TRE ANTIDOTI CONTRO LA MALATTIA DEL SECOLO di V. Binaghi

Lasciarsi alle spalle il fenomeno naturale (l’uomo clonato, acculturato, oggetto di sondaggi dei biologi, dei sociologi e dei politologi corifei del nichilismo contemporaneo) e cercare la persona. Che significa?
Significa andare alla ricerca del gratuito, dell’incondizionato, dell’assoluto nella libertà e nell’amore di cui l’uomo vero è capace, atti concreti capaci di mandare in mille pezzi le costruzioni riduzionistiche dello scientismo e di un mondo intero che vi si accomoda.
Tutto ciò che ha un prezzo, tutto ciò che è tecnicamente riproducibile, tutto ciò che si può copiare o ripetere è spoglia morta, cadavere, non atto spirituale: sia separato e scartato, come la pula dal grano – non è di questo che un vero uomo può vivere. Il nichilismo non si batte “denunciandolo” o “polemizzando” con esso: le “parole” di cui il nichilismo può ammantarsi sono tutte dalla sua parte.
Un solo atto disinteressato, che esula dal mero adattamento di un organismo all’ambiente, basta a confutare l’evoluzionismo. Un dono generoso che non chiede corrispettivi (non è un “investimento”, insomma), basta a mostrare tutta la meschinità di chi vorrebbe fare del capitalismo la norma della storia sociale dell’uomo. Un atto d’amore incondizionato basta a ridicolizzare le pretese della psicologia a ricondurre il comportamento umano agli istinti elementari (“pappa cacca e nanna” con qualche escursione riproduttiva).
Dio esiste e torna a risplendere come un sole nel mondo nella misura in cui gli uomini sono capaci di manifestarlo, attraverso quegli atti incommensurabili e totali che lo rivelano: un matrimonio che non è un contratto, un’opera che non è una merce, un pensiero che non è un’ideologia interessata, una malattia che non è un alibi, una decisione che non richiede di essere giustificata alla moviola.
Atti spirituali, seri, irripetibili e tremendi, nei quali l’uomo ritorni a respirare l’aria pura delle cime e a comunicare con la dimensione del Valore e della Qualità, che sono il profumo di Dio in questo mondo. Ho detto tre antidoti, cioè tre tipi di atto (che poi sono uno): non tre concetti.
Non è di una nuova filosofia, ma di un nuovo eroismo che sto parlando.
L’Assoluto (che è l’altezza del Padre). Nella filosofia e in generale nella ricerca di conoscenza andare oltre le certezze parziali: chiedere della verità. Nella cultura andare oltre il significato letterale delle parole, fare attenzione al loro senso simbolico. Nella vita pratica e soprattutto nella politica andare oltre la tattica del momento, tenere d’occhio il Fine ultimo e l’integrità senza il quale il suo perseguimento diventa non credibile. Nei rapporti umani andare oltre la contrattualità di basso profilo e cercare l’incondizionato dell’amore (per l’uomo e per Dio).
L’Incarnazione (che è la comunione col Figlio). Accettare virilmente la fine delle cose, la limitatezza e l’angustia della condizione corporea, la serietà della Storia, la singolarità e ineluttabilità della morte (l’unica cosa che veramente mi appartiene). Senza fatica e sacrificio non è mai stato costruito nulla di grande. E’ dalla negazione infantile del dolore che nasce la ricerca estenuante e intossicante del comfort, che ha precipitato l’uomo moderno nella schiavitù di un consumismo invertebrato (come si fa a spiegare al tossico che non deve farsi una pera quando è depresso, se poi l’intera nostra vita è impiegata nella ricerca di comodità ad ogni costo?)
Il Presente (in cui avviene lo Spirito). La vita è piena di occasioni, ma una non vale l’altra. La riproduzione tecnica dell’evento (registrazione, fotografia, televisione) danno l’illusione di arrestare il tempo e di ricollocarci di fronte alle cose accadute di nuovo, per conservarne le spoglie, per capire meglio, per rifare la scelta, come chi vorrebbe la moviola sui campi di calcio. Tutto questo nasconde una distorsione patologica del senso del reale: un’epoca che ha voluto negare la perennità del Rito si consegna alla ripetizione insensata e fantasmatica della tecnologia, tesa a negare la serietà e l’unicità dell’evento, giusto per sottrarre il soggetto alla sua drammatica responsabilità.
Vivere in spirito e verità significa vivere il presente, la solennità del momento propizio, l’irripetibilità dell’occasione, la responsabilità ineludibile della scelta, il dramma della Storia personale e collettiva dove tutto è tremendamente serio proprio perché accade una sola volta.











