell’arte “rappresentativa” e rendere possibile l’arte come “evento”.

Non voglio continuare a parlare di arte contemporanea, per arrivare a Sophie Call e Cattelan (che detesto abbastanza), perchè quello che mi interessa davvero è la letteratura. O meglio: in che modo la letteratura ha fatto propria a suo modo questa triplice consapevolezza, dal XX secolo fino ad oggi.
(continua…)

Maggio 20, 2008

La Repubblica delle Lettere6 IL LETTORE E LA SUA ANIMA

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:18 pm

lettrice

L’INFANZIA IMMEMORABILE DEL LETTORE di Gaston Bachelard

Celebre epistemologo e raffinato lettore di poeti, Bachelard (1884-1962) indica la via della rigenerazione d’anima nella réverie, lo stato sognante che la parola poetica induce. Nella réverie poetica troviamo un’infanzia più vera di quella che i nostri ricordi ci insegnano a ricostruire: all’orlo del tempo, nella solitudine cosmica di una coscienza aurorale, noi abitammo il mondo come mai più.
Spetta alla poesia rivelarci una precedenza d’essere che è più vera della storia, e riportare la prosa dei giorni alle origini dell’essere parlante.
Il testo è tratto da: G.Bachelard, La poetica della réverie, Dedalo 1972.

Quando, sognando a lungo nella solitudine, ci allontaniamo dal presente, per rivivere i tempi della nostra vita, ci vengono incontro numerosi visi infantili. Noi fummo molti nella nostra vita già vissuta, nei nostri primi anni di vita e solo attraverso il racconto degli altri abbiamo incominciato a conoscere la nostra unità. Sul filo della nostra storia raccontata dagli altri, finiamo anno per anno, a somigliarci. Raccogliamo tutti i nostri esseri intorno all’unità del nostro nome.
Ma la réverie non racconta. O, quantomeno esistono réveries così profonde, réveries che ci aiutano a scendere così profondamente in noi stessi che veniamo liberati dalla nostra storia. Ci liberano dal nostro nome.
(continua…)

Maggio 18, 2008

La Repubblica delle Lettere5 Per piacere a D’Orrico di V. Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:29 pm

bruciare libri

Già pubblicato sul blog collettivo “La poesia e lo spirito”

Era un professore di filosofia, e voleva salvare il mondo.
Ma la cattedra del liceo gli stava stretta, e nelle riviste di filosofia gli intellettuali si parlano addosso mentre la gente comune impara la vita dai Reality Show: intanto il mondo finisce a puttane. Così lui cominciò a scrivere dei romanzi. Roba che toccasse il cuore, che facesse pensare. Uno parlava della terra sconvolta dall’industria, l’altro di come i ragazzi impazziscono nel Paese dei Balocchi.
Reazioni incoraggianti di pochi eletti, ma le grandi tirature erano per Moccia e Melissa P - a chi interessa il mondo in rovina? Decise di continuare.
(continua…)

Maggio 17, 2008

La Repubblica delle Lettere4 - IL TEATRINO DEI PUPI di V. Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 12:14 pm
Tags: , ,

teatrino

PIPPADORO E IL MISERANDO

Quali noti scrittori italiani si celano sotto queste spoglie, che sembrano prese da un catalogo della Commedia dell’Arte? Ricchi premi e cotillons a chi indovina.

Pippadoro declama da una cattedra universitaria, il Miserando boccheggia in un bilocale, l’uno proviene da quella borghesia ebraica che compratosi il mondo reclama di definirlo pura merce, l’altro dai meandri oscuri di un proletariato rabbioso e vociferante. Cosa li unisce, quale incestuosa e inconfessabile tangenza, che si trovino spesso le loro voci posatamente contrapposte ad alternarsi nel medesimo salotto letterario?
Anche gli stili, sono così diversi. Pippadoro è Gastone il fortunato: antipatico e spocchioso, scatena il livore altrui per essere immeritatamente prescelto dalla Dea Bendata – nato ricco, cattedratico in breve, un solo articolo sul magazine lo lancia romanziere di successo, ginnasiale risposta al Moccia dell’istituto tecnico, il nuovo Proust delle nuove sartine. L’altro è faticoso e faticato, una sfiga cronica e visibile nella piega della bocca, una lunga e prona frequentazione del profeta mondadoriano come Paperino col ricco zio, nella speranza di un’investitura, del riconoscimento di una parentela, che non è mai definitiva, mai del tutto rassicurante.
Assidui agli appuntamenti letterari del video (pare che sia impossibile oggi prescinderne, per chi scrive e deve competere coi best seller dei cabarettisti di Zelig), emerge in pieno la loro fisica incompatibilità. L’algida sufficienza del primo, la tormentata incompiutezza del secondo. Ma volendo restare ai loro libri (è pur sempre di quello che si tratta, o no?), la reciproca esclusione sarebbe ancor più evidente. Da una parte (parliamo di Pippadoro, of course) la pura calligrafia di una scrittura dichiaratamente dis-utile, il distacco del fine dicitore, che passeggia sulle rovine col gelato in mano, contemplando il cadavere dell’Occidente. Dall’altra la promessa di una nuova genesi, il cantiere aperto del romanzo-non-romanzo-interminabile, la scrittura medianica, che cerca nelle suggestioni del Web e nella sovraesposizione del proprio corpo martoriato una patente di sgangherata santità: il Miserando che partorisce se stesso in vetrina, da anni, un centimetro dopo l’altro. Due verità incomponibili, due antitesi irrimediabili: eppure, eccoli lì, tutti e due a fare anticamera dalla Bignardi o dal redattore ultrapotente del magazine.
Che strana convivenza! In qualunque altro degli universi sarebbe impossibile, tranne che in quello spettacolare, dove il Diavolo e il Buon Dio sono soltanto pupi del medesimo teatro e il pubblico pagante, che ha polenta sul desco e lenzuola di bucato, di ritorno dalla piazzola è contento a pensare che la vita è altrove.

A PROPOSITO DI “NEW ITALIAN EPIC” di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 12:07 pm
Tags: , ,

epico

Dopo la polemica corsa tra me e Wu Ming1 in questo stesso blog, polemica che verteva più sul metodo e sul contesto che sui contenuti del suo “manifesto” ampiamente diffuso in Rete, mi è sembrato giusto entrare nel merito dell’argomento, con qualche breve considerazione.

Il testo di Wu Ming1 che porta questo titolo può essere considerato da un punto di vista mediatico e da un punto di vista contenutistico.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si tratta come ho scritto altrove di una comprensibile e raffinata operazione di autolegittimazione: Wu Ming1 enuncia una poetica che il collettivo di scrittori cui appartiene persegue da anni in modo sempre più consapevole e continuativo, facendone però l’elemento catalizzatore di una galassia di opere alcune delle quali possiedono solo in minima parte le caratteristiche più avanti delineate. L’elenco da lui compilato, oltre a evidenziare indubbie prossimità letterarie, dà in certi casi l’impressione di consolidare solidarietà culturali tra gli autori più che un vero isomorfismo delle opere, in altri di avvicinare al proprio successi editoriali che in realtà traggono origine da altre pulsioni, e di cui in qualche misura ci si appropria. Ci sono esclusioni inopinate, oltre che inclusioni discutibili: all’operazione avrebbe giovato un’esemplificazione più misurata e prudente (tre, quattro testi analizzati in profondità): una lunga processione non può non dare l’impressione di promettere una completezza e una precisione classificatoria che poi non è in grado di mantenere.
Poichè però riconosco al testo in oggetto chiarezza e profondità di sguardo su una direzione artistica alla quale attribuisco una vera urgenza e nella quale io stesso mi sento coinvolto come scrittore, proverò a isolare i quattro punti fondamentali intorno a cui si articola il suo contenuto citando da Wu Ming1 e aggiungendovi le mie glosse.
(continua…)

Maggio 15, 2008

LA MENTE E LA SCRITTURA: LO SCRITTORE COME DEMIURGO

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 10:21 pm
Tags: , ,

coincidenze

Scrive Milan Kundera:
“Se l’amore dev’essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi” (L’insostenibile leggerezza dell’essere - Adelphi 1989)
E poichè gli amori letterari sono e devono essere indimenticabili, lo scrittore, più che uno scultore di personaggi (il personaggio basta sbozzarlo, poi sarà lui a chiederti atti e parole che necessariamente conseguono al suo carattere), è il demiurgo delle coincidenze che agevolano gli incontri e ne fanno sprigionare tutta la magia.
“Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze (…) ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza” (Kundera, ibidem)
Il romanzo come un’iniziazione ad una vita più intensa, ricca, consapevole.

« Pagina PrecedentePagina Successiva »

Blog su WordPress.com.